Il rifiuto del mondo reale per quello virtuale: storia degli Hikikomori

16/12/2016 di Francesca R. Cicetti

Sempre più adolescenti che vivono in una stanza, e non hanno nessun contatto col mondo esterno, ad esclusione della rete. Un fenomeno anche italiano.

Hikikomori

Il termine parla da sé. Una storia giapponese, lontana e astrusa come un inchino all’ingresso di una casa. Come la prassi di togliere le scarpe, o qualche altra usanza straniera, parola straniera, in una lingua straniera. Insomma, un universo distante, intangibile. Lontano. E invece no. Il fenomeno degli hikikomori mette radici anche qui, in Europa e in Italia. Il dramma di quegli adolescenti che scelgono di vivere giorni, mesi interi dentro la propria stanza. E arrivano a rimanere reclusi per anni, o forse anche per la vita intera.

L’età è quella critica, l’adolescenza. Che molto spesso cammina fianco a fianco col rifiuto delle convenzioni, l’odio per il mondo adulto, il rifiuto della crescita. Di fronte al confine tra l’età delle responsabilità e l’infanzia, non sono più pochi i ragazzi che si rifiutano di muovere anche un solo passo. E non potendo tornare indietro – è la vita, funziona così – scelgono un piccolo universo privato, una cameretta, quattro mura. Quello è l’unico mondo che sono disposti ad accettare.

È un dato di fatto: la Rete è un posto meraviglioso dove andare. Un luogo magico, dove ciascuno può crearsi una vita nella vita. Un’esistenza come quelle che non riusciamo ad avere, plasmata sui nostri sogni, sulle nostre realtà. Da qui nasce l’isolamento. Non sono malattie invalidanti, allergie, impedimenti fisici a chiudere gli adolescenti hikikomori nelle loro stanze.  Sono gli arresti domiciliari di una vita che non li comprende. Che non comprende questi ragazzi, tanto da spingerli a rinunciare a tutto. Un abbraccio, una boccata d’aria, un paesaggio. Accettano porzioni di cibo attraverso finestrelle nelle porte, come carcerati. E in fondo è quello che sono.

Non è chiaro se sia nato prima il disagio adolescenziale o l’attrazione per la Rete. Ovvero, se i ragazzi si recludano nelle proprie stanze per godere di un universo, quello di Internet, migliore del proprio. Oppure se una volta dentro, già in fuga o dalle loro paure, il mondo virtuale rappresenti una meravigliosa alternativa alla realtà. Tra le due, forse la prima è più plausibile. Che i ragazzi, quindi, spaventati e circondati dalle responsabilità, scelgano di nascondersi. E solo allora scoprano la bellezza sgargiante di Internet. Le infinite possibilità di connessione, senza il bisogno di uscire dalla propria stanza.

Insomma, è pur vero che la Rete attrae come una cicala chiassosa, promette e restituisce, ma anche priva; però è anche vero che la demonizzazione di Internet non serve. Anzi, è spesso nociva. Perché il web concede sì una sensazione di straniamento, d’isolamento. E se impedisce la vita sociale, il contatto, è giusto bandirlo. Dove non permette di vivere e diventa un’ossessione, tutto andrebbe estirpato. Ma in tutti gli altri casi no.

Nel caso degli hikikomori, i terapisti del nuovo millennio arrivano ai ragazzi proprio tramite pc. Compaiono sui loro schermi, direttamente nelle loro stanze, e solo allora possono davvero aiutarli. Attraverso quell’unica forma di contatto che accettano.

Oltre a questo, ci si dimentica a volte che la Rete non vuol dire solo rinunciare ai rapporti umani, alle strette di mano. Connessione è socializzazione. E chi lamenta lo stritolamento delle relazioni, quelle vere, spesso lo fa dalla sua metropoli. Da lì, è inevitabile scordare tutti i ragazzi di periferia, dei piccoli paesini, che in chat hanno scoperto la meraviglia di un’interazione stimolante, oltre alle chiacchiere da bar, oltre i propri confini. Il web è anche libertà. Per tutti.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.