Ricerca psichiatrica? Fortuna, ma non basta

18/01/2015 di Pasquale Cacciatore

Da dove ricaveremo i nuovi farmaci psichiatrici per il futuro? È ormai evidente come il mondo della farmaceutica psichiatrica stia vivendo una vera e propria crisi, soprattutto in termini di nuove scoperte.

Psichiatria

Molte aziende hanno già mollato la cima nell’ambito della farmaceutica psichiatrica, ed il direttore di ricerca di una delle più importanti al mondo ha dichiarato, con ironia, quanto servirebbe, paradossalmente, proprio un aiuto psichiatrico a chiunque decidesse di intraprendere questa strada.

Gli scienziati continuano indubbiamente a ricercare in ambito neurologico e molecolare, sperando di individuare una strada verso nuovi trattamenti; per il momento, però, non ci si può che focalizzare sulla buona sorte. È sbagliato infatti denigrare il colpo di fortuna in tal senso. L’antibiotico minociclina è risultato essere un candidabile farmaco per il trattamento della schizofrenia dopo che due pazienti giapponesi avevano mostrato importanti miglioramenti dei sintomi psicotici dopo averlo utilizzato come trattamento. Anche il warfarin, celebre anticoagulante, potrebbe essere usato nella schizofrenia: in un’analisi statunitense, un gruppo di ematologi ha dimostrato che il farmaco sembra migliorare i sintomi. Ovviamente ci possono essere molte spiegazioni a queste osservazioni, ed i vari trial richiedono conferma. Ma se si riuscisse ad individuare il meccanismo di azione, ciò potrebbe essere molto utile per il campo della ricerca sulla schizofrenia.

Per quanto riguarda la depressione, nel corso degli ultimi anni sono state fatte molte importanti scoperte da parte di neuroscienziati che studiano la funzione cerebrale. Studi con ketamina su volontari sani hanno dimostrato che il farmaco induce un rapido miglioramento dell’umore. Ciò ha condotto a trial clinici che ne hanno dimostrato l’efficacia contro la depressione. La psilocibina, il principio attivo psichedelico dei funghi allucinogeni, è stata utilizzata per indurre stati alterati di coscienza in volontari sani, e anche in questo caso si è ottenuto un netto miglioramento dell’umore. È così che è nato un nuovo studio farmacologico sulla depressione terapia-resistente che inizierà tra pochi mesi sotto la guida del UK Research Council.

Alcune scoperte casuali non son nuove: probabilmente si può dire che quasi tutti i farmaci che oggi si usano in ambito psichiatrico sono stati ottenuti dopo scoperte accidentali. Gli effetti rilassanti delle benzodiazepine o del litio sono stati individuati per caso in studi su animali, così come molti antidepressivi o antipsicotici derivano dall’analisi di effetti benefici psicologici su umani (alcuni erano stati concepiti come farmaci anti-tubercolosi).

Oggi, sulla base delle attuali conoscenze, si progettano nuovi farmaci appartenenti alle stesse famiglie, che hanno magari efficacia superiore e meno effetti collaterali; si tratta però di “copie”, basate sullo stesso meccanismo d’azione. Per questo motivo, tale ambito di ricerca non porta ad un vero avanzamento nella conoscenza avanzata delle neuroscienze di antidepressivi o antipsicotici, almeno in termini di target molecolari. Ogni giorno miliardi di persone prendono medicinali; alcuni di esse i potrebbero avere effetti inaspettati su sintomi neurologici o psichiatrici, ed al momento non c’è nessun modo per ricavare queste informazioni.

Non è possibile, in ogni caso, progredire in questo ambito di ricerca basandosi solo sulla fortuna. La maggior parte dei Paesi occidentali ha già creato sistemi di collezione di dati relativi a reazioni avverse; un sistema analogo dovrebbe quindi essere creato per quanto riguarda i benefici effetti psichiatrici dei composti utilizzati (ed alcune nazioni hanno già iniziato a muoversi verso questa direzione, prime fra tutte Svezia e Danimarca). Utile potrebbe essere anche l’approccio mirato al paziente. Forum online permettono già oggi a milioni di pazienti di condividere esperienze su antipsicotici e antidepressivi; basterebbe un sistema di questionari da pubblicizzare su tali piattaforme per recuperare tantissimi dati direttamente alla base.

Infine, un approccio più radicale potrebbe riguardare l’abbattimento del tabù relativo alle droghe; questionari (anonimi, magari) destinati agli utilizzatori – siano esse droghe pesanti o leggere – potrebbero rappresentare un buon punto di partenza per le ricerche sui composti contenuti in tante sostanze d’abuso e i loro effetti psichiatrici. Ovviamente per far ciò bisognerebbe vincere le barriere politiche e quelle deontologiche, con tutti i problemi correlati alla conduzione di trial clinici, di creazione di database o pubblicazione su riviste internazionali.

Qualcosa, però, va certamente fatto. Col crescere delle diagnosi di patologie psichiatriche e il sempre maggior numero di pazienti che risultano resistenti alle attuali terapie, non è più possibile attendere che un colpo di fortuna spiani la strada verso nuove ricerche farmacologiche. O, perlomeno, quel colpo di fortuna bisogna favorirlo.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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