Una riforma che non consente il “so” (e neanche il “ni”)

03/05/2016 di Giuseppe Trapani

Elemento fondamentale per il Governo Renzi, la riforma costituzionale è stata uno dei terreni di scontro principali con la minoranza del partito, che tuttavia ha annunciato il suo "si", per quanto poco convinto. Ma le loro obiezioni hanno una base solida?

Pd Minoranza

Matteo Renzi lancia la battaglia cruciale del suo cursus politico, la madre di tutte le questioni, che nel suo ordine delle priorità conquista il grado più alto. La riforma costituzionale in fondo è davvero uno snodo fondamentale della legislatura, che possa piacere o no. Ci aiuta alla riflessione il rimettere insieme i tasselli della recente storia istituzionale del nostro paese. Questa legislatura è nata tripolare, e le urne hanno costretto tutti al bivio, se tornare dagli elettori col prevedibile risultato analogo di tre minoranze (Pd-Sel, Pdl-Lega e M5S) oppure provare la convergenza di forze per loro natura inconciliabili.

Nasce in questo senso la rielezione di Napolitano (votata da Berlusconi, badate bene) e successivamente il governo Letta (votato da tutto il Pd, minoranza dem compresa ri-badate), esecutivo che non piaceva a nessuno ma teneva a galla tutti. Un governo senza loden, super “perbene”, con un premier  davvero tecnicamente capace e ministri di spessore, ma contra naturam politicamente. Bersani, Speranza, Gotor eccetera governavano fino a novembre 2013 con Brunetta, Alfano, Verdini e Santanché, tanto per poter rispolverare la corta memoria di molti farisei attuali tanto tristi adesso che governa sostanzialmente il Partito Democratico quando neanche tempo fa non muovevano palla senza vertici di maggioranza e riunioni di cenacoli. Per questo l’assurdità cosmica della minoranza PD lascia tuttora basiti non pochi cronisti e analisti: l’ultima è il distinguo di alcuni esponenti che voteranno “SO” al referendum tanto per non dire Si così da stare dalla parte del segretario del loro stesso partito. Un “SO” (e un “NI”) come dire un “boh” ma non esplicitamente, dimenticando che tertium non datur.

Giustamente i nodi vengono al pettine oggi a campagna iniziata, quando si va al sodo con il voto globale sulla riforma, in occasione della quale si chiese al Parlamento un dibattito e un pronunciamento nella sua totalità e come tale andava votata in Parlamento, cioè vista nel suo insieme e nei suoi postulati: potere legislativo alla camera, fiducia politica al governo, funzioni del senato delle autonomie, prerogative bicamerali, abolizione delle provincie e tutte le norme transitorie. Ecco perché pare incomprensibile come ci si sia accapigliati sull’elezione diretta o no del Senato quando la questione era di lana caprina. Se si supera il bicameralismo si deduce che il Senato può essere un organo di secondo livello, nato da elezioni regionali con funzioni specifiche successivamente. Tutto il trambusto dei vari dem si è rivelato pedante e ostruzionistico. Aveva senza dubbio elementi di merito, ma nascondevano un tormento ancora irrisolto, cioè lo spostamento di traiettoria politico-programmatica di Matteo Renzi una volta vinto il suo congresso. Ne sono prova i continui distinguo di una minoranza che spacca il capello in quattro o persino in otto pur di darsi un tono di legittimità all’interno del Pd, quando un quasi esecutivo monocolore se lo potevano sognare neanche due anni fa. Tempo sprecato in scaramucce che non hanno portato a nulla.

Sempre in ordine al tempo, e per quanto ideale e auspicabile, non si poteva riformare per step la Carta, così come ha più volte accennato sul Corriere Ainis: secondo il costituzionalista “…il procedimento di revisione costituzionale fu congegnato per interventi singoli, mirati. Non per riforme che ambiscano a creare di nuovo l’universo. Come disse Luigi Einaudi in Assemblea costituente: una riforma per volta, altrimenti gli elettori non si renderanno conto su cosa debbano votare. Quindi l’unità di misura coincide con un Titolo della Costituzione, perché ogni Titolo sviluppa un unico argomento. Tuttavia quest’esigenza venne rispettata nel 2001 (con la riforma del Titolo V); non nel 2005 dal governo Berlusconi (55 articoli riscritti), non nel 2016 dal governo Renzi (40 articoli). Col risultato d’imprimere un carattere plebiscitario al referendum, per la genericità del suo quesito“. Ed ecco che si propone di “spacchettare” la riforma in più consultazioni di volta in volta, come lo spezzatino del campionato di calcio mosaicato dal palinsesto televisivo con buona pace del fattore T, cioè del tempo.

Si sostiene che la Carta non può essere sottoposta al presentismo, a quel tempus che irreparabile fugit, ed è vero in generale: ma allora le prerogative parlamentari? La legittimazione di una maggioranza che a fatica porta a casa sei letture rispettando tutti i tempi possibili di dibattito? E che dire di due decenni di saggi, convegni, seminari sul tema? L’obiezione di una riforma scritta di fretta è – lo dico sommessamente – debole. E su tutto si chiede un atto di onestà e coerenza intellettuale: non ci si può lamentare di un bicameralismo talmente perfetto da generare veti e controveti e poi dire no al suo superamento dichiarando che un premierato forte nel nostro paese equivale ipso facto alla deriva autoritaria. Qualcosa in questo “NI” non mi convince e il “boh” – spiace dirlo – non sarà la terza opzione sulla scheda referendaria.

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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