Renzi e Minoranza PD: tregua natalizia, poi lo scontro sul Quirinale

15/12/2014 di Edoardo O. Canavese

A margine di un'Assemblea Nazionale in cui è successo poco, il Pd si saluta per Natale senza aver risolto la distanza politica accentuatasi tra Renzi e la minoranza. Preparandosi, in occasione della scelta del successore di Napolitano, ad uno scontro risolutore.

Matteo Renzi

Tanto rumore per nulla – Stando ai titoli dei quotidiani e dei siti d’informazione, l’Assemblea Nazionale del Pd di ieri pomeriggio doveva essere teatro di una resa dei conti tra Renzi e la variegata minoranza. Ci si attendeva che la partecipazione dei “ribelli” allo sciopero generale di venerdì e il loro sgambetto ai danni del governo in commissione Affari costituzionali determinasse, se non una spaccatura, almeno l’ufficializzazione dell’incapacità di convivere sotto lo stesso tetto. Tali aspettative sono state deluse. La parola “scissione” non è mai stata pronunciata se non per essere esorcizzata, e l’unico ad aver dato materiale ai famelici giornalisti è stato Fassina: “Non ti permetto più di fare caricature di chi la pensa diversamente da te”, ha sbottato il deputato romano. Episodio isolato, in un clima di cessate il fuoco festivo.

Tregua natalizia – Perché comunque il malumore interno verso il segretario Renzi è evidente. Nonostante i protagonisti piuttosto che misurarsi sulle difficoltà politiche della maggioranza in Parlamento e in piazza abbiano preferito discutere di Ulivo, fuori dall’Assemblea e lontani dal palco la minoranza ha alzato i toni: Civati, che non ha preso la parola durante il convegno, sostiene che “non si può andare avanti così”, e che la minoranza serve a migliorare il programma del governo, mentre D’Alema, assente illustre, rifiuta “le minacce” del premier. Minoranza sì, scissioni millantate qualcuna, ma tutto all’interno del confortante recinto del Partito. Perché a nessuno conviene una lacerazione orizzontale nel Pd: non a Renzi, ancor di più agli stessi dissidenti dem.

Nessuna scissione – E’ l’ultima cosa che Renzi, uomo d’immagine, desidera. Sa bene quanto il suo potere d’azione risulterebbe agevolato dall’addio di chi considera “frenatori” o gufi. D’altro canto emergerebbe la figura del segretario/premier come arrogante dominus non così dissimile da Berlusconi nella gestione della minoranza interna (si pensi alla pubblica cacciata di Fini nel 2010). Di qui la scelta di mostrarsi il più conciliante possibile con i dissidenti, rivendicando il principio di lealtà politica alla maggioranza del partito ma scendendo anche a compromessi. Il consenso risentirebbe enormemente di una divisione, senza dimenticare che molti dei circoli dem potrebbero aderire al nuovo, eventuale progetto nato dallo scisma. Che, nonostante tutto, anche i ribelli stanno evitando.

Il generale Autunno – Come i russi trovarono nel loro rigido “generale Inverno” il miglior alleato contro nemici che da soli non avrebbero saputo affrontare alla pari, così la minoranza Pd sta sfruttando la congiuntura stagionale per logorare la leadership di Renzi. Si sa, l’autunno per chi governa è la stagione più antipatica della politica italiana, fin da quello caldo del ’68. E sembra si stia cercando di riproporre una strategia di sfiancamento nei confronti dell’avversario interno già utilizzata da quella stessa fetta di partito in due occasioni: nell’ottobre ’98, quando D’Alema sostituì Prodi alla presidenza del Consiglio, e nell’autunno 2008, quando la sinistra del Pd, capeggiata da Bersani e spinta ancora da D’Alema, sbriciolò a segreteria di Veltroni. Ecco perché non v’è alcuna intenzione da parte dei Cuperlo e dei Fassina di scindersi: perché vogliono riprendersi il partito, da dentro. Il regista? Probabilmente ancora D’Alema.

Battaglia presidenziale – Il vero scontro è solo rimandato. Con la fine del semestre europeo Napolitano rassegnerà le dimissioni, aprendo la corsa ad una non facile e caotica successione. Qui si giocherà probabilmente la vera partita tra Renzi e la minoranza, su quello stesso terreno dove Bersani cadde impallinato dai 101. I quali siedono ancora lì, in Parlamento. Renzi proporrà un candidato interno, “suo”, che possa far convergere anche altri soggetti politici come Ncd, e a tal proposito è in ascesa la candidatura del ministro Padoan. La minoranza dem potrebbe cogliere la palla al balzo per imitare quel Renzi che nell’aprile 2013 bocciò l’indicazione di Franco Marini, e minare la credibilità del segretario come leader politico interno. Del presumibile scontro non ne resterà solo uno. Certo gli sconfitti risulteranno fortemente ridimensionati.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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