Le riforme istituzionali e il Movimento 5 Stelle: cosa sta cambiando?

06/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Durante un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Luigi Di Maio, in questo momento il Parlamentare più influente del Movimento 5 Stelle, ha aperto alla possibilità di ulteriori discussioni col Partito Democratico sul tema delle riforme istituzionali la modifica della legge elettorale. Il giornale milanese parla infatti di 8 sì su 10 alle richieste di apertura pubblicate dal PD sul proprio sito. Sui due punti rimanenti, cioè il premio di maggioranza e il doppio turno, persiste una riserva: le sensazioni sembrano positive, ma sarà importante capire quali saranno le posizioni finali degli stellati, trattandosi di punti cardine della proposta renziana. Si rafforza, dunque, un cambio di passo nella politica del Movimento 5 Stelle nei confronti del governo, di cui questa intervista  è una traccia indelebile.

Una prima, vera, trattativa – Di Maio, per la prima volta, porta il discorso politico puramente sul piano della trattativa. Via invettive, via parole forti: Il deputato, che già si occupava di politica da prima della fondazione del Movimento, si pone come il primo parlamentare di accezione “classica” degli stellati.  Connotazione non per forza negativa: il dialogo è sempre necessario e i modi della politica, volenti o nolenti, richiedono un certo adattamento, pena l’isolamento. Pare che tra i cinque stelle la lezione sia stata imparata. Dietro la trattativa è infatti evidente la longa manus di Grillo e Casaleggio.

Tensioni interne – Proprio per questo motivo, vi sono voci di grossi scontri all’interno dei gruppi parlamentari pentastellati. La scelta, imposta dall’alto, non sarebbe stata gradita da deputati e senatori, non tanto nella sostanza, quanto nei modi di stampo leaderistico. C’è addirittura chi parla di spaccatura totale: l’assenza di dichiarazioni dei parlamentari, al di fuori dello stesso Di Maio, può essere segno ancora del mantenimento di controllo così come di una volontà di evitare di gettare benzina sul fuoco in un momento in cui è necessaria una riorganizzazione totale della linea politica del Movimento.

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Un momento dell’incontro tra la segreteria del PD e i Parlamentari del Movimento 5 Stelle sulla riforma della legge elettorale

Obiettivo cambio di passo – L’obiettivo di Grillo è ambizioso: l’immagine di un M5s “ruspa”, capace di distruggere l’attuale sistema per ricostruirlo da zero, ha suscitato come risultato finale la paura dei moderati, anche a causa dei toni del suo leader, cavalcati ad hoc dagli avversari e ritorti contro il Movimento stesso. Senza far breccia nel mondo moderato, le elezioni non potranno mai essere vinte. L’ex comico, di questo, è ben consapevole. Lo stesso venti per cento ottenuto alle europee è in pericolo: il nemico di una campagna pro-attiva basata sullo slogan forte è la stagnazione politica. Mantenere lo status quo può comportare un rischio, serio, di ottenere il risultato opposto: un lento declino di voti. Proprio per questo un cambio di passo è necessario. La base della nuova strategia è dunque “mostrare che siamo in grado ed abbiamo voglia di cambiare le cose, anche con gli altri”. Così si spiega l’attuale assenza da schermi e dichiarazioni dei Di Battista o delle Taverna, in prima linea unicamente nei casi di reazioni forti e dai toni aggressivi. Similmente si spiega l’attuale momento d’oro di Di Maio, oramai vera e propria faccia “istituzionale” del gruppo.

Le difficoltà di Berlusconi – Questa strategia è favorita, inoltre, dalla  situazione di Forza Italia, di cui pure abbiamo parlato su queste pagine. La spaccatura del partito di Berlusconi apre spazi di manovra in cui il Movimento potrebbe insinuarsi, e che sembravano, fino a pochi mesi fa, oramai chiusi. Le difficoltà del Cavaliere nel tenere tranquilli i suoi senatori, condite dalla sensazione di declino della sua leadership, sono l’esatto opposto di una forza sostenitrice, almeno nelle intenzioni, di forti tagli alle istituzioni.

Le possibilità di Renzi –  In realtà la sensazione è che Renzi, anche correndo solo, potrebbe farcela: le fronde interne, nonostante non accennino a diminuire, devono fare i conti con il risultato delle europee; le forze di governo appaiono abbastanza coese e le defezioni successive all’implosione di Sel possono aiutare. Il voto potrebbe comunque aver insinuato il dubbio che, per quanto riguarda le riforme istituzionali, la carta del referendum potrebbe essere vincente: il 40%  degli elettori ha votato perché speranzosa che Renzi possa cambiare il Paese, non è quindi così impossibile gli stessi si rechino alle urne, un domani, per sostenere tale cambiamento, a meno di riforme totalmente inaccettabili.

La necessità di esserci – Le altre forze politiche hanno quindi tutto l’interesse a far parte della trattativa. In primis per una questione squisitamente politica: non rischiare l’etichetta di “conservatore“, nella peggiore delle accezioni. E’ evidentemente una semplificazione, ma certe etichette sono efficaci proprio nella loro semplicità. In secondo luogo perché ciascuno vuole aggiungere i propri tratti distintivi ad una riforma probabile e di enorme impatto, ottenendo un risultato che rifletta la propria idea di governance. Risultano così comprensibili i discorsi sui “100 giorni per la riforma elettorale” e un’apertura sulla “grande possibilità” per il paese di Di Maio che, davanti a un’introduzione della preferenze, porterebbe una grande vittoria del Movimento. Di contro Berlusconi ha bisogno delle liste bloccate (anche se ridotte a soli uno o due soli eletti) per mantenere il controllo della propria forza parlamentare. Certo, la sua attuale debolezza è anche visibile dal fatto che un sistema prettamente maggioritario, dopo le europee, non è più così desiderabile come qualche tempo fa.

Un cambio di passo totale? – La trattativa sulle riforme elettorali ha dunque raggiunto un nuovo stadio, in cui l’ingresso del Movimento 5 Stelle porta una sventagliata di nuovi valori che potranno arricchire moltissimo il dibattito, ma anche rendere ogni discorso molto più complesso. Se la strategia del M5s andasse in porto, gli stellati potranno riprendere la loro retorica urlante e esclusivista? Difficile. Se la strada che si sta battendo fosse quella giusta, il cambio di passo potrebbe essere più grande di quanto si possa pensare.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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