La riforma della PA è la vera prova del governo Renzi

30/04/2014 di Giacomo Bandini

La riforma nascosta – Come al solito arriva, più o meno da solo, dove voleva arrivare. Questo è Matteo Renzi, prendere o lasciare. Il percorso della riforma della Pa, peraltro tentato con pochi successi anche dal governo Berlusconi e dall’allora Ministro Renato Brunetta, sta ora percorrendo gli ennesimi passi verso il Consiglio dei Ministri. Differentemente rispetto alle riforme più in evidenza, Senato e sistema elettorale in primis, questa ha portato un balzello di commenti assai più contenuto e, soprattutto, poco visibili al grande pubblico. Eppure, se si è reso necessario l’ennesimo cambiamento al sistema burocratico del Paese, una simile riforma dovrebbe godere della priorità assoluta. Perlomeno riguardo le delicate questioni in sospeso.

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Marianna Madia, Ministro per la Pubblica Amminsitrazione

I punti fondamentali – Il piano previsto dal Ministro Madia è fondato principalmente su alcuni punti fondamentali che ovviamente potranno essere esaminati nel dettaglio solamente dopo un Consiglio dei Ministri che si preannuncia abbastanza sofferto, se non altro per la maggioranza vacillante e le varie fronde Pd sul piede di guerra. Innanzitutto, come riportano le notizie circolanti da un po’ di tempo a questa parte, vi sarà un grosso impianto di staffetta generazionale, ossia riduzione dei dirigenti in carica da un certo numero di tempo. Il tutto in favore di un ricambio proteso verso le nuove generazioni. In secondo luogo dovrebbe emergere la tanto decantata mobilità interna per effettuare la quale si rivela necessario un ripensamento dei costi generali, dell’efficienza e del numero di posti di lavoro totali. Per quanto concerne il concetto del “merito che avanza”, esso si ricollega all’opera di riassegnazione degli incarichi e dell’abbandono di alcuni pezzi della vecchia amministrazione. In questo senso va l’assegnazione dei posti vacanti ai vincitori degli ultimi concorsi pubblici per la Pubblica Amministrazione. Il provvedimento più popolare dovrebbe comunque risultare quello relativo al taglio degli stipendi soprattutto ai vertici. Argomento centrale del nuovo governo e uno dei cavalli di battaglia renziani.

Il buon esempio per la semplificazione – Realizzare tutto ciò non è semplice e pone alcuni dubbi. Storicamente infatti bisogna riconoscere l’esistenza di una certa impotenza della politica di fronte alla burocrazia. Sembrano piuttosto due corpi separati, anche se per natura non lo sono dal momento in cui la maggior parte delle volte è la politica a nominare i vertici o i componenti delle amministrazioni. La prima parte della riforma infatti dovrebbe riguardare proprio questa complicata tipologia di rapporto e, finalmente, dividerlo sul serio. L’intenzione manifestata sia dal premier che dal ministro competente è di basarsi maggiormente sul merito e meno sul meccanismo delle nomine di fiducia, . È vero ci possono essere meritevoli anche nominati, ma è altrettanto vero che spesso è accaduto il contrario, chiudendo gli spazi ad interessanti e benefiche novità. La stessa politica, poi, dovrebbe dare l’esempio. Presidenza del Consiglio e Ministeri sono giungle burocratiche costosissime e macchinose nelle strutture. In fondo esiste già il regolamento per cui se un dirigente ministeriale non viene riconfermato dopo 90 giorni dalla scadenza del suo mandato viene sostituito. Spesso invece vengono loro riassegnati ruoli diversi sempre all’interno dei ministeri.

Nuovi criteri per le Pa – Servono poi alcune e semplici linee guida che, per ora, sembrano mancare. Innanzitutto riguardo l’appalto esterno di competenze, spesso utilizzato seguendo criteri obsoleti o addirittura senza criterio alcuno. Pare obbligatorio comprendere anche l’importanza del rinnovamento dei concorsi pubblici e delle regole che li riguardano. Solo così è possibile ottenere la piena collocazione del merito di cui si sente molto la necessità. Infine, come insegna il caso Mastropasqua, il controllo e la responsabilizzazione degli incarichi, nonché un legame fra produttività e remunerazione, diventano il cardine per ottenere la massima efficienza dalle proprie risorse, senza ricorrere a misure drastiche o tagli lineari.

È, dunque, abbastanza forte Renzi per poter smontare e migliorare il motore di una macchina così acciaccata?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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