Riforma del Senato, ma non solo: il DDL Chiti sfida Matteo Renzi

09/04/2014 di Giacomo Bandini

Divisioni e nuove unioni – Come al solito, durante le legislature caratterizzate da governi del centrosinistra, i pericoli maggiori non provengono tanto dall’esterno, quanto dall’interno. Fino ad ora Renzi è riuscito a schivarli più o meno abilmente, senza eccessi né isterie. La questione aperta dalla fondamentale riforma del bicameralismo perfetto, meglio nota come riforma (non abolizione, sia chiaro) del Senato ha creato non poche discussioni in Aula e all’interno della compagine democratica. 21 senatori del Pd infatti hanno depositato un disegno di legge costituzionale differente da quello proposto dal governo e che interessa molto sia al Movimento 5 Stelle sia ai senatori del Pdl scontenti del nuovo vento rottamatore imposto dal Sindaco d’Italia.

Non solo diversi – Esaminando il testo relativo alla proposta con primo firmatario Vannino Chiti, Ministro per i Rapporti con il Parlamento del secondo governo Prodi, è possibile notare alcune sostanziali differenze rispetto ai dettami della riforma fortemente voluta da Renzi. Non solo a livello strutturale, bensì anche a livello concettuale. Permane infatti l’idea di Senato come Camera di raffreddamento, ossia una sorta di sistema di check and balances fra i due rami parlamentari affinché la Camera non abbia il predominio assoluto, rischio che anche i Padri Costituenti avevano paventato ideando l’iniziale schema bicamerale perfetto. Due sono invece gli elementi in comune al testo principale: il Senato non potrà approvare il bilancio né votare la fiducia al Governo.

Chiti-Chiti
Vannino Chiti, senatore del Pd

Un’analisi del testo I – La prima informazione rilevante che emerge dal testo è la significativa riduzione del numero dei parlamentari. Alla Camera si passerebbe da 630 a 315, la metà. Al Senato diventerebbero 100, più 6 senatori provenienti dalle discutibili circoscrizioni estere e i senatori a vita. Quest’ultima categoria ascriverebbe al proprio numero solamente gli ex Presidenti della Repubblica, togliendo di fatto la possibilità di nomina discrezionale esercitata recentemente da Napolitano.

II – In secondo luogo il Senato, a differenza della visione governativa filo-tedesca, rimarrebbe un’assemblea a carattere elettivo. Con un numero di seggi su base regionale e prevedendo non meno di 4 senatori per Regione, il tutto calcolato tenendo conto del massimo di 100 senatori totali.

III– Il terzo punto fondamentale riguarda lo schema delle funzioni legislative, completamente rinnovato. Innanzitutto viene delimitato il raggio d’azione che richiede il passaggio obbligatorio in tutte e due le Camere, ciò che ha determinato una certa farraginosità nei procedimenti di studio e approvazione delle leggi fino ad oggi. Soggette al bicameralismo perfetto rimarrebbero le seguenti materie: leggi elettorali, leggi riguardanti l’Ue, la tutela delle minoranze linguistiche e alcune materie disciplinate dalla Costituzione, come incandidabilità e incompatibilità, giustizia e materie regionali. L’esclusività per tutte le altre materie appartiene alla Camera dei Deputati che trasmette i disegni di legge al Senato il quale può deliberare di esaminarli e procedere a modifiche. Nel caso queste vengano approvate il ddl torna alla Camera che può condividerle o meno. Successivamente a questo passaggio solo la Camera procede all’approvazione finale della legge.

Dubbi e spunti – Dalla proposta Chiti, così denominata dai media, emergono dunque alcune considerazioni. Innanzitutto è apprezzabile la riduzione totale dei parlamentari, non solo al Senato, ma anche alla Camera. Questo potrebbe comportare un ulteriore taglio dei costi delle due Camere, nonché una serie di stipendi e diarie in meno, segnale molto caro alla popolazione. Rispetto poi al ddl renziano questo non rappresenterebbe una vera rivoluzione, bensì un ridimensionamento che trova effettivamente maggiori consensi per una maggioranza che minaccia già di vacillare. D’altra parte sorgono alcuni dubbi di carattere tecnico. I senatori Pd non hanno specificato la volontà di estendere l’Italicum al Senato o di tenere il vecchio Porcellum, tantomeno di creare un nuovo sistema ad hoc. Subentrerebbe poi la questione “Camera di raffreddamento” contrapposta alla “Camera delle Regioni”. Alla luce delle numerose proteste a livello locale, un segnale verso una maggiore rappresentanza delle autonomie potrebbe essere utile a sbloccare l’empasse sul federalismo e questa proposta non pare andare proprio in tale direzione. Infine rimane la questione del Titolo V: ora come ora regna una gran confusione di competenze che né l’istituzione di un Senato della Autonomie alla Renzi, né un Senato alla Chiti riescono minimamente a sbrogliare. Insomma, un cambiamento serve, ma che sia trasversale e non limitato.

The following two tabs change content below.

Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus