Renzi sulle primarie rischia la rottamazione

24/11/2015 di Edoardo O. Canavese

Il malcontento di Richetti per la mancata rottamazione. L’ira funesta di Bassolino per la regolamentazione delle primarie in modo da scongiurarne la candidatura a sindaco. Il Pd di Renzi fa i conti con le promesse tradite da segretario, ma soprattutto col vuoto politico tra idee e nuovi dirigenti che rischia di determinarne la sconfitta.

A breve sarà il secondo anniversario della conquista renziana del Pd. Sembra passato molto più tempo per le aspettative e promesse di rifondazione del partito avanzate dopo il regno di Bersani. Oggi tuttavia il Pd non pare molto diverso da quello che l’8 dicembre 2013 si apprestava a designare il suo nuovo segretario. La leadership di partito si è rafforzata a costo di forzature ed ultimatum serviti ai dissidenti; la classe dirigente, nazionale e locale, salvo rare eccezioni, somiglia molto a quella del passato; quel senso d’ambiguità, infine, cui ci aveva abituati la segreteria di Bersani, così incerta e cangiante su tematiche quali giustizia, diritti civili, alleanze, oggi si riscopre, non tanto in materia di azione legislativa, quanto piuttosto in termini di regole di partito. Sono due i protagonisti della messa in stato d’accusa dell’operato di Renzi come segretario, molto diversi tra loro: Matteo Richetti e Antonio Bassolino.

C’è un filo rosso che unisce Richetti e Bassolino: entrambi hanno creduto nell’opera di vivace rilancio prospettata da Renzi. E probabilmente entrambi ne sostengono l’operato al governo. Tuttavia, per motivi opposti, ne contestano quello di segretario. Richetti, uscito dai radar renziani dopo aver rinunciato alle primarie regionali in Emilia Romagna, dopo l’assoluzione dall’accusa di peculato alza la voce sul mancato ricambio generazionale e politico dopo l’8 dicembre 2013. I candidati e i dirigenti di partito, sostiene, costituiscono elementi di continuità con il passato tanto criticato. L’accusa è grave, tanto più perché viene da un renziano della prima ora: la rottamazione non sarebbe mai divenuta realtà.

Dove si è smarrita la rottamazione? Probabilmente tra i meandri di Palazzo Chigi. La conquista della Presidenza del Consiglio ha messo le esigenze di partito in secondo piano rispetto a quelle nazionali. Tuttavia, mantenendo l’incarico di segretario, Renzi ha creduto di riuscire a mantenere l’aura di Pd “rottamando”, nonostante proprio durante i suoi primi mesi di premier i candidati alle europee rappresentassero per buona parte membri della vecchia nomenklatura: un nome su tutti, Sergio Cofferati. Si sarebbe potuto pensare che si trattasse di un diversivo, spedire a Bruxelles vagoni di vecchi elefanti dem per estrometterli dal partito nazionali e dal suo destino. Tentativo fallito, dato che proprio Cofferati, ricandidandosi poco dopo per la guida della Liguria, avrebbe evidenziato non solo i limiti coercitivi della leadership renziana, ma soprattutto l’assenza di regole che armonizzino le primarie del partito. Mancanza in cui il redivivo Bassolino oggi sguazza.

La classe dirigente nazionale non è cambiata, e laddove è successo ciò è accaduto grazie alle primarie. Queste però non sono mai state regolamentate, rendendo possibili episodi d’imbarazzo partitico come il già citato caso Cofferati. La fallibilità delle primarie è cosa antica. Già durante la segreteria Bersani costituì un’arma pericolosa. Nel 2012 proprio a Napoli il sospetto di brogli regalò a De Magistris la città e al Pd una delle sue peggiori figure. Perché la segreteria renziana non è intervenuta sul Far West delle primarie, fino a pochi giorni fa? Lasciamo ai lettori se sia opportuno o meno che Bassolino, due volte sindaco, due volte presidente campano, una volta ministro, si ripresenti all’ombra del Vesuvio. Riteniamo tuttavia inopportuno e fonte di legittimo imbarazzo l’atteggiamento censorio dell’entourage di Renzi che solo dopo l’autocandidatura di Bassolino si ripropone di regolamentare le primarie, e di farlo sfacciatamente contro l’ex sindaco.

Primarie costruite sull’unico scopo di impedire a Bassolino di accedervi non funzioneranno. L’episodio non è solo spia di una segreteria, quella di Renzi, sacrificata nell’agenda di un premier con ben altri, legittimi pensieri, ma pure dell’assenza, denunciata da Richetti, di una classe dirigente nuova in grado di assumere incarichi così illustri. Se Bassolino si candida a Napoli è perché il partito non ha candidato ancora nessuno. E se i giornali scrivono di un Rutelli papabile per Roma, è perché il partito non ha idea su chi affidarsi (e di chi fidarsi) nella capitale. E se Renzi pensa di imporre la candidatura di Sala a Milano, o di ritardare le primarie per indebolire tutti gli altri concorrenti, è perché il premier si arrende all’evidenza del fallimento della sua missione di segretario rottamatore: non solo far fuori i vecchi, ma pure valorizzare i nuovi. Renzi ha tempo pochi mesi per decidere cosa vuol fare del partito, poi gli elettori esprimeranno il proprio giudizio alle elezioni municipali: in gioco non c’è solo il governo, ma la centralità stessa del Pd nel sistema politico. Decisivi saranno gli appuntamenti intermedi: il Banchetto Day il 5-6 dicembre, che porterà in piazza le idee del Pd per il governo, e la Leopolda, l’11-13 dicembre.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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