Cuneo fiscale, ovvero fra molte promesse e molte incertezze

13/03/2014 di Federico Nascimben

Ancora nulla di realmente definitivo nella conferenza stampa di Renzi di ieri sera, soprattutto le coperture rimangono molto aleatorie. Si può certamente apprezzare, però, lo sforzo

Ieri sera si è svolta la conferenza stampa in cui, fra le altre cose, è stato presentato il taglio del cuneo fiscale più volte promesso da Renzi. Senza analizzare nel dettaglio ciò che è stato “approvato” (che può essere consultato qui, qui e qui), ci limiteremo ad una disamina delle molte dichiarazioni e dei molti impegni che però rimangono ancora tutti da onorare, e che presentano più di un problema attuativo a causa dell’aleatorietà delle coperture. Ad ogni modo, comunque, ciò non toglie che sicuramente l’obbiettivo che ci si è posti è sicuramente corretto e centrato sulle necessità attuali del Paese, ma che il problema (ripetiamo) è legato alle modalità con le quali avviene.

Partiamo quindi dalle coperture. Anzitutto, vi è un oggettivo problema sui conti ereditati dal precedente Governo Letta (come sottolineato da Giannino sul blog IBL, qui): da una parte le previsioni eccessivamente ottimistiche sul calo del PIL nel 2013 e sulla sua crescita nel 2014 comporteranno anche delle ricadute dal punto di vista delle minori entrate fiscali; dall’altro la questione delle quote della Banca d’Italia (stigmatizzata dalla BCE) e la privatizzazione di Poste (da portare a compimento). Entrambe queste proposte mettono a rischio, complessivamente, circa un punto di PIL (pari a 15 miliardi di euro, more or less): 0,5% nel primo caso e 0,5% nel secondo. A questo bisogna aggiungere che, a questo punto, molto probabilmente, il non pieno utilizzo del margine di deficit concessoci dalla UE (circa lo 0,4% del PIL), oltre alla necessità del raggiungimento di obiettivi concordati di medio periodo fra Roma e Bruxelles, era dovuto anche a quanto appena detto. Tale  problema è stato prontamente messo in luce dalla BCE proprio oggi (si veda qui), e rende molto difficile avere a disposizione un margine che può arrivare fino a 6,4 miliardi di euro per il 2014, come annunciato in conferenza stampa da Renzi ieri.

Per quanto riguarda, invece, le coperture individuate per l’anno 2014 anzitutto si pongono dei seri problemi in riferimento a quelle che hanno carattere strutturale, in quanto in audizione al Senato ieri, Cottarelli ha dichiarato che “in termini di risparmi effettivi per gli ultimi 8 mesi dell’anno [2014, ndr] si è nell’ordine di tre miliardi“, nonostante nel documento consegnato al comitato interministeriale per la revisione della spesa pubblica è stato indicato “come massimo risparmio per quest’anno su base annua circa 7 miliardi” (si veda qui). Ebbene, proprio quest’ultima cifra, 7 miliardi, è stata richiamata sia da Renzi in conferenza stampa che dalla Boschi intervistata in tv; al piano Cottarelli quindi dovrà davvero essere dato il pieno sostegno politico nel più breve tempo possibile per poter realizzare tali risparmi di spesa. Dopodiché, le altre entrate definite come “certe” soffrono del medesimo problema: l’aleatorietà. Pare essere un azzardo di brunettiana memoria, infatti, inserire a copertura le maggiori entrate derivanti dal saldo dei 68 miliardi di euro restanti dal pagamento dei debiti della PA alle imprese, così come pare un azzardo conteggiare il risparmio derivante dalla minore spesa per interessi sul debito. Ma, come detto, è ancora tutto da vedere, visto che nella sostanza si è trattato di annunci e che – come si legge nel comunicato del Governo – “gli atti tecnici e legislativi verranno approvati nelle prossime settimane”.

Dal lato del taglio del 10% dell’IRAP (2,4 miliardi) attraverso l’aumento della tassazione delle c.d. rendite finanziarie (che abbiamo trattato nell’articolo precedente, qui, su Europinione) dal 20 al 26%, solo una breve considerazione. Storicamente in Italia si è incentivato l’investimento dei risparmi degli italiani verso l’acquisto di BOT e immobili, irrigidendo fortemente il mercato del risparmio (visto anche l’ampio ruolo svolto dal settore pubblico in ambito economico e pensionistico). Con gli aumenti di tassazione degli ultimi anni (si veda Tobin Tax, aumento al 2 per mille dell’imposta di bollo, oltre al precedente passaggio dal 12,5% al 20% della tassazione delle c.d. rendite finanziarie), che si sommano a quello di oggi, si è data una ulteriore incentivazione all’acquisto da parte di famiglie e banche (sì, loro) di obbligazioni statali, in quanto si è accentuata la tassazione agevolata di questi ultimi. Ciò ovviamente crea dei problemi, oltre al possibile ulteriore irrigidimento del mercato del risparmio e a possibili ulteriori fughe verso altri Paesi, anche da un punto di vista di possibili entrate (si veda, ad esempio, le previsioni smentite sulla Tobin Tax), sintetizzate così da Seminerio: “se la tassazione colpirà anche i depositi bancari, il costo della raccolta bancaria aumenterà. Le banche pagheranno di più i depositanti, e trasleranno questo maggiore costo sui prestiti ad imprese e famiglie. Però che vuoi che sia, quando c’è la fiducia e “si va in Europa”? Se invece le banche non aumenteranno il costo della raccolta ed i risparmiatori si dirigeranno su titoli di stato e risparmio postale, il gettito fiscale derivante dalla manovra verrà meno, e ci sarà un ulteriore problema di copertura, l’ennesimo” (si veda qui).

Ovviamente, però, questo potrebbe causare degli effetti a catena, in quanto nel comunicato del Governo sopracitato viene esplicitamente detto che non si intende superare il “tetto del 3% del Pil fissato per l’indebitamento netto”, il dubbio perciò risulta conseguente, visto quanto detto finora: è legittimo sospettare che poco prima delle europee Renzi vada a Bruxelles a dire che l’Italia ha già fatto tanto per rispettare i vincoli di bilancio imposti dalla UE, ma che questo – in nome della crescita di PIL e domanda interna – nel breve periodo non è più possibile, ricorrendo ad un maggiore indebitamento, visto anche l’anacronismo di tale soglia? Così facendo avrebbe il vantaggio anche di far leva sul risentimento antieuropeo di molti. Ciò non toglie, però, che se all’Italia non è stato concesso ciò che, invece, a Francia, Spagna e Portogallo è stato permesso, il motivo è da individuare principalmente in tre fattori: primo, il basso tasso di crescita registrato dal nostro Paese negli ultimi 15/20 anni; secondo, il livello del nostro debito pubblico; terzo, la bassa credibilità che abbiamo nel poter tenere fede agli impegni, vista la scarsa governabilità e la farraginosità del nostro sistema istituzionale. Le cose, come sempre, sono più complesse di come troppo spesso vengono delineate. Il peso sociale ed economico della crisi però non permette di prendere/perdere altro tempo, ma ci ricorda che se ci troviamo dove siamo oggi lo dobbiamo soprattutto a quanto non siamo stati in grado di fare in passato (quando le condizioni erano molto più favorevoli) in nome del mantenimento di status quo e rendite di posizione.

PS: per non perdere di vista il problema principale, e cioè la composizione del cuneo fiscale in Italia (figura 1), ecco qui due grafici sul tema presentati dal gruppo di lavoro per la redazione del progetto “Pordenone, laboratorio per una nuova competitività industriale in Italia” (qui il link).

Struttura del costo del lavoro in Italia. Fonte: elaborazione Assolombarda su dati OCSE al 2011.
Figura 1. Struttura del costo del lavoro in Italia.
Fonte: elaborazione Assolombarda su dati OCSE al 2011.

Ed in figura 2 una comparazione della variazione del cuneo nel periodo 2000-2011.

Figura 2. Peso del del cuneo fiscale sul costo del lavoro, variazioni % 2000‐2011. Fonte: elaborazione Assolombarda su dati OCSE al 2011.
Figura 2. Peso del del cuneo fiscale sul costo del lavoro, variazioni % 2000‐2011.
Fonte: elaborazione Assolombarda su dati OCSE al 2011.

Da tali dati può risultare maggiormente comprensibile lo svantaggio competitivo pagato dalle nostre imprese. Se da un lato è comprensibile la scelta di Renzi di puntare praticamente tutto sui lavoratori con minor reddito, in virtù della maggiore propensione al consumo di questi ultimi, e quindi in vista di un rafforzamento della domanda interna attraverso i maggiori consumi che dovrebbero provenire da questi, rimangono, dall’altro lato, alcune perplessità in riferimento all’alta probabilità che si siano accumulati debiti pregressi in passato che devono essere ora ripagati, oppure nel qual caso questi comprino prodotti importati (ad ogni modo per tutte le perplessità su possibili interventi lato IRPEF o IRAP, si veda qui). Oltre questo, sempre nel breve periodo, visti gli obiettivi limiti nei margini di manovra, è opportuno ricordare che, a causa delle ristrettezze economiche, nell’anno 2014 gli italiani (e quindi anche coloro che ricadono nella fascia compresa nello sgravio) saranno costretti a pagare aumenti di TASI, addizionali comunali e regionali e di accise che incideranno negativamente (ovviamente) sulle possibilità di spesa.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus