Rigore è quando arbitro fischia, perchè Boskov è da raccontare

30/04/2014 di Luciano Di Blasio

Chi era Vujadin Boskov e perché bisogna raccontare di lui ai nostri figli

Vujadin Boskov

Lo sport, si sa, è la passione più grande, più carnale se volete. E per questo è fatto di persone, e di personaggi. Che diventano “eroi” e “miti”. E non me ne vorranno i puristi della lingua, poiché sport e mitologia erano una cosa sola già 800 anni prima della nascita di Cristo. Quando i miti se ne vanno, per sempre, la cittadinanza sportiva sente un vuoto.

Il vuoto e la malinconia  – la notizia della scomparsa di un gigante buono come Vujadin Boskov lascia esattamente queste sensazioni. Se n’è andato, non all’improvviso, ma dopo una lunga malattia, ormai anziano – quasi ottantatreenne, dopo tanto tempo lontano dai campi e dalla tv, a 13 anni dall’ultimo match sulla panchina della sua Jugoslavia – che ora non esiste più.

Lo sport attraverso la cortina – nato nel 1931 a qualche chilometro da Novi Sad, nell’attuale Serbia, Boskov fu un discreto giocatore, raccogliendo però poco o nulla in termini di vittorie, perché a quei tempi lo sport slavo era dominato dalle armate Stella Rossa, Dinamo, Hajduk e Partizan: quattro squadre magiche, forti e misteriose corazzate che emergevano a sprazzi dalla nube comunista e impressionavano i cuori dei giovani appassionati di calcio cresciuti negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta, che tramandavano con fantastici racconti da martedì e mercoledì sera ai loro figli, nati al massimo trenta anni fa, troppo giovani per ricordare “la paura e la spietatezza” delle squadre slave, che tutti speravano di evitare ai sorteggi. In effetti, lo sport forniva uno dei pochi spunti per attraversare il mistero dell’URSS e dell’universo comunista, e della sua miriade di precari equilibri, solo ipotizzati nell’Ovest capitalista.

Vujadin Boskov Giocatore e allenatore –  Boskov non milita per nessuna delle terribili quattro, ma a 30 anni ha la possibilità di giocare finalmente per una squadra non jugoslava: prima di quell’età la legge comunista non lo permette. Approda alla Sampdoria, dove comincia la storia del Vujadin che rimane nei cuori dei genovesi, e del Belpaese in genere. È quasi una toccata e fuga, i problemi fisici lo attanagliano. Ma ritorna, 25 anni dopo, da allenatore, ormai affermato: aveva infatti guidato il Real Madrid fino ad una finale di Coppa dei Campioni. La sua Sampdoria è la più forte di sempre, vince l’unico scudetto della storia blucerchiata, 2 Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, e addirittura una Coppa delle Coppe, l’ormai defunto torneo delle iridate d’Europa. Allena Vialli, Mancini, Pagliuca. Forgia le menti di tanti grandi campioni.

Genio e filosofo – dunque un allenatore di prima fascia, si direbbe. Difficilmente, però, lo si è annoverato tra i grandi allenatori in termini di vittorie e rivoluzione nel calcio, come possono esserlo stati Fabio Capello, Alex Ferguson, José Mourinho, solo per citarne alcuni. Boskov è un genio della comunicazione, un filosofo della parola, e lo sa. I calciatori che lo hanno conosciuto piangono ora la perdita di un padre sportivo, un mentore calcistico. Vujadin sapeva parlare ai suoi giocatori: li conquistava con il suo pungente umorismo, e li spremeva a livello mentale per caricarli e portarli al raggiungimento di grandi risultati. E allo stesso tempo utilizzava la sua dote comunicativa, la sua ironia, per catalizzare su di sé l’attenzione mediatica, preservando l’integrità psicologica dei suoi giocatori il più possibile.

Mito underground, integerrimo – Questa potrebbe tranquillamente essere la descrizione di un allenatore molto moderno, come lo sono Antonio Conte e José Mourinho ad esempio, due grandi mister, ma soprattutto due uomini in grado di caricare i propri giocatori difendendoli al contempo dalla sovraesposizione mediatica ormai standard del calcio contemporaneo. La loro carica, però, è senza fronzoli: il risultato prima di tutto. Il bel gioco, concetto comunque di difficile definizione, è al massimo un ottimo contorno. Ma il piatto forte sono la carica agonistica in campo, e la vittoria. Vujadin la pensava in maniera diversa, e i suoi aforismi, passati alla storia in grande quantità, ne sono la prova. Il serbo era un uomo senza fronzoli come i suoi più giovani colleghi: “Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.” Ma era un allenatore del calcio giocato, dello spettacolo, convinto che il risultato potesse arrivare dal bel gioco, e non da una decisione arbitrale in certa direzione. Celeberrima è la sua “rigore è quando arbitro fischia”, un aforisma che rappresenta un’intera categoria psicologica di persone nello sport, quella di chi ritiene inutile recriminare ex post sul risultato negativo di un incontro basandosi sulla possibile inversione di una o più decisioni arbitrali. Sperare che l’arbitro veda bene, o veda qualcosa in più, per Boskov non era il modo di vincere: “per vincere partite bisogna fare più gol” e “io penso che per segnare bisogna tirare in porta.” Sapeva apprezzare i giocatori di gran classe, e voleva che le sue squadre giocassero bene: “grandi giocatori fanno spettacolo e migliore calcio.” Quando Gullit arrivò alla Sampdoria lo paragonò all’evento che tutti in Jugoslavia aspettavano, il momento in cui il cervo esce dalla foresta, ed è possibile vederlo e cacciarlo. Secondo lui “Gullit è come cervo che esce di foresta.”

Una storia da raccontare – Probabilmente Vujadin Boskov non sarà ricordato come il più grande allenatore della storia del calcio, ma la sua ironia e il suo approccio allo sport, senza dietrologie e con la passione genuina per il gioco più che per gli affari, ne fanno un personaggio esemplare che vale la pena proporre ai propri figli. Nel 2005, in un’intervista ad Alessandro Dell’Orto per Libero, quando gli venne chiesto se fosse favorevole alla moviola in campo, rispose divertito “Nooooo. Calcio deve restare solo un gioco!” (Vi consiglio la lettura integrale di questa intervista, ne vale davvero la pena. La trovate qui).

Tramandare questi personaggi tramite la memoria e il racconto è il modo migliore per tamponare quel senso di saudade sportiva che si prova alla scomparsa di donne e uomini mai conosciuti di persona, che hanno però saputo affascinarci per interposta persona. E state tranquilli, la spietata ciclicità del tempo ci promette altri giovani eroi, che invecchieranno e saranno presto nuovi miti. E noi saremo i nostri figli. Nei secoli dei secoli.

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Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
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