Renzi e il grande azzardo Mogherini

01/08/2014 di Edoardo O. Canavese

Mogherini

Il termine ultimo per la presentazione dei candidati europei alla Commissione guidata da Junker è scaduto e Renzi, violando l’etichetta, ha confermato la pretesa della poltrona degli Esteri per Federica Mogherini. Una mossa azzardata, che può sparigliare il tavolo delle nomine Ue a vantaggio dell’Italia. Oppure determinarne una pesantissima sconfitta, per il Paese ma anche per il premier.

L’ora dei ministri – Ad oltre un mese dalla nomina del presidente della Commissione europea, pare sia arrivato il momento della designazione dei ministri del nascente governo di Strasburgo. Jean-Claude Junker ha chiesto ai governi di esprimere i loro candidati commissari, e il premier Renzi non ha mancato di segnalare, o meglio confermare, il nome del numero uno della Farnesina Federica Mogherini. Basterebbe questo per considerare la lettera inviata da Roma alla scrivania di Junker per considerarla un guanto di sfida, essendo già stato il nome della Mogherini oggetto di discussione e punto di divergenza tra Renzi e il lussemburghese. Il premier specifica come la candidatura si riferisca “al ruolo di Alto Rappresentante e vicepresidente della Commissione europea”. Una rottura della consuetudine, avendo Junker l’ultima parola sulla corrispondenza nome-carica. E che getta benzina sul toto-nomine.

Mogherini-Juncker
Il nuovo presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker

La pretesa di Renzi – Il ruolo di Pesc viene rivendicato da Renzi non già come diritto, ma dovere in virtù di un ragionamento squisitamente politico. Avendo già avuto il Ppe la poltrona della presidenza della Commissione in virtù della pur contenuta vittoria dei partiti popolari, ai socialisti spettano come da prassi e la vicepresidenza e gli Affari Esteri. Ed essendo stato il Partito Democratico il movimento politico che tra i socialisti ha avuto il più ampio successo, ad esso dovrà essere riservata una delle due nomine reclamate dal premier. Una richiesta che non solo restaurerebbe l’immagine di un’Italia da tempo tagliata fuori dalla politica internazionale, ma che Renzi ambirebbe sfruttare per scardinare la rigidità filo tedesca dei conti europei. Ma il vero nodo dell’azzardo del governo italiano è il nome.

Una discussa candidatura – In cuor suo Junker avrà sperato che il caso Mogherini fosse ormai chiuso. La sua candidatura era stata bollata come irricevibile da molti esponenti degli stati dell’Est dell’Ue, perché avrebbe esternato posizioni a detta loro filorusse, e aveva ricevuto critiche da chi, come in Germania, la considerava inesperta. Nonostante la difesa del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, il nome del ministro italiano era parso sfumare. Addirittura erano stati proposti a Renzi i nomi di Letta e D’Alema come alternative italiane alla guida del Pesc: indigeribile il primo, il cui rapporto con l’ex sindaco di Firenze è ai minimi termini dopo la staffetta a Palazzo Chigi; non così impossibile il secondo, a detta di chi avrebbe riportato di incontri anche europei tra quello e Renzi. E il cui nome potrebbe saltar nuovamente fuori in caso di nuova boccatura della Mogherini.

La partita del premier – Renzi si gioca molto, se non tutto, sulla nomina agli Affari Esteri europei. C’è ancora da legittimare quel peso politico in Europa richiesto agli elettori e puntellato con quel 40,8%. Ci sono le riforme che avanzano lentamente in Italia, alle quali il centometrismo renziano necessita far corrispondere almeno attività sul fronte europeo. Ci sono i dati sull’economia reale, che evidenziano come non si stia cambiando verso tra disoccupazione e Pil. Un successo in Europa metterebbe Renzi al riparo dal fango della palude parlamentare (e della stagnazione economica) almeno per un po’; una sconfitta diversamente rischia di far deragliare l’ambizioso proposito di rottamare l’Europa dei banchieri in favore di quella delle famiglie, nonché quello già zoppicante delle riforme istituzionali.

 

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus