Riflessioni sulla giustizia in Italia, e sull’idea di giustizia degli italiani

26/06/2013 di Andrea Viscardi

Due giorni dopo la sentenza che condanna Berlusconi a 7 anni di carcere gran parte degli italiani si sono divisi in due schieramenti che, di positivo, hanno ben poco

Giustizia italiana

Difficile scrivere un articolo sulla sentenza emanata dal Tribunale di Milano in riferimento a Silvio Berlusconi, entrando nel merito delle accuse e della sentenza – sebbene le motivazioni non siano ancora state pubblicate. Oggi, l’Italia, viste le reazioni di ambo le parti, non è purtroppo pronta a riflettere in modo costruttivo e oggettivo su quanto accaduto. Facile essere presi di mira da ambo due gli schieramenti venutisi a creare. Schieramenti, tra l’altro, che danno bene l’idea di come, probabilmente, il Paese non solo non sia pronto, in questo momento, a riflettere con senso di oggettività e in modo costruttivo, ma non lo sarà ancora per molto, molto tempo a venire.

Ho deciso, quindi, di cercare una riflessione di più ampio respiro, concentrata non solo sul caso Berlusconi in sé, ma sul perché, alcuni tipi di comportamenti – seguiti da legittimazioni popolari – possano rappresentare seri problemi per lo stato di democrazia in Italia.

Due schieramenti, due errori – Il problema principale degli italiani, oggi, è l’essere divisi in due schieramenti ben distinti: i colpevolisti ad ogni costo, e gli assoluzionisti a prescindere. Specchio di due culture politiche, in questo caso, il cui conflitto è stato trasmigrato all’interno di un’aula di Tribunale. In questi giorni, sui social network e attraverso i media si è assistito alla più becera e censurabile dimostrazione di come, gran parte delle persone, ponga se stessa a rappresentante della verità assoluta, senza conoscere i fatti e parlando per sentito dire. Legittimando, però, deviazioni preoccupanti delle istituzioni.

C’è chi è convinto Silvio Berlusconi sia stato condannato per abusi su minore, chi, improvvisatosi giurista, dimentica completamente il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” e chi, ritenendo il Tribunale di Milano si sia espresso in modo parziale, giustifica – forse l’atto più grave – tale comportamento come un buon compromesso, pur di eliminare Silvio Berlusconi dallo scenario politico e vederlo, almeno metaforicamente, dietro alle sbarre. Ma c’è anche chi, dall’altra parte, ritiene l’episodio della telefonata un atto di magnanimità, di buon senso, ignorando come, de facto, un comportamento di questo tipo rappresenti un atto condannabile. Certo, forse non con l’accusa di concussione per costrizione sostenuta dal tribunale, che difficilmente reggerà al ricorso, rischiando addirittura di comportare l’effetto opposto, cioè fare del colpevole un martire.

Giustizia, una parola abusata – Un comportamento di questo tipo è molto pericoloso. La magistratura rappresenta la giustizia nel momento in cui questa rispetta e segue le regole imposte dal sistema democratico, i cui pilastri, nel nostro ordinamento, sono rappresentati da un’imparzialità assoluta, dal principio – prima accennato – dell’oltre ogni ragionevole dubbio e di universalità. Ora, nel momento in cui una corte, per condannare una persona – a prescindere dal suo aver commesso o meno il reato – forza la mano, viola le proprie regole o la propria prassi e supera certi limiti, commette un delitto di dimensioni abnormi, non solo verso l’imputato, ma verso tutto il sistema democratico e il concetto stesso di giustizia. Diviene un mezzo di controllo e di potere, oltre che di iniquità, in cui il pensiero dei giudici prevale sull’istituto del diritto. Una situazione del genere raccoglie in sé le potenzialità per trasformare una democrazia in qualcosa di diverso, per subordinare la politica al potere giurisdizionale in un rapporto malato, che poco ha a che fare con i principi difesi in tutta Europa a partire dal XIX secolo.

Tendenza pericolosa – In Italia, purtroppo, tale tendenza è sempre più condivisa e approvata o, meglio, giustificata, purchè possano essere raggiunti certi obiettivi. Giustificando un iter e uno svolgimento oggettivamente anomalo del processo a Silvio Berlusconi, non si fa un favore al Paese, ma l’esatto contrario. Gli episodi controversi, durante il procedimento, sono stati moltissimi, e non solo nella raccolta di prove che molti giuristi, anche di sponda PD, sostenevano insufficienti ad una condanna – proprio secondo il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio – ma per l’atteggiamento stesso che la magistratura ha tenuto, per tutto l’iter, nei confronti della difesa. L’impressione, a volte, era che la sentenza fosse già ben scritta nella testa di chi di dovere, ancora prima di una valutazione nel merito. Questo, uno Stato di Diritto, non può accettarlo. A prescindere che l’imputato sia San Francesco o Adolf Hitler.

In una situazione di altro tipo, la corte avrebbe probabilmente riconosciuto il reato di concussione per induzioni indebite – con riferimento alla telefonata svolta dal Premier -, ma non certo la costrizione, facendo probabilmente cadere gli altri capi di imputazione. Un reato, comunque, condannabile ad una pena minima di tre anni. Ma per poter dire qualcosa di più bisognerà attendere le motivazioni della Corte.

Giustizia, morale, opinione pubblica – Mischiare morale, giustizia e opinione pubblica, rischia di rendere il sistema giustizia l’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere, malato a tal punto da non essere più curabile, se non attraverso grandi sacrifici e scenari potenzialmente catastrofici. La giustizia può condannare imputati raccogliendo prove definitive sulla loro colpevolezza. In caso contrario, anche qualora l’imputato avesse magari commesso il reato ma non vi fossero prove a sufficienza, non può e non deve permettersi di forzare la mano. La realtà, dura ma cruda, è questa. Il rischio, altrimenti, è quello di mettere da parte un mostro – per rendere l’idea – al costo di crearne un altro, ancora più invasivo e dannoso, potenzialmente capace e legittimato a farsi scudo della legge per poter influenzare, personalmente, ogni aspetto del nostro Paese.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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