Referendum “trivelle”, la vittoria del surreale

18/04/2016 di Giuseppe Trapani

Un referendum che ha finito per essere inutile con errori da molte parti: ha vinto il vuoto cosmico della politica italiana

Trivelle

Alla strepitosa battuta scritta oggi da Claudio Cerasa su ilFoglio di oggi – Si Triv, no Truff – aggiungerei la mia chiosa: Basta Fuff, nel senso letterale (la “fuffa”) d’inconsistenza, di scarsissimo valore. Soltanto oggi, pacatamente e ad urne chiuse (per quanto poco usate), ci è consentito una riflessione sulla tornata referendaria di domenica scorsa. Va detto che sulla vicenda hanno praticamente perso un po tutti almeno sul piano della ragionevolezza;  e a voler con-dividere il flop vengono da fare brevi considerazioni.

Ha perso anzitutto il quorum –  croce e delizia di tanti appuntamenti referendari –  che non è stato raggiunto: ha votato solo il 31,19% degli elettori (dato definitivo, pari a 15.806.788 cittadini che si sono recati alle urne su un totale di 50.675.406 aventi diritto) e quindi la consultazione non è valida. Inutile quindi la netta vittoria del Sì tra chi è andato a esprimere il proprio voto (13.334.764, pari all’85,84 per cento): l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento, per le concessioni già attive.

Sconfitta l’ammucchiata no Triv  e quella diversamente-no-triv: si va dai governatori proponenti fino al variegato mondo dei populist vip (Albano Carrisi e Riccardo Scamarcio, Emma Marrone e Luca Zingaretti, i Sud Sound system e Sabina Guzzanti, Dario Vergassola e Caparezza, Ficarra e Picone e Michele Riondino etc)  che farebbero gli alternativi anche a costo di smentire se stessi.

Ha perso Renzi e il Pd dell’invito all’astensione poiché si trattava della legge di stabilità da lui firmata e dunque andava difesa esprimendosi per il no all’abrogazione. L’attendismo del premier lo ha giovato sicuramente ma poi – come ha tuonato Mentana ieri notte – non ci si può lamentare se il suo tatticismo scatena paginate di retroscena e innumerevoli puntate dei talk televisivi.

Ha perso la logica della comunicazione politica, oramai in evidente stato di ipertrofia dei significati: in altri termini un messaggio non è mai univoco ma cambia forma continuamente, si allarga narcisisticamente o si restringe vigliaccamente a seconda delle circostanze. Un esempio su tutti con una domanda rivolta ai lettori: riuscite a trovare una connessione fra le trivelle di Ravenna e le dimissioni della Guidi? Impresa impossibile, nessun legame. Eppure si è riusciti – ancora una volta –  a svuotare di senso l’appuntamento referendario con un dibattito ai limiti del ridicolo, come a togliere volutamente la polpa dal frutto per sgranocchiare inutilmente il guscio. Ed è a partire da questa patologia che, una volta scomparso il merito – già a partire dall’utilizzo delle trivelle come simbolo di un referendum che solo marginalmente le vedeva protagoniste -, si va di narrazione o percentuale di copertura sui media e ne sono prova  il #ciaone di Carbone o l’anatema contro i talk del presidente del consiglio cosi come la replica piccata di Mentana o ancora le urla degli ospiti da Floris o Giannini. Un vincitore tuttavia c’è, ed è il surreale di molta politica italiana, capace di asfaltare il valore delle sue stesse norme e decisioni, pur di conquistare l’effimero consenso di un re-tweet.

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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