La retorica del giornalismo controcorrente

12/06/2014 di Francesca R. Cicetti

Giornalismo

È vero, procedere in direzione ostinata e contraria ci fa provare l’ebbrezza di far parte della minoranza, di essere gli eletti in un gruppo ristretto, di detenere una verità sconosciuta al grande pubblico. È appagante osservare la maggioranza andare alla deriva, saltare sul carro del vincitore (quale che sia), e poter osservare il disfacimento dal proprio angolino sicuro. Seguire il proprio piccolo, solitario pensiero nobilita l’animo, senza negare che ci sia poi una certa soddisfazione nella retorica del “ve l’avevo detto”. Immancabile, quest’ultima, ma anche inevitabile. Soprattutto se l’opposizione diventa uno stile di vita. Più principio che fatto.

Sarà di nuovo colpa della rete (va di moda affermarlo), perché lascia uno spazio virtuale illimitato a ciascuno, e genera un’ansia da critica sempre più diffusa. In un contesto in cui tutto è massa, viene spontaneo tentare di emergere. È vietato accettare il parere altrui. E non c’è nulla di male, se questo gioco dell’opposizione viene dal singolo, dal cittadino alle prese con la propria coscienza civica. Al contrario. Non esiste nulla di più dignitoso di una ricerca di giudizi propri, di una presa di posizione dettata dalla consapevolezza e dalla comprensione, piuttosto che dal sentito dire.

Marco TravaglioSe la ragione della critica fosse l’autocoscienza, non ci sarebbe invito migliore di quello a proseguire. Eppure, la politica della corrente contraria sembra diventare sempre di più uno stato di principio. Un dogma che impone di non essere mai d’accordo. Mai. Perché chi si dichiara in accordo è uno schiavo. Schiavo del potere, schiavo della maggioranza, schiavo delle televisioni, della rete, dell’opinione condivisa. Schiavi contro dissidenti, dove i dissidenti, per il semplice fatto di andare contro, hanno sempre ragione.

Eppure, l’opinione più intelligente non è sempre quella più critica. L’idea più brillante non sorge sempre dalle ceneri di un rimprovero. Essere d’accordo, di tanto in tanto, con i fulcri del potere, non ci rende servi dei partiti, dei governi, della politica. Anche i giornalisti dovrebbero imparare a ricordarlo. Quella di voler andare a tutti i costi controcorrente è una retorica disfattista che non fa bene al Paese, perché non fa bene al morale. Va di moda, questo sì. La colpa, senza dubbio, è di una radicata tradizione contraria. Falsità, frasi non dette, verità taciute per proteggere e per nascondere. E questa è la risposta del giornalismo nostrano. Solo che, per questo sentiero, si rischia di incappare nell’errore esattamente opposto. Insomma, non è detto che per essere brillanti si debba essere sempre, sempre in disaccordo.

Quello del giornalismo servo, è vero, è un cancro. Una rinuncia alla verità che distrugge l’informazione e l’interesse, e che aiuta a tenere in piedi più a lungo del dovuto sistemi malfunzionanti e retrogradi. Ma le opzioni non sono due solamente. Non è un ring, il giornalismo, con reporter politicizzati da un lato, e dall’altro penne ostinatamente controcorrente. Perché essere critici non è uno sport. Non deve servire a mettersi in salvo, a tutelarsi per poi potersi battere il petto come cassandre inascoltate. È una questione di coscienza, non di principio. Perché il principio uccide la coscienza. E un giornalismo senza coscienza, è un giornalismo morto. Questo sì, davvero, significherebbe essere servi.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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