La riforma della governance economica europea: un processo in itinere

03/07/2013 di Andrea Luciani

Quali sono le prossime mosse dell’Unione? – Il processo di riforma della governance economica europea, fin qui attuato, è lontano dall’essere completo. Le misure finora adottate, sebbene consistano in una risposta forte dell’Unione e degli Stati membri alla crisi, non si sono, tuttavia, rivelate sufficienti a superarla. Anzi, sfortunatamente, l’emergenza, tende ad aggravarsi, (Grecia) e ad estendersi ad altri Stati membri (Spagna, Italia, Portogallo). La stretta sul bilancio del Fiscal Compact non ha portato i risultati sperati, ma, anzi ha contribuito a una recessione economica ed a un conseguente peggioramento della situazione dei debiti pubblici degli Stati membri, producendo, di fatto, un effetto contrario a quelle prefigurato. Oltre alla spirale recessione-austerity si è innescata quella rischi nazionali e rischi sistemici. La sfiducia in un singolo Stato si ripercuote su tutta l’Unione e sui tassi di interesse degli altri Stati membri. Allo stesso tempo la sfiducia sulla tenuta dell’Unione stessa si riproduce in sfiducia sugli Stati meno “solidi nei conti pubblici”, che ne fanno parte, indipendentemente dal loro rispetto della disciplina di bilancio del TSCG. In quest’ottica si può ben comprendere come gli Stati membri e le istituzione Ue abbiano già avviato un nuovo processo di riforma volto a completare il primo. In particolare le nuove misure, in fase di discussione e implementazione, comprendono la crescita, l’Unione bancaria e la stabilità definitiva dei titoli sovrani.

Crescita – Per quanto riguarda la crescita, l’obiettivo principale, dopo aver stretto le maglie della spesa, eliminando sprechi e “costituzionalizzando” la disciplina di bilancio, è far ripartire l’economia, in particolare le imprese che incidono poi sull’occupazione e sul consumo. Che la strada maestra da seguire sia quella degli investimenti non vi è dubbio, il dibattito sussiste invece, su dove prendere le risorse necessarie. Devono essere finanziari su base nazionale o a livello europeo? La seconda opzione, sembra preferibile, data l’incapacità dei singoli Stati di far fronte all’emergenza. Per rendere concreto, però, un programma di investimenti a livello europeo occorre innanzitutto aumentare le entrate dell’Unione, priva di un bilancio capace di incidere sull’economia del Vecchio Continente. Senonché per arrivarci, bisognerebbe procedere alla revisione dei Trattati e dunque avere l’unanimità in seno al Consiglio, nonché l’approvazione di tutti gli Stati membri. Inoltre andrebbe individuata la modalità con la quale reperire queste risorse. Si discute circa l’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (c.d. Tobin Tax) altamente osteggiata dal Regno Unito, ovvero su una tassa sulle emissioni di CO2 (c.d. Carbon Tax). Altro sarebbe poi la possibilità di ampliare i fondi strutturali dell’Unione finanziati direttamente dagli Stati, creando, di fatto, un budget “federale” (simile a quelle che esiste negli USA) utilizzabile a questo scopo.

Unione bancaria – La seconda questione riguarda il progetto dell’Unione bancaria, dove per essa si intende la creazione di un sistema europeo di condivisione, in primo luogo del controllo sulle banche e le loro operazioni (organizzati attualmente su base nazionale)  e in secondo luogo di responsabilità (sono gli Stati nazionali a farsi carico delle situazioni di crisi interne). Tra l’altro l’erogazione di aiuti alle banche in crisi, non costituisce una grande novità essendo già abilitati i due fondi EFSF e Mes a portare avanti operazioni di questo tipo. L’obiettivo, però, è quello di istituire rapporti diretti con le banche beneficiarie degli aiuti, senza passare attraverso gli Stati. In questo modo si potrebbe arrestare il circolo vizioso per il quale le banche comprano i debiti dello Stato chele finanzia e si impoveriscono entrambi. Ovviamente controllo e aiuti andrebbero di pari passo, cioè sarebbe necessaria un autorità di vigilanza europea creata con un’ulteriore cessione di sovranità nazionale. Infine è da considerare che non è semplice individuare lo strumento giuridico che possa portare a questo risultato, dato che anche la BCE dovrebbe, evidentemente essere coinvolta nel processo.

Differenziale degli spread – La stabilità dei debiti sovrani e dei loro rispettivi tassi di interesse, con l’entrata in vigore del Mes, ha fatto un grande passo in avanti, dotando l’Unione di uno strumento finanziario capace di difendere gli Stati dagli attacchi speculativi. E’ ancora troppo presto, peraltro, per tirare le somme e riuscire a capire se il Mes sarà anche capace di dissuadere gli speculatori dall’attaccare i Paesi più deboli dell’Eurozona. Ad ogni modo esso consiste in uno strumento concreto per la lotta ai rischi sistemici. A questo va affiancato il progetto di creare titoli europei del debito che possano appianare le differenze fra gli Stati membri e garantire parte del finanziamento del proprio debito a tutti gli Stati, allo stesso tasso (i c.d. eurobond, la cui istituzione è, però, ancora quasi un miraggio, dato il veto imposto da Stati come la Germania).

 

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Andrea Luciani

Nasce a Roma il 25/03 /1991. Appassionato di studi internazionali e fermo sostenitore del progetto dell'Unione Europea, è laureato in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli, dove ora studia International Relations. Collabora con l'associazione ONLUS Intercultura con la quale è stato in Nuova Zelanda sei mesi nel 2009. Nel 2012-2013 conclude il programma Erasmus di sei mesi presso l'università si Sciences Po Paris.
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