La riforma della scuola: tra rinvii e questioni irrisolte

30/08/2014 di Luca Andrea Palmieri

Un miliardo i fondi promessi: c’è il trucco? Intanto la carne al fuoco è moltissima

Tra i temi che il 29 agosto dovevano essere discussi nel Consiglio dei Ministri, è saltato il discorso sulla riforma della scuola. “C’è troppa carne al fuoco” ha detto il Primo Ministro Matteo Renzi, prefigurando però non tanto difficoltà sull’impostazione dell’impianto (almeno ufficialmente) quanto la necessità di limare i dettagli e di dare ulteriore spazio alle misure previste alla prossima occasione, che dovrebbe essere il 3 settembre. Ovviamente i retroscena non mancano. Ci sono sul tavolo ipotesi secondo cui è stato ritenuto più saggio presentare il progetto dopo gli incontri di Bruxelles di queste ore, o che parlano dei più classici problemi di coperture, tra l’altro già smentiti fermamente dal premier su Twitter.

D’altronde la scuola è al centro del programma del premier fin dall’inizio – si ricordano cenni al riguardo durante le primarie per candidato premier perse contro Pierluigi Bersani nell’ormai lontano dicembre 2012 –, ed un impianto di interventi in questo senso si è fatto aspettare molto visti i tempi che il governo si è dato (e mai ha rispettato). Sia chiaro, non è un caso: la questione scuola è una delle più spinose nel nostro ordinamento, figlia di anni e anni di disastri soprattutto sul piano organizzativo e delle risorse. Il risultato è che il governo si è trovato a far fronte a istituti sempre più obsoleti e fatiscenti e con un tale caos sulla questione insegnanti che pare impossibile uscirne senza che qualcuno si faccia male.

La carne al fuoco è moltissima: sono almeno dieci i punti fondamentali della riforma, e vanno dal precariato all’autonomia, dai programmi ai collegamenti col mondo del lavoro, dai tagli ai concorsi. Cerchiamo di vedere alcuni dei punti più sensibili dal punto di vista politico, anche perché vanno a toccare il solito  problema delle coperture.

Il primo riguarda l’attuale precariato, con selve di insegnanti che vivono di supplenze e che possono anche passare i 50 anni prima di avere una cattedra di ruolo, con notevoli conseguenze sulla loro vita, non solo per le questioni economiche, ma anche per i continui spostamenti che spesso sono richiesti. In questo senso il ministro Stefania Giannini ha dichiarato che con la riforma ci sarà “l’addio alle supplenze”, perché “all’inizio dell’anno si conosce(rà) già il numero dei posti da coprire stabilmente”. Si tratta di una lama a doppio taglio. Il progetto dovrebbe prevedere che i 160mila precari “storici” vengano divisi in reti che occupino 4/5 istituti di modo da coprire in maniera diretta e continuativa tutte le esigenze della didattica. E’ un sistema che dovrebbe avere il merito di migliorare la continuità didattica (cosa sacrosanta: sono molti i casi in cui, per problemi vari, le supplenze ed i cambi di insegnante diventano la norma, uccidendo la programmazione del lavoro di una classe), ma che rischia di chiudere la porta in faccia definitivamente a più di 400mila supplenti delle graduatorie d’istituto, che spesso riescono ad ottenere poche ore settimanali in attesa di una difficile scalata in graduatoria o di un concorso.

Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini
Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini

Un altro punto fondamentale riguarda il turnover: dovrebbe essere previsto un grande concorso nel 2015 per prepararsi ad uno dei più grandi ricambi generazionali nella storia dell’insegnamento. Tra il 2017 e il 2022 dovrebbero infatti raggiungere i requisiti di pensionamento ben 4 insegnanti su: la materia è sensibile e sarà importante vedere come si porrà il governo davanti a questo punto. La tentazione forte potrebbe essere quella di ridurre il turnover così da diminuire la spesa. Come si legherà questo punto alla fine delle supplenze? Quante risorse verranno messe in campo?

Poi vi è la questione delle autonomie: la riforma Gelmini ha garantito agli istituti la possibilità di comporre autonomamente il 20% del monte ore autunnale. L’idea, sulla quale si attendono le novità dei decreti, è di aumentare la quota, col fine di avvicinare l’offerta formativa alle esigenze del territorio (è un discorso che prende particolare importanza per gli istituti tecnici e industriali, per esempio). Anche qua però rimane il nodo risorse: competenze più diversificate significano costi maggiori – si pensi all’organizzazione di determinati laboratori.

Sul piano della didattica poi ci sono questioni annose che si trascinano da anni, tra cui il rilancio degli insegnamenti di inglese e informatica (che dovrebbero partire dalle elementari), la reintroduzione negli istituti tecnici della storia e della geografia e un aumento generale delle ore di musica e storia dell’arte, ridotte sempre più all’osso negli ultimi anni. A tutto questo si aggiunge un tentativo (c’è da vedere come, ed è questa la questione più importante) degli stage in aziende e istituzioni per gli ultimi anni – oggi ne usufruiscono solo il 9% degli studenti – correlati a un maggiore coinvolgimento di imprese, enti e siti culturali. Parliamo di una delle finora maggiori utopie per il mondo della scuola, una sua maggiore integrazione con la società che la circonda, sempre osteggiata da un lato da un certo “purismo” dell’insegnamento e dall’altro dalla tendenza burocratica a mantenere il mondo sociale chiuso in fin troppi compartimenti stagni.

Un ultimo punto che vale la pena di sottolineare riguarda la cosiddetta “Quota 96”, ovvero gli insegnanti che, con 60 anni di età e 36 di servizio (o 61 e 35), avevano diritto alla pensione ma si sono trovati bloccati dalla riforma Fornero. Arriveranno i fondi per la loro uscita? Questa ad occhio pare una delle questioni più difficili, dopo il dietrofront sul decreto Pubblica Amministrazione.

Il Governo ha promesso un miliardo di euro in fondi per questo piano. Lo stesso Renzi ha ricordato più volte la promessa, sui social network come nei discorsi ufficiali. C’è chi teme che questo miliardo sia lo stesso già promesso per la restaurazione delle scuole – soldi messi in preventivo solo in parte: qualcuno maligna (vedremo se ha ragione) che il resto dei fondi possano essere riposizionati per la riorganizzazione generale. La situazione in generale è confusa: il modo in cui il Governo si è esposto su queste risorse sembra far pensare che ci siano, il rinvio invece fa sentire odore di intoppi. Nel frattempo vanno rilette le parole del ministro dell’Economia Padoan, che parla di grandi margini di risparmio in molte amministrazioni, che potrebbero partire subito: che sia ancora una volta la spending review  a far si che le spese si spostino da un settore all’altro? Non sarà molto contento il Commissario Cottarelli.

In ogni modo l’attesa è alta, e gli insegnanti sono già in fibrillazione – inutile dire che sono in arrivo già le prime proteste. La situazione però appare ancora più confusa che in altri ambiti, e già troppo spesso le idee non sembrano chiare. Trovare il bandolo della matassa però è essenziale, perché c’è una cosa su cui Renzi ha ragione: dalla scuola dipende l’Italia del futuro. Migliore sarà la scuola, migliori saranno i cittadini che verranno.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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