Legge elettorale: la proporzionale della Prima Repubblica

03/10/2013 di Federico Nascimben

La prima puntata del dossier di Europinione sulle leggi elettorali

Legge Elettorale, Poporzionale, Prima Repubblica

Il tema di una riforma della legge elettorale attualmente in vigore, il c.d. porcellum, è al centro del dibattito politico da anni, ed è stato recentemente riproposto anche dal Governo Letta, oltreché dal lavoro svolto dalle Commissioni dei Saggi. Con oggi, Europinione intende iniziare uno speciale dossier sulle leggi elettorali adottate in Italia (proporzionale, Mattarella e Calderoli) e in alcuni Paesi europei (come Francia, Germania e Spagna), per poter dare il proprio contributo affinché il dibattito sul tema possa essere il più informato e consapevole possibile.

Cos’è e a cosa serve la legge elettorale – Nei sistemi democratici l’istituto del voto è il mezzo di partecipazione più importante e, soprattutto, più influente. Il sistema elettorale serve a tradurre il voto degli elettori in seggi parlamentari, in modo da consentire una legittimazione democratica al Parlamento – la cui caratteristica essenziale è, appunto, quella della rappresentatività – e far sì che, quindi, possa adottare deliberazioni (che si presume essere) rappresentative della volontà degli elettori.

Quale sistema elettorale – Le categorie di sistemi elettorali sono tre: maggioritario, proporzionale e misto. La scelta per l’uno o per l’altro si muove lungo la retta che vede ai propri estremi rappresentatività e governabilità. Tendenzialmente, nei sistemi proporzionali si predilige la prima, mentre in quelli maggioritari la seconda. In ogni caso, il punto dirimente fra un sistema e l’altro è l’esistenza di una relazione di proporzionalità tra voti ottenuti e seggi attribuiti, come sottolineato da Gianfranco Pasquino. Inoltre, i sistemi maggioritari vedono al proprio interno la bipartizione tra turno unico e doppio turno in collegi uninominali (cioè per ogni collegio viene eletto un solo rappresentante): nel primo caso per vincere è sufficiente avere la maggioranza relativa dei voti; nel secondo per vincere il candidato deve ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, in caso contrario vi sarà un secondo turno. Diversi sono i fattori che incidono sulla preferenza per un sistema o per l’altro, in linea generale, comunque, è possibile dire che la scelta varia a seconda del mix tra potere dell’elettorato, rappresentatività dell’assemblea e decisionalità degli esecutivi (Pasquino).

DC e PCI, i due principali partiti del bipolarismo imperfetto che caratterizzò la Prima Repubblica.
DC e PCI, i due principali partiti del bipolarismo imperfetto che caratterizzò la Prima Repubblica.

Il sistema proporzionale italiano – La prima legge elettorale della Repubblica Italiana era, nella sostanza, proporzionale. Venne adottata con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 per l’elezione dell’Assemblea Costituente che aveva anche il compito di pronunciarsi sulla nuova normativa elettorale da dare alla futura Repubblica, ma non lo fece. Tale legge rimase in vigore dal 1946 al 1993, con una sola eccezione, nel 1953, dovuta al tentativo di riforma di De Gasperi (la c.d. “legge truffa”). L’Italia veniva divisa in 32 grandi circoscrizioni (una scelta in realtà già compiuta nel 1919).

Elezione alla Camera – Alla Camera vigeva un sistema proporzionale puro, in cui era possibile esprimere fino a 5 preferenze nelle circoscrizioni più grandi, con una soglia di rappresentanza molto bassa e un sistema di ripartizione dei seggi e dei resti che favoriva i partiti più piccoli.

Elezione al Senato – Il Senato, solo teoricamente, funzionava in maniera diversa, visto che prevedeva una soglia per l’elezione diretta nel collegio uninominale quasi impossibile da raggiungere (il 65%); in caso contrario, il sistema tornava ad essere un proporzionale puro con ripartizione dei seggi a livello regionale, secondo il Metodo d’Hondt che favorisce i partiti più grandi, procedendo ad un raggruppamento delle liste in base ai voti raggiunti dai tutti i diversi candidati in ogni singola regione. In ogni caso, al Senato la soglia necessaria per raggiungere una rappresentanza era più alta che alla Camera, e non era previsto né il sistema di liste né il voto di preferenza.

I difetti della proporzionale – Il sistema presente alla Camera favoriva una competizione all’interno dei partiti, dando origine alla degenerazione correntizia e alle conseguenti pratiche clientelari; al Senato, invece, i candidati maggiormente identificabili come “di partito” potevano essere facilmente paracadutati in collegi sicuri, dov’era certo che si sarebbe raggiunto il quorum sufficiente alla loro elezione, a prescindere dalla provenienza geografica (nonché da qualsiasi legame con il territorio) del candidato.

La fine della proporzionale – La definitiva implosione del sistema della Prima Repubblica venne favorita da due importanti modifiche referendarie alla legge elettorale nel 1991 e nel 1993: con la prima si passò alla Camera dalla preferenza multipla alla preferenza unica; con la seconda si intervenne sulla soglia del 65% presente al Senato, ribaltando però il sistema – attraverso un sapiente lavoro di modifiche – e rendendolo per tre quarti maggioritario e con recupero proporzionale per un quarto. Sarà proprio l’esito dei referendum, infine, a rendere obbligata la scelta per una più completa riforma elettorale che avverrà proprio nel 1993.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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