Renato Guttuso. La narrazione della realtà e dell’immaginazione

11/11/2013 di Simone Di Dato

Dopo il grande successo riscontrato al Museo Archeologico Regionale di Aosta torna nuovamente l’audace figura di Renato Guttuso, importante protagonista della scena artistica e politica italiana, ma questa volta a Bologna con una personale dedicata alla sensibilità di un uomo del suo tempo, un narratore straordinario in grado come pochi di dare voce alle inquietudini sociali, alla condizione umana più scomoda e nonostante tutto anche alle speranze elargite dal “secolo breve”. Presso le sale della Galleria d’Arte Maggiore sarà possibile ammirare fino al 31 dicembre, le opere selezionate per l’occasione da Flaminio Gualdoni e Franco Calarota, in un percorso espositivo che vuole essere un omaggio ad un artista-testimone coinvolto in prima persona negli avvenimenti politici e sociali del nostro paese.

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Comizio di quartiere, 1975

Beato te che quando prendi la matita o il pennello in mano, scrivi sempre in versi! Chi dipinge è un poeta che non è mai costretto dalle circostanze a scrivere in prosa. Ti trovo fratello proprio in questo. Nella disperata premeditazione di fare sempre poesia, in ogni discorso, magari abbandonandolo a sé, incompiuto, caotico, neonato, là dove potrebbe livellarlo con l’integrità del testo, la prosa”. Questi pensieri di Pier Paolo Pasolini su Renato Guttuso (da una Presentazione a 20 disegni del 1962) inquadrano perfettamente una delle caratteristiche che più colpiscono lo spettatore davanti ad un quadro o un disegno dell’artista, sia esso giovanile che degli ultimi anni, vale a dire il profondo legame tra vita e pittura, connesse in un’unica realtà poetica.

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I tetti di via Leonina con rampicante, 1962/64

D’altronde le sue ambizioni sono sempre state chiare. Fin dagli anni ’30 la sua arte ha già una precisa identità: recuperando con spirito critico gli aspetti più tradizionali della pittura, i suoi soggetti mirano subito ad essere racconto e simbolo di quel rapporto anche avverso e drammatico tra l’uomo e la storia. Ed è così che l’antifascismo, l’adesione al partito comunista, l’umore popolare nel senso più alto del termine, sono prima di tutto per Guttuso una scelta di vita che si riflette nella sua arte di testimone essenziale. Un testimone inconsueto e anti- intellettuale nonostante la sua grande cultura, sempre alla ricerca di un immaginario intimo e personale che trovi riscontro nel pubblico a dispetto delle polemiche come lo stesso Guadoni scrive nel saggio di catalogo: “Ora che l’ideologia dell’avanguardismo a ogni costo cede il posto a riflessione meditate sul secondo dopoguerra, la scelta sipida di Guttuso, un’aristocrazia formale attenta allo stesso tempo alle ragioni essenziali del comunicare, conferma che il senso della storia puo essere continuità e non rottura, far nuova la sostanza dello sguardo e non la pelle del far vedere, riportare l’umano al centro del discorso e non limitarsi a un’arte che parli solo d’arte”.

Guardando alle avanguardie, e ammettendo il suo amore per il Rinascimento e il Seicento, Guttuso resterà sempre indipendente. Senza paure di contaminazioni, anche durante un serrato dialogo con l’espressionismo e poi con Picasso, sarà capace di spaziare tra i soggetti più vari. La mostra infatti percorrerà le tappe del realismo dell’artista nelle più diverse rappresentazioni: si partirà dalle nature morte della fine degli anni ’30 e dei primi anni ’40, fino a giungere ad un Guttuso più politico nel denunciare gli orrori della guerra, quello drammatico della Partigiana Assassinata del 1954, o dell’epico Comizio di quartire del 1975. Il comune denominatore di tutta la sua produzione, nonché filo conduttore del suo io pittorico è senza dubbio la profonda e costante ricerca di una verità interiore, concetto che l’artista stesso esprimerà in una lettera a Bettina Fuso: “Io imparo solo dall’anima mia se è vero che ne ho una! Imparo a comprendere e a soffrire, combattendo nel mondo e imparo ad esprimermi. Mi affanno a scoprire una verità che nessuno può indicarmi perché è dentro di me.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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