Riforma delle banche popolari, una prima impressione

23/01/2015 di Enrico Casadei

Vediamo nel dettaglio cosa comporterà la riforma delle Banche Popolari varata dal Governo. Sono motivate le critiche e la levata di scudi di Cisl, parte della politica e degli azionisti?

Fondazioni Bancarie

Una vera e propria bufera, quella che si è abbattuta sulle banche popolari con il decreto varato dal Governo contenente il cosiddetto Investment Compact. La tempestività di Matteo Renzi è stata paragonata – da Gianni Zonin, presidente di B.P.Vicenza – a quella di Napoleone perché “entrambi la usano per vincere”. La riforma riguarda l’obbligo per le banche popolari con attivi superiori agli 8 miliardi di euro (a livello consolidato) di trasformarsi in Spa entro 18 mesi. Ma il vero apice si raggiunge con l’indiretta abolizione del voto capitario – una testa un voto,  indipendentemente dal numero di quote detenute.

Cerchiamo di capire meglio. Le banche popolari sono istituti di credito di norma in forma di società cooperative con caratteristiche ben precise (contenute negli articoli  29 e 30 del Testo Unico Bancario): oltre a quella già ricordata del voto capitario, c’è la previsione di un tetto massimo al possesso di capitale pari all’1%, la mutualità non prevalente e la clausola di gradimento che prevede la subordinazione del trasferimento dei titoli al preventivo consenso del Cda. Ecco, la trasformazione in Spa farà cadere queste previsioni.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

La riforma, in realtà, pone di fronte a una scelta obbligata le dieci maggiori banche popolari italiane: le quotate Banco Popolare, Banca Popolare Milano, Ubi Banca, Creval (Credito Valtellinese), Banca Popolare di Sondrio, Banca Etruria e Banca Popolare Emilia Romagna, le non quotate Banca Popolare Bari, Veneto Banca e Banca Popolare Vicenza. O la trasformazione in Spa o la revoca (leggasi chiusura) delle attività. Infatti, come recitano parti del decreto: “se entro un anno dal superamento del limite,  l’attivo non è stato ridotto al di sotto della soglia nè è stata deliberata la trasformazione in Spa o la liquidazione, Banca d’Italia può adottare il divieto di intraprendere nuove operazioni o proporre alla Bce la revoca dell’autorizzazione all’attività bancaria e al ministro dell’Economia la liquidazione coatta amministrativa. Restano fermi i poteri di intervento e sanzionatori attribuiti a Banca d’Italia dal presente decreto legislativo”. Insomma un bel giro di vite. Inoltre, non è neanche escluso che la stretta normativa venga direttamente da Francoforte perché la ratio è la contendibilità o, meglio, l’apertura a operazioni di M&A per favorire operazioni che incrementino la solidità del settore. Infatti sia esperti di finanza (ad esempio Bnp Paribas) sia esponenti politici (deputato PD Giampaolo Gallo), condividono l’opinione che la governance delle popolari è stata per anni un ostacolo al consolidamento.

Via quindi al toto-combinazioni. Per ora non si è escluso nulla: aggregazioni tra due soggetti (Banco Popolare e Ubi Banca andrebbero a creare il terzo gruppo bancario italiano), tra più soggetti con la creazione di un polo di superpopolari con a capo a Banca Popolare di Milano (Bpm piú Bper piú Creval), incorporazione di banche più piccole per usufruire dei loro depositi (come Banca Popolare di Sondrio). Ancora, è ventilata l’idea che il vero obiettivo della riforma sia la creazione di un salvatore per Banca Monte dei Paschi o per Banca Carige, che dopo la bocciatura dagli stress test della Bce non se la passano affatto bene (entrambe hanno bisogno di capitale nuovo rispettivamente per almeno 2,5 miliardi di euro e per 700 milioni). Ad ogni modo, il target più appetibile secondo gli esperti sembra essere Banco Popolare, per via delle qualità della rete bancaria e della stabilità valutata dalla Bce. Viceversa l’aggregatore più quotato è Ubi Banca. Senza contare che la Borsa scontava in tutti questi anni almeno un 25% sul valore  delle popolari. Quindi, oltre alla maggiore concentrazione che darà vita a sinergie di costo, un ulteriore motivo per trasformarle in Spa è la maggiore capitalizzazione e i maggiori profitti finanziari.

Eppure il Dl in questione ha causato una levata di scudi. In prima linea le banche popolari o, meglio, gli azionisti delle banche che vedranno scendere drasticamente il proprio potere nella governance dei vari istituti. I manager al contrario festeggieranno perchè un azionariato diffuso difficilmente può influire sul Cda nonchè controllarlo. Ma anche la politica alza la voce, perchè un eventuale fusione comporta si, sinergie di costo, ma queste altro non sono che licenziamenti e quindi insoddisfazione nell’elettorato. Così allo stesso modo la Cisl ha fatto sapere che difenderà il modello di banca popolare “perchè durante la crisi ha saputo assistere l’economia reale, svolgendo una effettiva funzione anticiclica e conseguentemente, contribuendo alla stabilitá del sistema”. Per ora tuttavia si può solo attendere. Attendere la decisione del Parlamento di convertire o meno il decreto entro 60 giorni. Comunque vadano le cose, Renzi può dire in modo sardonico di aver fatto il suo, se poi gli mettono i bastoni tra le ruote, che la colpa ricada su qualcun altro.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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