I rapporti Stati Uniti-Israele ai minimi storici

11/03/2016 di Michele Pentorieri

Tra mancati accordi militari, questione palestinese ed apertura all’Iran, l’annullamento della visita di Netanyahu in programma questo mese è solo l’ultima di una serie di incomprensioni che hanno caratterizzato la sua relazione con Obama. Che medita una mossa a sorpresa prima di abbandonare la Casa Bianca.

Nonostante la visita del Vice-Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele, le relazioni tra i due Stati continuano a far segnare picchi negativi. A scrivere l’ultimo – in ordine di tempo – capitolo di una relazione tra Obama e Netanyahu che non è mai stata semplice, è stato l’annuncio della cancellazione dell’incontro tra i due che si sarebbe dovuto tenere a Marzo. Secondo la Casa Bianca l’incontro era stato fissato – già due settimane fa – per il 18 Marzo, mentre gli israeliani affermano che Netanyahu, nonostante il suo arrivo negli States fosse effettivamente fissato per quella data, aveva già preso impegni per la partecipazione all’assemblea dell’Aipac – la più importante lobby israeliana. Poiché Obama è in partenza il 21 alla volta di Cuba, i tempi sarebbero stati decisamente troppo stretti per fare entrambe le cose. Con ogni probabilità, le ragioni della decisione di Netanyahu non sono da ricercare – almeno stavolta – nella politica mediorientale statunitense, ma piuttosto nel mancato accordo militare tra le due parti. In sostanza, Israele pretende una sorta di risarcimento per la riabilitazione diplomatica ed economica dell’Iran. Risarcimento che Obama è pronto a riconoscere nella somma di 5 miliardi annui per il periodo 2018-2028 (l’accordo attualmente in vigore ne prevede 3,1) ma che Netanyahu vorrebbe portare a 10-15 miliardi. In tal senso, e con le Presidenziali che si avvicinano a grandi passi, è Bibi ad avere il coltello dalla parte del manico. La sua linea è chiara: stipulare un accordo solo se pienamente soddisfacente, altrimenti aspettare l’elezione di un inquilino della Casa Bianca più compiacente.

Il feeling tra Obama e Netanyahu non è mai sbocciato, complici le scelte di politica estera della Casa Bianca. Di sicuro, al di là della soluzione dei due Stati promossa dagli Stati Uniti nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, il principale motivo di frizione risiede nell’apertura diplomatica all’Iran. Obama ha sfruttato l’opportunità di rafforzare uno degli attori principali della zona, rendendolo così pienamente in grado di poter esprimere tutta la sua forza e concorrere alla determinazione di quell’equilibrio di potenza che ha permesso agli Stati Uniti di concentrarsi su altre aree. Dal canto suo, Netanyahu non ha potuto far altro che assistere impotente alla riabilitazione di un Paese che ha come programma politico quello di eliminare lo Stato ebraico. Proprio in quest’ambito si colloca l’azione di dissenso più plateale del Primo Ministro israeliano nei confronti di Obama. Mentre nel Marzo di un anno fa fervevano le trattative per il raggiungimento di quello che sarà poi l’accordo 5+1 del 15 Luglio, Netanyahu veniva invitato dallo speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner, a tenere un discorso al Congresso. Poiché l’intervento non fu minimamente concordato con la Casa Bianca, quest’ultima ritenne la condotta del Primo Ministro israeliano un’inaccettabile ingerenza nella politica estera degli Stati Uniti. Addirittura, in quell’occasione Obama rifiutò qualsiasi incontro pubblico con Netanyahu.

Come evidenziato in precedenza, Netanyahu è ora disposto ad aspettare le Presidenziali di Novembre per cercare di pianificare le prossime mosse. A fare da contraltare a quest’ immobilismo di convenienza c’è tuttavia l’apparente volontà di Obama di lasciare qualche forma di eredità al suo successore nell’ambito del conflitto israelo-palestinese. Potrebbe essere una semplice dichiarazione programmatica che detti le linee delle future negoziazioni tra le due parti, ma non è affatto scontato che il Presidente degli Stati Uniti non intervenga in maniera più decisa sulla questione, che rappresenta finora il grande neo della sua politica estera. Secondo Haaretz l’entourage di Obama, ed in particolare molti esponenti del Dipartimento di Stato, starebbero spingendo per la stesura da parte degli Stati Uniti di una risoluzione da proporre al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un’ eventuale approvazione. Tale risoluzione getterebbe le fondamenta per la costruzione della pace nell’area ed andrebbe a rimpiazzare la 242 del 1967 e la 338 del 1973, nelle quali si chiedeva il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso della Guerra dei Sei Giorni. Ovviamente questa seconda ipotesi rappresenterebbe un duro colpo per Netanyahu, che ha da sempre mostrato atteggiamenti ambigui di fronte alla soluzione dei due Stati, la preferita di Obama. In particolare, nel corso di una recente intervista tra il Presidente statunitense ed il giornalista Jeffrey Goldberg, traspare tutta la disillusione del Capo di Stato americano nei confronti di Netanyahu, definito troppo timoroso e politicamente paralizzato per perseguire il progetto della separazione definitiva dei due Stati.

Insomma, malgrado i tempi siano piuttosto stretti, Obama spera ancora di dire la sua sulla questione palestinese condizionando, in un modo o nell’altro, le scelte del suo successore. Se da una parte la normalizzazione dei rapporti con Cuba ed Iran, insieme al pivot to Asia, rappresentano indubbiamente dei successi, Obama non è riuscito ad influenzare in maniera apprezzabile la controversia israelo-palestinese. Ecco perché il colpo di coda finale in politica estera potrebbe essere riservato proprio a tale ambito. Israele attende, confidando in un intervento non troppo deciso che eviti così di vincolare eccessivamente il nuovo inquilino della Casa Bianca nelle relazioni con lo Stato ebraico.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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