Siria: il mosaico della resistenza

12/09/2013 di Elena Cesca

resistenza in Siria

“My fellow Americans, tonight I want to talk to you about Syria — why it matters, and where we go from here”“Sono qui stasera per parlarvi della Siria” – Con queste parole il presidente degli Stati Uniti ha aperto il suo discorso alla nazione del 10 Settembre. È sera e Obama si appresta a raccontare al suo popolo cosa sta accadendo in un posto che gli Americani non sanno collocare sulla cartina geografica, quasi a rimembrare l’immagine di un padre di famiglia che racconta ai suoi pargoli storie di vita lontana.

Raccontare la favola triste della Siria, però, non è affatto facile. Qualora l’America decidesse davvero di entrare in guerra, sarebbe difficile spiegare agli Americani al fianco di chi ci si schiera. La situazione nel paese è una delle più complesse e risulta arduo dividere i combattenti tra buoni e cattivi, dato che, anche all’interno dei presunti “buoni” (i ribelli al regime di Assad), vi sono infiltrati (qaedisti). Nel suo discorso, Obama accusa apertamente Assad di essere responsabile dell’uso delle ami chimiche e delle violazioni internazionali, anche se sulla questione vi sono ancora molti lati oscuri.

resistenza-siriaAlleati dubbiosi. Intanto, anche la Russia, nelle ultime ore, sembra ravvedersi e si è dimostrata a favore delle indagini sulle armi chimiche, sebbene vi possa anche essere un accordo di connivenza con il regime di Assad. Nella giornata di ieri, mentre a Ground Zero si commemoravano le vittime dell’11/9, è stato consegnato agli USA il piano russo per interrogare Bashar Assad sui suoi arsenali. Seguirà a Ginevra l’incontro tra il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, e il Segretario di Stato USA, John Kerry, in cui si discuterà la recente approvazione del parlamento russo a sfavore di un intervento armato in Siria e a favore della sottoposizione dell’arsenale chimico siriano al controllo della comunità internazionale.

Nell’attesa di sapere si spera quanto prima possibile- come si evolveranno gli incontri, cerchiamo di fare luce sull’ala che appoggerebbe l’America e l’Occidente in questo conflitto complicatissimo.

26 Gennaio 2011 è il giorno in cui il wind of change ha iniziato a soffiare sulla Siria. Hasan Ali Akleh è il primo martire della ribellione siriana. Cittadino siriano, si cosparge di gasolio e si da fuoco per protestare contro il regime di Assad, governatore sciita di un paese a maggioranza sunnita. 10 giorni dopo, il 5 Febbraio, il popolo siriano di Facebook e Twitter indice il “giorno della rabbia”, ma il regime blocca i social network e la protesta fallisce. Altri 10 giorni e si da inizio alle manifestazioni di massa: dopo la repressione e l’arresto di alcuni studenti accusati di aver realizzato graffiti contro il regime, il 15 Febbraio il popolo siriano protesta contro le leggi speciali in vigore dal 1963. Così come accadeva ormai da 50 anni, il regime reagisce promettendo nuove riforme, ma intanto assedia le città sunnite spiegando le forze armate e ordinando loro di aprire il fuoco per reprimere le manifestazioni.

Gruppo terroristico armato. Così è giudicata, dal regime, l’unione dei soldati che disertano l’esercito e i civili che si oppongono al governo e alle sue repressioni. Si iniziano a creare, quindi, prima delle unità di combattimento, e poi un “Esercito Siriano Libero” che, secondo le stime più accreditate, conterebbe 80mila unità. Turchia, Arabia Saudita e Qatar appoggiano i “ribelli”. Dall’altra parte, Russia e Iran appoggiano il regime di Assad, insieme agli Hezbollah libanesi (sponsorizzati dall’Iran), ai gruppi palestinesi di Damasco e quelli curdi del Nord. Stati Uniti e il resto dell’Occidente condannano il regime dispotico ma non si pronunciano a favore di alcun intervento.

Divisioni tra i ribelli. La resistenza al regime di Assad, però, nasce malata. All’interno dei ribelli stessi si sono venute progressivamente a creare, infatti, delle frange interne, a seconda del paese più affiliato, della ispirazione religiosa e delle aree territoriali, finendo per privare il fronte della resistenza di un leader unico e di forze compatte. I ribelli si dividono tra islamo-pragmatici, nazionalisti e quaedisti. La linea seguita dall’Esercito libero è ufficialmente laica e nazionalista, ma al suo interno è talvolta difficile distinguere i vari tasselli del mosaico islamico. Si ricorda, infatti, la formazione del Fronte Islamico Siriano Di Liberazione (Fisl), l’ala islamista sorta nel settembre 2012 che conterebbe circa 25mila combattenti. Sempre di matrice islamica, le cosiddette Brigate Farouq costerebbero di circa 14mila uomini e sarebbero un gruppo affiliato all’Esercito Siriano Libero stanziato dall’autunno del 2011 prevalentemente a Homs, lungo il confine ovest siro-turco. Più estremista è il Fronte islamico siriano (Fis), 25mila, un’alleanza salafita radicale che dal dicembre 2012 promuove l’istituzione di uno stato islamico guidato dalla sharia. Ad esso si associa il Movimento islamico Ahrar al Sham Leader (dati incerti), la più corposa fazione salafita siriana nel settentrione del paese. Incerti anche i dati relativi alle
Brigate dei martiri della Siria
, foraggiate dall’Arabia Saudita.

Non mancano gli infiltrati di Al-Qaeda. il Fronte al nusra il cui leader è Abu Mohammed al Golani, conterebbe 5-7mila combattenti con una forte concentrazione a Raqqa (Nord-Est lungo il fiume Eufrate) e nella periferia di Damasco, tra cui è alta la presenza dei jihadisti dell’Iraq. Il Fronte al nusra, come tale, è stato inserito nella lista nera dell’intelligence americana e si presenta come il gruppo più attivo, intraprendente e organizzato. Al contrario, la Brigata Liwa Al Islam è sostenuta dagli USA insieme alla Giordania che favorisce il transito di armi.

Forse Ribelli SiriaImportante anche la frangia curda a nord. L’Unità di protezione popolare (Ypg) è il principale gruppo armato curdo, conta qualche migliaio ed è vicino al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan e al PYD, Partito Curdo dei Lavoratori. Contro la fazione curda c’è la Turchia che sostiene alcune brigate del Syrian National Council (SNC), la cui base è infatti a Istanbul. Proprio la nuova nomina di un candidato saudita alla guida del SNC ha recentemente sollevato il disappunto del Qatar che, naturalmente, premeva a favore di un suo nazionale. Data la sua struttura (un’Assemblea Generale, un Segretariato e un Comitato esecutivo) il Consiglio Nazionale Siriano è assimilabile ad un governo in esilio che, difatti, è supportato e riconosciuto da alcuni paesi (USA, Francia, Lega Araba) mentre con altri (Italia, Canada, Belgio, Germania, Paesi Bassi, Turchia) intrattiene solo rapporti di dialogo.

Scontro della civiltà. Nel 1996 veniva pubblicata l’opera di Samuel Huntington dal titolo “Lo scontro delle Civiltà e nuovo ordine mondiale” (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order), in cui si prefigurava, nel post-guerra fredda, la possibilità di un conflitto su base religiosa e identitaria. Il rischio di un potenziale scenario bellico di stampo religioso non sarebbe di fatto escludibile. Come si è visto, le stesse faglie all’interno della resistenza siriana viaggerebbero lungo le diverse sfumature della Fede. Un affiancamento delle forze occidentali – e non solo- alla corrente sunnita in funzione anti-sciita confonderebbe gli obiettivi della crociata americana in Medio Oriente e spalancherebbe le porte al jihadismo sunnita, al contempo suscitando il coinvolgimento opposto di Israele e quindi la reazione di Teheran. Ecco perché in certi casi fidarsi/allearsi è bene ma non fidarsi è meglio.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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