Voto nei circoli PD: merito di Renzi o sconfitta per Cuperlo e D’Alema?

19/11/2013 di Luca Andrea Palmieri

Tempo di cambiamenti nel Pd. I democratici sono a un bivio che potrebbe rivelarsi cruciale. La strada verrà segnata a partire dall’8 dicembre, quando si terranno il congresso nazionale e le primarie aperte per la scelta del segretario. Ma una partita importante, più di quanto non possa sembrare, si è conclusa ieri, con la netta vittoria di Matteo Renzi.

Gianni-Cuperlo
Gianni Cuperlo

Il voto dei circoli – Nelle ultime settimane infatti i singoli circoli, dopo che si è completato il tesseramento, hanno votato per le varie mozioni da appoggiare in vista del congresso. Si trattava di una partita tutt’altro che scontata; tra gli iscritti si trova infatti la maggioranza dei sostenitori di vecchia data, solitamente simpatizzanti e più vicini alla classe dirigente uscente fin dai tempi dei Democratici di Sinistra. Tant’è che Renzi, a “Che tempo che fa”, quando ha attaccato D’Alema definendolo uno dei “distruttori” della sinistra, ha anche parlato di un “disegno” dell’ex premier perché il sindaco di Firenze non abbia un appoggio forte dalla base più coesa, rappresentata in assemblea. Che il disegno di D’Alema esistesse o meno, i risultati hanno sicuramente deluso quella base dirigente storica che appoggia Gianni Cuperlo. Questi ha preso il 38,4% dei voti, contro il 46,7% di Renzi. Seguono Pippo Civati al 9,19% e Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo, col 6%.

Astensione punitiva? – Una qualsiasi analisi di questo voto non si può però fermare alle semplici percentuali. Il dato sull’affluenza infatti indica uno scoramento della stessa base tesserata: hanno votato infatti poco più di 250 mila persone. Nel 2009, per fare un paragone, al voto pre-congresso parteciparono in 460 mila: quasi il doppio. E’ probabilmente in questo dato che si trova la causa prima della sconfitta di Cuperlo. Se teniamo presente che i tesserati solitamente sono i più legati a un forte senso di appartenenza al partito, cultura che nasce e cresce col partito comunista per poi espandersi ai Ds, possiamo intuire un fatto: i vecchi militanti, ormai delusi dalla classe dirigente, hanno deciso di voltarle le spalle astenendosi dal voto, aprendo la strada a Matteo Renzi. Il dato tra l’altro non deve sorprendere: dalla sua fondazione ad oggi, il Partito Democratico ha visto un calo costante delle iscrizioni. Segno che molti dei militanti hanno preferito o limitarsi a un appoggio esterno o sono andati verso altri lidi politici. Si potrebbe aggiungere che la struttura dei partiti moderni, sempre più liquida e aperta, poco si sposa con la concezione di partito di buona parte della dirigenza storica del Pd, che vede nei tesseramenti e nelle iscrizioni il punto focale di identificazione dell’elettorato. Eppure il rapporto tra i voti alle primarie e le tessere avrebbe dovuto dar loro già molti indizi a questo riguardo.

Le primarie si avvicinano – Intanto l’8 dicembre si avvicina. Prima di questi dati, Renzi era già di gran lunga il favorito per la segreteria: gli ultimi sondaggi, che pure lo danno in calo, lo vedono appena sotto il 70%: prospettive ancora bulgare, per ora. Il timore, per il Partito Democratico, sta comunque nelle cifre: sono previsti in tutto circa due milioni di voti. Un risultato inferiore potrebbe dare segnali negativi in vista delle prossime elezioni. E, di conseguenza, influenzare il modo in cui la prossima segreteria deciderà di porsi nei confronti del governo. Certo, la campagna elettorale conta molto, e vedere per la prima volta un atteggiamento aggressivo, al posto del solito passivismo (che ha raggiunto l’immobilismo nelle ultime elezioni) potrebbe portare novità interessanti.

Prodi
L’ex primo ministro Romano Prodi

Il livore (e la memoria selettiva) di D’Alema – Al di là dei discorsi sulle cifre, sarebbe curioso ascoltare il parere di D’Alema su questi risultati. Dopo l’attacco di Renzi aveva risposto definendolo un presuntuoso e un ignorante, ricordando che il suo gruppo per la prima volta ha portato la sinistra al governo. Ma il “leader maximo” dimostra a sua volta di avere la memoria corta. Innanzi tutto le vittorie elettorali (comunque permessa in primis dalla fine della “conventio ad excludendum”) sono state ben poco utili, se pensiamo che il primo governo Prodi è durato due anni scarsi, a causa del distacco di Rifondazione Comunista, mentre il secondo ha avuto una vita a dir poco tribolata: Solo la benevolenza di Napolitano ha permesso che per un anno sopravvivesse una maggioranza tenuta in piedi dai senatori a vita, che è riuscita a combinare ben poco. Se vogliamo giudicare la sinistra degli ultimi vent’anni sui risultati elettorali, dunque, i risultati non sono un gran ché. Se il giudizio deve vertere sui risultati politici, allora diventa impietoso.

Il crollo elettorale – Andando poi a guardare le cifre elettorali, il discorso non cambia: il dato della coalizione di Bersani, di poco superiore ai 10 milioni di voti, è il peggiore della seconda Repubblica. I voti sono quasi dimezzati dal 2006, quando Prodi, pur vincendo di un soffio, attirò 19 milioni e mezzo di elettori. Andando a vedere i risultati prima solo di Ds e Margherita, e poi del Pd, la situazione non migliora. Dal ’94 solo nel caso delle elezioni del 1996 c’è stato un risultato migliore della media di 12 milioni di voti (nella parte maggioritaria), mentre nello stesso 2006, nonostante il buon risultato di coalizione (gonfiato dal sostanziale bipolarismo coalizionale), i voti di partito sono rimasti nella media. Il risultato del 2013, al contrario, parla di 8,6 milioni di voti: quasi quattro milioni persi. Se questa non è una débâcle, qualcuno dia una definizione migliore. E c’è chi ha avuto il coraggio di parlare di una “non sconfitta”.

I problemi non finiscono qua – Certo, la vittoria di Renzi potrebbe segnare un cambiamento totale nella sinistra italiana, ma potrà anche rivelarsi un fallimento clamoroso. Si dovrà scoprire se il sindaco di Firenze saprà dar seguito ai suoi proclami, e come gestirà tutti gli “imbarcati” che, visto come gira il vento, hanno iniziato a sostenerlo dopo avergli fatto la guerra per anni. Se, come pare, la vittoria alle primarie è già scritta, allora arriverà il momento di dimostrare lui è in grado di ricostruire la sinistra a pezzi. C’è da scommettere che sarà una guerra, un vero bagno di sangue di cui il vincitore non è scontato. Se non lo fosse, d’altronde, vorrà dire che ci sarà stato qualche patto di troppo, e allora il Pd sarebbe punto e a capo. Quel che sarà il risultato, speriamo che a rimetterci non sia il paese, al posto dei soliti noti.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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