Renzismo senza dirigenza, il vero problema del Premier Segretario

19/06/2015 di Luca Andrea Palmieri

E’ una questione non da poco: a qualche anno dalla retorica della rottamazione, la scalata del leader del PD lo ha portato ai vertici della politica italiana. Ma non gli ha permesso di far crescere, intorno a sé, un gruppo di giovani dirigenti politici pronti a far valere la loro forza nel territorio. Il risultato è netto: alle amministrative i candidati di Renzi hanno quasi sempre perso.

Cosa hanno in comune Raffaella Paita, Alessandra Moretti e Matteo Bracciali? Svariate cose: innanzi tutto, sono tutti politici del Pd. Poi, sono stati candidati alle ultime elezioni amministrative, le prime due per le Regionali, rispettivamente in Liguria e Veneto, il terzo come sindaco di Arezzo. Terza cosa, sono tutti e tre squisitamente “renziani”, per parlare in termini di correnti (cosa che allo stesso Matteo Renzi piacerebbe ben poco).

In modi diversi, va detto: La Paita, cresciuta politicamente nelle giovanili dei DS e nel Comune di La Spezia, storico feudo di Claudio Scajola, ha vinto con un’infinità di polemiche le primarie contro Sergio Cofferati. E’ stata considerata una candidata per lo più centrista, ben vista anche da parte del centro-destra e, fondamentalmente, renziana di ferro. Alessandra Moretti, invece, non ha di certo nel renzismo le sue basi politiche: fino a pochi anni fa era una fedelissima di Pierluigi Bersani. Un’ambivalenza che ha pagato molto, negli ultimi anni, in termine di immagine, anche se non le ha impedito di ottenere senza patemi un posto al Parlamento Europeo nel trionfo del 2014(elezioni in cui il mattatore è stato comunque Renzi, non certo lei): chissà se si è pentita di aver lasciato il seggio europeo per correre nel baratro delle regionali.

Ultimo caso quello di Matteo Bracciali. Candidato giovanissimo (appena 31enne), nella città del ministro Boschi. Proveniente dal mondo delle ACLI (le associazioni cristiane dei lavoratori), piuttosto deciso nella campagna elettorale, arrivato ai ballottaggi ma perdente, nella città governata per otto anni da Giuseppe Fanfani, nipote del ben più celebre Amintore, ex Primo Ministro DC. Troppo giovane, troppo deciso, senza il cognome giusto. Si è detto molto ad Arezzo della sua sconfitta politica. Fatto sta che, a livello nazionale, è stata quasi percepita come un colpo al premier, in modo probabilmente anche esagerato.

Tre profili fondamentalmente diversi, ma accomunati dallo stessa appartenenza renziana, eppure perdenti. D’altronde una delle principali caratteristiche del Primo Ministro è proprio la tendenza all’accentramento su di sé di tutto: campagna elettorale, aspettative, slogan, persone. E’ qualcosa di visibile giornalmente nella sua comunicazione politica. Dalla retorica della possibilità e dell’ottimismo, passando per quella del cambiamento, fino all’”annuncite”, a volte esasperata. Tutte tendenze che vogliono far passare il messaggio di un dinamismo inarrestabile e dei risultati, al punto che tutti gli annunci positivi sono fatti per mano del Premier, mentre le difficoltà passano sempre per la voce dei suoi ministri.

Quest’accentramento però non ammette scontri, non ammette ombre. E’ un protagonismo politico che si ispira al culto della persona che, fondamentalmente, ha sempre avuto una certa influenza nel nostro paese, e che è riesploso negli anni ’90 con Silvio Berlusconi. Dopo vent’anni in cui non ci sono state forze capaci di contrastare la personalità dirompente dell’ex Cavaliere, negli ultimi anni ne è esplosa più d’una in grado di dominare il dibattito con la propria forza retorica. Oltre allo stesso Renzi c’è Beppe Grillo (che pure ha un’età, e che sta lentamente passando la mano ai suoi successori nel Movimento), ma anche Matteo Salvini, la cui leadership della Lega sembra pronta a relegare a un ruolo marginale lo stesso Cavaliere.

Tornando al Pd, quanto spazio c’è alle spalle di Renzi per altri leader che abbiano carisma e capacità di attrazione politica simili a quella dell’attuale premier? Ben poco ovviamente, e questo rischia di diventare un problema: ne sa qualcosa Berlusconi, con le sue enormi difficoltà nel gestire una transizione di Forza Italia che vada oltre la sua persona. Tuttavia un’idea politica che si concentri sulla forza d’impatto di una sola persona non è destinata a durare. A tutto questo però si aggiunge un problema ulteriore. Perché Salvini al suo fianco ha uomini come Zaia o Maroni, in grado di affrontare con successo le competizioni elettorali territoriali anche in situazioni difficili. Questione di esperienza, di radicamento sul territorio. Lo stesso che hanno alcuni candidati di Berlusconi, magari anche grazie alla loro storia politica precedente. Invece, nel centro-sinistra, chi il radicamento nel territorio lo ha, solitamente o è legato alla vecchia dirigenza. O si parla dei “casi a parte”, come quelli di Michele Emiliano in Puglia e Vincenzo De Luca in Campania. Vincenti (anche nonostante guai giudiziari, il secondo), ma di certo non assimilabili alla scuderia del premier.

Il Pd renziano invece manca di leadership credibili a livello locale, ed è un problema non da poco per il suo segretario. La scalata alla cima del PD e del paese è stata rapida, tanto che non c’è stato il tempo per lui di costruire un gruppo dirigente che si estendesse capillarmente nei contesti territoriali. Si, ci sono i fedelissimi della segreteria, ma sono in numero limitato. Non che i candidati del vecchio gruppo dirigente se la passino meglio, tra scandali ed erosione del consenso (non c’è Regione dove il PD non abbia perso voti rispetto a cinque anni fa, anche dove ha vinto più agevolmente). Però non è un caso che i candidati di Renzi siano quelli andati peggio. Un problema figlio dei contrasti interni, ma anche della scarsa personalità, presentabilità, e forza d’impatto di candidati che a volte sembrano semplici figurine, messe lì per dare un volto al partito, a volte pallidi riflessi della personalità dirompente di Renzi stesso.

Non è un caso dunque che questi abbia manifestato, tutto sommato, scarso interesse per le elezioni locali. Ma non è qualcosa che potrà permettersi di fare ancora. Perché l’erosione del consenso è evidente, ed è figlia di molte cause, tra cui i molti errori, le difficoltà nel dibattito sulle riforme, l’aggressività degli avversari, i continui scandali, gli infiniti problemi di ogni giorno. E questa erosione nelle competizioni elettorali si cristallizza, dando agli avversari sempre più slancio. Così la sinistra si trova da un lato candidati in difficoltà, poco appoggiati dal partito e indeboliti dalla fatica cronica della loro classe dirigente di riferimento, dall’altro candidati deboli ed ancora troppo poco radicati per affrontare le mille insidie della politica locale. Le due parti, poi, spesso sono in contrasto tra di loro. E’ una questione che Renzi deve affrontare in fretta, se non vuole rischiare di scavarsi la sua stessa fossa. Politica, si intende.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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