Elena del Montenegro, la regina del popolo

28/11/2013 di Lorenzo

Regina Elena di Montenegro

Il 28 novembre ricorre un avvenimento triste quanto speciale: la morte della regina consorte d’Italia nonchè moglie di re Vittorio Emanuele III, Elena del Montenegro. La principessa Jelena Petrović-Njegoš nacque l’8 gennaio del 1873 nella modestissima Cettigne, capitale del piccolo principato balcanico. Sesta figlia del principe Nicola I, visse i primi anni della sua vita nella piccola reggia – un’abitazione poco più grande delle altre case locali – con la famiglia. Come tutte le principesse slave, andò a studiare a Pietroburgo nel collegio femminile di Smol’nyl e frequentò assiduamente la corte dei Romanov. E’ in questo periodo che Elena si diletta nella sua arte preferita: scrivere poesie romantiche, molto apprezzate anche dal padre, grande amante della poesia.

Nicola imparentò tutte le sue figlie con le diverse case reali europee, tanto che gli venne affibbiato il soprannome di “suocero d’Europa”. La figlia Elena, nel 1895, venne destinata alla famiglia reale italiana, poiché la regina Margherita, madre del principe di Napoli Vittorio Emanuele, preoccupata per le sorti del suo unico figlio – il principe non era una granché fisicamente – e in accordo con il primo ministro Francesco Crispi, decise che i due giovani si sarebbero dovuti incontrare nel teatro La Fenice di Venezia, in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte.

Re Vittorio Emanuele e la Regina Elena
Una foto scattata durante il viaggio di Vittorio Emanuele in Montenegro

Il principe non voleva sposarsi con donne a lui non gradite e ciò generava un forte contrasto con il volere dei genitori, ma l’incontro con Elena fu fatale anche per l’erede al trono. All’occasione veneziana seguì un altro incontro in Russia e, dopo di questo, Vittorio Emanuele parte e resta per qualche settimana ospite dei principi del Montenegro; durante la festa di fidanzamento, i due principini vengono invitati a ballare una quadriglia, insieme al presidente del consiglio locale e a sua moglie, quando ecco che s’imbrogliano i passi, il principe italiano non si dimostra un gran ballerino  – anche per la differenza di statura tra i due – , e nasce una sorta di parapiglia. Sarà Elena a dire che nelle quadriglie nelle quali non si sbaglia niente, ci si annoia.

Una volta sbarcati in Italia, precisamente a Bari, Elena, che era di fede cristiano-ortodossa, fu costretta ad abiurare. La cerimonia ebbe luogo nella cripta della Cattedrale di San Nicola. La principessa, ci raccontano le cronache dell’epoca, apparve triste nel momento dell’abiura e al contempo venne consolata da Vittorio Emanuele che, tenendola per mano, non fece mancare il sostegno morale alla sua amata. Il matrimonio fra i due avvenne il 26 ottobre 1896, prima in forma civile al Quirinale, poi secondo il rito cattolico nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in piazza Esedra a Roma. La cerimonia, complice anche l’ancor scottante sconfitta di Adua di marzo, venne celebrata in maniera molto semplice e austera, tanto da far storcere il naso alla nobiltà e la borghesia italiana che, confrontando il matrimonio del principe ereditario con quello dei suoi cugini Aosta, definì “nozze coi fichi secchi”.

Una semplicità che seguitò anche per il viaggio di nozze nell’isola toscana di Montecristo; una semplicità che caratterizzerà tutta la vita dei due consorti, in particolare quella del futuro re. Per quattro anni si goderono il loro amore in completa riservatezza e ciò fece inorridire la regina Margherita, che avrebbe voluto al più presto un erede al trono. Questa, inoltre, cominciò a detestare il comportamento di Elena definendolo “non idoneo” per gli standard di corte. Infatti ella preferiva assecondare e seguire il marito in ogni suo interesse, piuttosto che seguire i protocolli reali.

Elena, poi, era molto brava nell’apprendere le lingue straniere: apprese con facilità il francese  – parlato a corte a Cettigne -, il russo, il greco e, imparò a destreggiarsi anche nel dialetto piemontese, usato a volte dal marito. La notizia dell’attentato – e non già della morte – al re d’Italia Umberto I, giunse ai due sposini mentre si trovavano in crociera nel mar Mediterraneo. Ritornarono immediatamente in Italia e, avvertiti del decesso di Umberto, si apprestarono a salire al trono. L’11 agosto, infatti, il nuovo re d’Italia giurò fedeltà allo Statuto davanti al Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e ai due rami del Parlamento riuniti a Palazzo Madama, sede del Senato del Regno. Da quel giorno Elena divenne regina consorte d’Italia, ma tutti notarono subito l’atteggiamento umile del re nei suoi confronti, il quale si riferisce a lei non come regina, bensì come “mia moglie”.

Poco dopo la salita al trono nacquero la figlia primogenita Jolanda (nel 1901), a cui seguiranno Mafalda (1902), l’erede al trono, secondo la legge Salica, Umberto (1904), Giovanna (1907) e Maria Francesca (1914). Il comportamento di Elena risultò totalmente opposto a quello della regina madre, che guardava sempre più con disprezzo l’atteggiamento di Elena, la quale non teneva come Margherita dei salotti letterati – famosi sono quelli della regina madre con il Carducci -, ma si preoccupava solo e soltanto della famiglia e di suo marito. Non disdegnava, infatti, indossare il grembiule e coadiuvare le cameriere ed il personale di corte, si preoccupava di curare lei ogni particolare dei ricevimenti e insegnò alle sue bambine a fare dolci e cucire a macchina. La regina Elena si fece, però, tanto amare dal suo popolo adottivo. Fu proprio lei una delle prime a muoversi dopo la catastrofe del terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 dedicandosi subito ai soccorsi.

Durante la Grande Guerra del 1915-18, Elena smise i suoi abiti da regina e divenne crocerossina a tempo pieno, trasformando, insieme alla regina madre, sia il Quirinale che Villa Margherita in ospedali da campo e, per reperire più fondi possibili, inventò la pratica della “fotografia autografata” che veniva venduta nei banchi di beneficenza, mentre alla fine del conflitto propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra. A guerra finita la Regina si interessò sempre di più ai malati, mutilati, infermi e poveri finanziando anche lei stessa tali opere.

Nel 1927 assunse l’alto patronato della Lega italiana per la lotta contro il cancro. A Roma venne creato, anni più tardi, l’istituto Regina Elena, un complesso clinico-ospedaliero di notevole valore, sia per le dimensioni che per la portata scientifica. Era anche solita recarsi nei quartieri poveri della capitale e quivi faceva visita sia ai diseredati che ai malati: portava loro denaro, consigli, conforto, carezze e, quando necessario, faceva loro iniezioni e leggeva agli analfabeti i referti medici. Spesso non si faceva neppure riconoscere per non dare scalpore: si vestiva come una dama di carità della congregazione di San Vincenzo de’ Paoli.

Le sue opere rimasero nel cuore di tutti gli italiani, tanto da venir poi insignita dal papa Pio XI, il 15 aprile del 1937, della Rosa d’oro della Cristianità, la più importante onorificenza possibile, a quei tempi, per una donna. Il 18 dicembre del 1935, in pieno Fascismo, è lei la prima a dare l’esempio agli italiani regalando alla Patria la sua fede nuziale che, come scriverà a Mussolini, rappresenta per lei la cosa più cara. La Regina si rivolgeva a Mussolini appellandolo sempre come “Signor Presidente” – in qualità dell’ufficio che lui costituzionalmente ricopriva – e mai come “Duce”.

Nel 1936, con la conquista dell’Impero d’Etiopia, assunse anche il titolo di Imperatrice. Nel 1939, poco dopo l’invasione tedesca della Polonia occidentale, la Regina scrisse una lettera tanto toccante quanto inascoltata a sei sovrane di sei nazioni europee ancora neutrali, quali il Belgio, la Jugoslavia, il Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi e Bulgaria al fine di scongiurare un’altra inutile catastrofe mondiale. All’alba del nove settembre del 1943, la Regina segui suo marito e il governo fino a Brindisi, dove venne eretto poi il Regno del Sud, sotto controllo anglo-americano. Nel 1944 perderà la secondogenita Mafalda, morta di stenti in Germania nel lager nazista di Buchenwald.

Regina Elena di MontenegroTerminato il conflitto, il 9 maggio del 1946, nell’estremo tentativo di salvare l’istituto monarchico, il re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto, già nominato dal giugno del 1944 Luogotenente del Regno. Questa fu l’ultima volta per la Regina in Italia, difatti, subito dopo, lei e suo marito partirono per il già programmato esilio a Villa Jela, in Egitto, ospiti del sovrano amico re Farouk. Fu proprio in questo esilio che i due coniugi celebrarono i cinquant’anni di matrimonio e videro, a malincuore, il tramonto della monarchia in Italia.

Vittorio Emanuele III si spense il 28 dicembre 1947. Poco dopo la Regina, scoprendosi malata di cancro, si stabilì a Montpellier, in Francia dove, nonostante le residue possibilità economiche, continuò a fare del bene ed aiutare i bisognosi; venne ribattezzata la “bonne Dame noire” (la buona dama in nero). Nel novembre 1952, oramai ottantenne, decise comunque di sottoporsi ad un difficilissimo intervento chirurgico. Non superò mai quell’intervento, spegnendosi poco dopo, il 28 novembre 1952, povera e sola, assistita solamente dalla sua fedele cameriera, Rosa Gallotti. Fu sepolta, come sua ultima volontà, in una comune tomba del cimitero di Montpellier (dove ancor oggi la sua salma riposa). La città gli intitolò una strada e un monumento.

Lo scrittore e giornalista Diego Calcagno, al momento della morte, la ricordò con queste commuoventi e toccanti parole

“Bruna e severa nell’oleografia/della seconda classe elementare/illuminavi la mia fantasia/con il diadema dalle perle rare./San Rossore, Sant’Anna di Valdieri,/canne da pesca sopra la marina/i figli piccoletti, sembra ieri:/Giolitti, il terremoto di Messina./…Alta, serena, pare ancor che sali/sopra la nave nella dolce brezza,/Regina della nostra fanciullezza/e dei vegliardi risorgimentali:/Te ne sei andata, ma con Te scompare/tutta un’Italia dentro la voragine,/ ci specchiavamo nella Tua immagine/dignitosa, felice e familiare./Le tube, la fanfara, i bersaglieri/ col fiocco, la sirena del vapore,/ erano i tempi del bel suol d’amore,/del Polo Nord, dei limpidi pensieri./Tutto è finito. Come nella vita/fosti discreta, silenziosa e assorta/così, Regina mia, Tu sei partita/e così, nell’esilio, Tu sei morta./Il passato che odora di cedrina/oramai vibra dell’amor per Te…/Ma se si vive male senza il Re,/come si vive senza la Regina?”

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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