Il referendum visto da sinistra: PD renziano o dalemiano?

07/09/2016 di Edoardo O. Canavese

Un voto nel voto: oltre alla cortina di fumo della spicciola polemica politica, il voto sulla riforma costituzionale si appresta ad essere battaglia definitiva nel Pd tra il segretario e la minoranza. Questa si affida al modello dalemiano per riappropriarsi del controllo della sinistra, dentro o fuori i democratici.

Al momento non è facile prevedere le conseguenze del voto sul referendum costituzionale sul futuro del Paese, al pari di quanto è accaduto per la Brexit inglese. L’Unione Europea pare essere in balia dell’incertezza, e non sarebbe strano pensare che proprio Merkel ed Hollande abbiano suggerito a Renzi di non dimettersi, in caso di bocciatura della riforma Boschi. Se al centro della discussione referendaria sfuma quindi il nocciolo della questione costituzionale, vuoi per il disinteresse dell’opinione pubblica, vuoi per il cattivo racconto fattone da politici e giornalisti, emerge sempre più un secondo tema, un altro referendum su cui non tutto ma una parte dell’elettorato è chiamato ad esprimersi: sinistra renziana sì o no. Non Renzi, bensì il suo modo di intendere la sinistra. E l’alternativa è la sinistra dalemiana, la stessa che è riemersa dalle ombre in un cinema romano per contarsi e inaugurare il proprio comitato per il no. Una sinistra conscia delle lugubri conseguenze che non sul Paese, ma su di sé, avrebbe la vittoria di Renzi, e che per questo lavora per riprendersi il Pd.

D’Alema descrive il Partito Democratico come un partito svuotato, senza più anima, in pieno esodo elettorale. In realtà lo considera ancora l’unico – ultimo – e credibile centro di riunione della sinistra italiana, grazie alle sue radici istituzionali e locali. Per questo nel 2009 benedisse l’investitura di Bersani a segretario, per questo cassò Prodi candidato alla presidenza del Repubblica, per questo indicò un suo fedelissimo, Cuperlo, quale rivale di Renzi nel 2013. E ancora oggi è estremamente vigile sul Pd. Al cinema Farnese ha riunito deputati ed eurodeputati della sinistra del Pd e degli scissionisti di Sinistra Italiana. L’obiettivo (doppio) è consolidare e unire l’opposizione a Renzi sotto la sua egida; pregiudicarne il futuro politico e scippargli la leadership di sinistra. Non si tratta di una novità: lo stesso fece con Prodi nel ’98 e con Veltroni tra il 2008 e il 2009. Ma se in quelle occasioni la trama dell’ex premier fu più sottile, oggi l’attacco contro Renzi è frontale, perché la posta in palio è alta. Se vincesse il sì, il referendum seppellirebbe per sempre le speranze di D’Alema di tornare a dettare i tempi della sinistra italiana.

La sinistra, dall’estinzione del Pci, ha tentato prevalentemente due modelli. Il primo, che ha visto in D’Alema il suo padrino, socialdemocratico, il secondo, promosso da Prodi attraverso l’Ulivo, riformista socialista e cattolico. Il tentativo di Veltroni di unire le due anime nel Pd non ha portato ai frutti sperati, bensì ha fatto sì che i due correntoni si facessero concorrenza in uno stesso contenitore, alternandosi alla sua guida. Tuttavia la via ulivista ha sempre sofferto l’incapacità politica di far maturare un proprio disegno ideologico, ben evidente nella conduzione “nostalgica” di D’Alema e dei suoi sodali. Renzi invece è riuscito a conquistare la premiership (con metodi molto dalemiani), e a consolidare con un’azione riformista il proprio potere su un partito controllato (solo a livello nazionale) in modo penetrante. L’approvazione della riforma Boschi puntellerebbe il dominio di Renzi sul partito, o quanto meno estrometterebbe ogni alternativa interna rafforzando il giglio magico che ruota intorno al premier. Un’eventualità che potrebbe spingere D’Alema, o chi per lui, alla scissione, e al lancio di un nuovo progetto di sinistra, divorziato dal Pd.

D’Alema non può più contare sulla forza elettorale di un tempo. Appartiene a quella sinistra bistrattata dai cittadini perché stantia, inamovibile, conservatrice verso le proprie posizioni. Ma è ancora abbastanza attivo da far discutere, da calamitare su di sé giornali e talk show, da costringere Renzi a rincorrerlo sulla polemica infantile, della serie “sei come Grillo e Berlusconi”. Se Renzi perde, sarà salutato come il vero vincitore dell’eterno congresso del Pd. Se Renzi passa il test referendario, è probabile che una parte minoritaria ma consistente del partito si separi, andando presumibilmente a riorganizzare una nuova sinistra nata dai bersaniani-cuperliani uniti al gruppo di Stefano Fassina, magari assorbendo pure quanto resta di Sel; il tutto sotto l’occhio vigile ed organizzatore di D’Alema, l’ultimo cultore della filosofia comunista per cui il segretario di partito ricopre la carica vita natural durante.

Anche qualora non fosse D’Alema in prima persona a proporsi leader del nuovo corso a sinistra, nel Pd o fuori dal Pd, sarebbe comunque il suo modello la stella polare verso cui gli avversari interni di Renzi guarderebbero. La “via italiana al post-comunismo”, a favore della quale non depone a favore l’esperienza scialba di Bersani segretario dem, tuttavia costituisce ancora una sicura sacca di voti in un elettorato culturalmente nostalgico in una fase sociale e culturale (non solo italiana) che favorisce gli isolazionismi e rende più accomodante e redditizia la politica d’opposizione che di governo. E a tal proposito è curioso registrare la difesa di D’Alema nei confronti del M5S: “non è populismo”, sostiene parlandone dal palco del cinema Farnese, attaccando in stile grillino la stampa “che prende ordini dal Pd”; quasi ammiccamenti nei confronti del partito di Grillo, in una fase tanto caotica quanto potenzialmente gravida di novità politiche, come la calati di ponti tra i pentastellati e la sinistra, e non solo in ottica antirenziana. Fu d’altra parte D’Alema, ventun anni fa, a definire la Lega Nord appena separatasi da Berlusconi, e non senza speranze politiche, “costola della sinistra”.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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