Il Regno Unito, l’Italia e la moral suasion

14/03/2013 di Luca Andrea Palmieri

Il Regno Unito è un paese ricco di contraddizioni. Una storia nazionale lunga; un sistema parlamentare nato nel XIII secolo che oggi si suddivide in due entità dall’origine praticamente opposta: una Camera dei Comuni eletta a suffragio universale e una Camera dei Lord dove per secoli sono prevalsi diritti ereditari, e che solo nel secolo scorso ha iniziato a vedere riforme.

Regno Unito, Peter Cruddas
Peter Cruddas

Il sistema politico inglese, stando in tema con i dibattiti di questi giorni, è basato soprattutto sul finanziamento privato: le quote di finanziamento pubblico sono minime (per averne un’idea, si guardi qui), ed a far da padrone sono le donazioni. Eppure, nel Regno Unito, il sistema dei partiti è più forte che mai. Anzi, una delle caratteristiche principe del sistema è data proprio dalla convivenza di “premiership” e “leadership”: il leader del partito di maggioranza è praticamente in automatico primo ministro. Se il leader risulta sfiduciato dal proprio partito non è il governo a cadere, bensì si cambia leader, e di conseguenza anche il premier. Una situazione ben diversa da quella italiana.

Ma cosa permette al sistema inglese di funzionare? Da una parte sono, sicuramente, i finanziamenti privati, nella misura in cui la donazione di “vil denaro” porta un maggior controllo da parte del donatore (ergo del votante) sul politico. Ma non mancano anche qui contraddizioni: meno di un anno fa scoppiò lo scandalo “Cash for access”: nato da un’inchiesta dal Sunday Times, mostrò come vi fosse una vera e propria tabella di donazioni che davano accesso a favori e cene con i leader politici britannici. Il tesoriere del partito conservatore, Peter Cruddas, fu costretto a dimettersi, e da lì è nata una discussone in seno all’opinione pubblica britannica opposta a quella italiana di questi giorni, ovvero sull’opportunità di reinserire una quota di finanziamento pubblico.

Forse dunque è la struttura dei partiti a tenere a galla il sistema? La cosa è plausibile, ma apre dei dubbi sul nostro modelo: com’è possibile assistere ad un sistema dei partiti in Inghilterra capace di reggere, mentre in Italia sembra stia letteralmente andando a pezzi? Una risposta può essere dedotta da un fatto di alcuni giorni fa: è stato condannato a 8 mesi, per intralcio alla giustizia, l’ex ministro per l’energia e il clima Chris Huhne. Aveva infatti tentato di attribuire alla ex-moglie una multa per eccesso di velocità rimediata nel 2003. Per anni il politico aveva negato le accuse, ma pressato dalla stampa e dalle indagini, alla fine ha dovuto ammettere la sua colpevolezza. Il giorno seguente, si è dimesso da deputato.

Qui si trova l’enorme differenza tra l’Italia e il Regno Unito: oltremanica vige una fortissima “moral suasion”. Se sbagli sei fuori. Ne va della credibilità del partito, così come di tutta la politica: se risulti compromesso (anche solo da una multa), per i cittadini smetti di esistere. Di conseguenza il partito perde voti. Da notare come la giustizia abbia avuto bisogno di portare a termine il suo corso: le dimissioni da deputato sono arrivate il 5 febbraio scorso, quando si è fatta effettiva chiarezza sul caso.

Non ci si faccia illusioni: in Italia, il problema non nasce in questi ultimi anni. Tangentopoli insegna: ai tempi il sistema elettorale era basato sulle preferenze, e nonostante gli scandali non siano mai mancati (si pensi agli anni ’70 con lo scandalo Lockheed), certi politici hanno continuato ad essere votati. Lo stesso in realtà vale ai giorni nostri: Franco Fiorito, l’esempio principe dell’uso personale di soldi pubblici degli ultimi anni, è stato eletto con una legge elettorale regionale che ancora utilizza le preferenze: chi lo ha votato, ha segnato il suo nome a matita sulla scheda.

Eppure, con l’ingresso di Grillo, la situazione è innegabilmente cambiata, almeno in parte. Molto del suo successo è dovuto dai voti di chi ha deciso di protestare contro le abitudini all’italiana. Questo è innegabile. La desolazione, però, è rappresentata dall’aver deciso di averne abbastanza – tra l’altro appoggiando un movimento per molti aspetti discutibili – solamente quando la situazione era oramai ben più che critica. Era necessaria una crisi economica di questo tipo e dei comizi come quelli di Grillo per convincere gli italiani dell’esistenza di una grave malattia per il nostro sistema? Il nostro Paese sembra possa cambiare solo per shock improvvisi. E’ qui che si vede la differenza, non me ne vogliate, tra dei cittadini coscienti dei propri mezzi e di ciò che avviene intorno loro e un popolo immaturo.

Dall’inizio della prima Repubblica sono state votate a larga maggioranza forze politiche intrise di personaggi condannati o di etica dubbia. Quando i danni sono cominciati ad essere devastanti per il tessuto sociale – e solo allora- è stato un “ex” comico a ridestare l’attenzione attraverso comizi più popolari che mai, quasi degli show di teatro: ironia graffiante, invettive, insulti, espressività gestuale. E’ questo ciò che attira il cittadino italiano, capace di risvegliare la propria attenzione solo davanti a trovate ad effetto, come se la politica altro non fosse che uno spettacolo da osservare come un format televisivo.. I programmi, i fatti, l’etica e l’onesta, intanto, non sono mai stati parametri ai quali assegnare troppo peso. Forse un piccolo cambiamento è cominciato, ma la strada è ancora lunghissima.

 

 

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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