Riforme, Pil ed Europa: gioie e dolori del Renzi rischiatutto

10/08/2014 di Edoardo O. Canavese

La settimana infernale del Premier: attendeva un primo trionfo, è stata un'agonia

Governo Renzi

 I dati sul Pil hanno guastato la settimana delle riforma del Senato e della Pubblica Amministrazione: l’Italia non cambia ancora verso e stagna nella recessione. E’ forse troppo presto per riconoscere colpe in toto attribuibili al governo Renzi, non per analizzare pregi e difetti, prime vittorie e cadute politiche e strategie del premier, promosso a Roma sulle riforme istituzionali, bocciato a Strasburgo su nomine ed economia.

Meno 0,2% – Questo il dato sul Pil che ha scosso la settimana del governo, alla sua prima, grave battuta d’arresto. L’Italia è in recessione, dice l’Istat, confermando l’andamento negativo già registrato nel primo trimestre dell’anno (-0,1%) e scatenando le perplessità finanziarie in Europa, con il severo richiamo alla sovranità europea di Draghi, oltre alle critiche delle opposizioni in casa nostra. Le previsioni del premier erano state ben più ottimistiche; durante la conferenza stampa sul Def, ad aprile, Renzi aveva esibito sicurezza sulla possibilità di registrare a fine 2014 una crescita del Pil pari ad un +0,8% . Oggi i glaciali numeri reali lo costringono ad una forzosa contrazione delle previsioni sul prodotto interno lordo; più realistico, ma non meno rischioso, immaginare uno sviluppo dello 0,5% di qui a fine dicembre.

Colpa di chi? – Difficile capire quanto vi sia di renziano nelle cifre sulla recessione. Il -0,2% del Pil si riferisce al periodo intercorrente tra aprile e giugno 2014, un periodo troppo breve per riuscire a determinare il reale effetto dell’operato Renzi. Certo, nei suoi primi mesi il governo non può dirsi certo particolarmente incisivo sul piano economico, al di là del pur importante bonus Irpef. Le energie politiche sono state anzitutto veicolate sulla campagna elettorale per le Europee e sulle riforme istituzionali, per le quali l’esecutivo si è trovato in un percorso molto più angusto e insidioso di quanto Renzi, a margine della vittoria elettorale con il raggiungimento dello storico 40,8%, avesse auspicato.

Senato della RepubblicaQuello che va – Manca poco (relativamente, considerato il tempo d’incubazione per le riforme costituzionali) a che il Senato non sia più il doppione di Montecitorio ma qualcosa di diverso e questo, qualunque sia il giudizio critico nel merito, è un passo in avanti. Da trent’anni reclamato come necessario, il superamento del bicameralismo perfetto snellirà il macchinoso processo legislativo, preferibilmente con un risparmio danaroso da parte dello Stato. Una scommessa per ora vinta da Renzi, conseguita a colpi di sfilettate nei confronti delle dissidenze, senza scendere a patti esageratamente snaturanti per la riforma. Già realtà invece è la riforma della Pubblica Amministrazione, che mette mano al ribasso ai pensionamenti dei manager pubblici, ma non a quelli di medici ed insegnanti, rispetto alla legge Fornero; nel pacchetto sono compresi anche la normalizzazione degli stipendi pubblici, un rafforzamento delle norme anticorruzione, la semplificazione di strutture dei Tar e delle Authority. E dopo la pausa d’agosto sarà la volta dell’Italicum.

Quello che non va – Le promesse e le scadenze date da Renzi in nome di una politica che torna seria non hanno giocato a suo favore. Il calendario delle riforme è presto stato stralciato dalle resistenze in Parlamento, esterne ed intestine, e come nel caso del Pil, le cifre auspicate sono state smentite. Così come, sul lungo periodo e di fronte ad interlocutori navigati, la mancanza di diplomazia rischia di fregare lui e il Paese, e non si faccia riferimento solo alla querelle in corso col commissario alla spending review Cottarelli, retrocesso a consulente esterno di lettiana nomina e pronto a fare le valigie perché ignorato da un governo che ad un tecnico preferirebbe un politico. Parliamo anche di affari europei, sulle quali Renzi si è impuntato non senza suscitare malumori a Strasburgo; il premier ritiene che l’ottenimento dell’Alto Commissariato agli esteri al ministro Mogherini possa essere la chiave per scardinare il rigore tedesco e conferire abbastanza credito all’Italia per poter guidare il fronte pro-crescita. Una partita niente affatto semplice causa insistenza in odore di testardaggine del premier e del tutt’altro che accomodante Juncker, sulla quale Renzi rischia di naufragare la credibilità sua e del paese che rappresenta.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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