Renzi, dalla rottamazione alla purificazione

21/06/2016 di Giuseppe Trapani

Un bisogno del Pd di ritrovarsi come partito, unito negli obiettivi, a pochi mesi da un referendum che si annuncia, al momento, potenzialmente letale. Il renzismo è già in crisi, sarà vero?

Renzi, Roma

Dalla rottamazione alla purificazione (penitenziale), passando per la sconfitta clamorosa alle elezioni amministrative. Matteo Renzi e il Partito Democratico escono “ammaccati” dalla tornata elettorale per l’elezione dei sindaci sopratutto nelle grandi città. Un voto indubbiamente articolato, situazionale, diversificato: i numeri sono ancora “caldi” per certi versi. Rimane abbastanza chiaro però che Renzi perde in città chiave come Roma e Torino, troppo importanti e complesse per non offrirsi ad un’analisi politica;  e sarebbe ipocrita per il Pd derubricare la sconfitta e sorridere – a denti stretti – per la vittoria milanese di Beppe Sala, peraltro vincente di un soffio sul fortissimo Stefano Parisi.

Bisognerebbe partire dall’assenza di “attenuanti”, laconicamente scritta nella nota della segreteria – non appena usciti i dati dello spoglio – a cui vanno aggiunte le “aggravanti” di una sconfitta politica che costringe – forse provvidenzialmente – Renzi ad un ravvedimento del suo schema di azione e di strategia. Ora, la domanda a questo punto è se Renzi cambia-verso a se stesso, una volta abbandonata l’idea del lanciafiamme, sconsigliata alla prossima direzione dei democratici: di certo, lo schiaffone preso dal premier-sindaco dagli elettori che non eleggono i suoi sindaci è dolorosa, e vedremo se tutto il partito troverà la sintesi che gli è mancata in molti mesi, in una disunione stancante e stucchevole, che non solo ha pagato nelle urne ma ha già offuscato molte cose anche buone di questa sinistra al governo.

In questo tempo di compunzione Renzi potrà riflettere anzitutto sul carattere oggettivo delle urne dalle quali  si può sempre leggere “l’istanza” dei cittadini, piaccia o no. A Roma – infatti –  l’enorme percentuale della Raggi su un politico capace e  perbene come Giachetti è di per sé un caso accademico di mancata lettura della realtà sociale, che poi esprime un consenso e una voglia di cambiamento. Così come a Torino, amministrata bene da Piero Fassino, chiede un cambiamento intercettato dalla Appendino che prende voti dalle periferie e dai ceti medio-bassi.

Non solo il fatto oggettivo, quindi. Vi è drammaticamente una questione “soggettiva”, nel senso del soggetto Matteo Renzi. E fa una certa impressione vedere che in Italia il nuovo diventa naftalina nel giro di pochi anni: una cosa che dovrebbe far riflettere. Sono mesi che Renzi appare solo, narciso, forse senza volerlo; e in questa tragicomica solitudine si vince o si perde. In questo caso la sconfitta alle amministrative è tutta sua, proprio perché l’eccesso di personalizzazione ha sempre il rovescio della medaglia. Certo, oltre Renzi il renzismo non c’è; quelli saliti sul carro già fuggono senza tweets, ciaone, selfie, emoticons: in effetti, fossi nel premier rottamerei un po dei suoi.

Meno personaggi e più persone: E’  bastato il furbissimo passo di lato di Grillo per vincere in questa tornata. La community vince sul team, e Renzi passa  per il crogiuolo  della purificazione. Del resto è giubileo anche per lui, no?

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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