Riccardo Gualino, l’imprenditoria italiana alla conquista della Russia

25/05/2013 di Matteo Anastasi

«Imprenditoria» e «finanza» sono parole che contraddistinguono, sovente in negativo, il nostro tempo. Ma sono anche termini che, quando integrati adeguatamente l’un con l’altro, possono portare a grandi risultati. O almeno a sfiorarli. E Riccardo Gualino, biellese classe 1879, questi grandi traguardi li sfiorò, costretto ad arrendersi solo di fronte al sorgere di un evento ben più imponente di lui e dei suoi sogni: la Prima guerra mondiale.

Riccardo Gualino
Riccardo Gualino

La carriera di Gualino iniziò attorno al 1908 nelle immense foreste dei Carpazi, tra la Romania e la Transilvania austroungarica. In quegli imponenti alberi – «diritti come colonne» – il coraggioso imprenditore italiano, neanche trentenne, fiutò all’istante l’«affare», mettendo quell’enorme quantità di legname al servizio di un grande progetto urbanistico avente l’obiettivo di far sorgere una «nuova Pietroburgo». Scovò il terreno dove lavorare nell’isola Vasilevskij – situata sul delta della Neva, tra Golfo di Finlandia e Pietroburgo – dove una malconcia società locale, sommersa dai debiti, possedeva due milioni e seicentomila metri quadrati di terreno.

Convinse un gruppo di finanziatori inglesi ad acquisire quelle terre e si gettò con tutte le energie a disposizione nell’intricata ragnatela amministrativa dalla quale occorreva ottenere il via libera all’edificazione. Conquistati i permessi necessari, furono costruite decine di palazzi e affittati i primi alloggi, il tutto preceduto da una fastosa festa inaugurale indetta in una tiepida domenica d’inizio luglio. Quell’evento, tuttavia, non riuscì a conquistare le prime pagine dei giornali, già occupate dalla notizia di un attentato, avvenuto pochi giorni prima a Sarajevo, nel quale era rimasto ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero di Vienna. Ma l’imprenditore italiano e i suoi soci sembravano convinti la diplomazia europea sarebbe riuscita a far rientrare la crisi. Così non fu. Gualino lo comprese ricevendo un’improvvisa telefonata che gli preannunciava l’imminente scoppio delle ostilità: «Partite immediatamente; credo che sarà l’ultimo treno. Buona fortuna». Così si concluse l’impresa di Gualino in terra zarista. E così finirono altre floride imprese in cui aveva investito e guadagnato e che fu costretto a far fallire o ad abbandonare ad altri proprietari, soprattutto all’indomani della crisi economico-finanziaria del 1929, che lo affossò definitivamente: la Snia – Società di Navigazione Italo Americana – nel campo del trasporto marittimo; la Rumianca nel settore chimico; la Venchi Unica nell’industria del cioccolato; la Lux Film nella cinematografia; la Banca Agricola Italiana – poi confluita nell’Istituto San Paolo di Torino – nell’attività bancaria e finanziaria.

Giocatore e affarista, Gualino fu anche uno straordinario mecenate, uno dei più illustri del suo tempo, creando a Torino una cittadella della cultura frequentata da personalità nel campo dell’arte del calibro di Lionello Venturi e Felice Casorati. Con l’avvento del fascismo, fu punito per le spericolate avventure finanziarie e – soprattutto – per le roventi critiche rivolte contro la politica monetaria del regime, con l’invio al confino, nell’isola di Lipari. In quegli anni si dedicò alla redazione dell’autobiografia, edita nel 1931, che ha permesso la redazione di questo articolo. Morì – quasi a sugellare il suo amore per l’arte – a Firenze, la città del Rinascimento, nel 1964.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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