Raimondo Montecuccoli, il Sun Tzu made in Italy

28/12/2013 di Silvia Mangano

Raimondo Montecuccoli

Seminarista, uomo d’armi, poeta, saggista, diplomatico e stratega, Raimondo Montecuccoli incarnò lo spirito del XVII secolo italiano. La figura di questo prismatico modenese nato nel 1609 ha influenzato le sorti della storia europea più di quanto si possa immaginare. Se volessimo sintetizzare la sua importanza nel panorama del pensiero politico-militare con una proporzione, potremmo dire che Raimondo Montecuccoli sta al Seicento come Niccolò Machiavelli sta al Cinquecento.

Raimondo Montecuccoli
Raimondo Montecuccoli

Di origini illustri (il padre feudatario del borgo di Montecuccoli, la madre dama d’onore alla corte estense), rimase orfano in tenera età e assunse il titolo di signore di Montecuccoli, ma si trasferì a Modena per essere cresciuto e avviato alla carriera ecclesiastica dal cardinale Alessandro d’Este. Fino al 1624, data di morte del cardinale, il giovane Raimondo si dedicò agli studi, ma il cuore in tumulto e ansioso di spandersi lo convinse a lasciare la vita religiosa per entrare al servizio di suo zio, generale dell’impero asburgico. Per i primi anni servì nell’esercito senza ricevere incarichi particolari, ma nel 1629 fu nominato alfiere nel reggimento di fanteria di Johann Wangler. Questo fu solo il primo di una lunghissima serie di riconoscimenti che ottenne in pochi anni: alcuni mesi dopo, divenne luogotenente per i meriti militari della battaglia di Amersfoort. La guerra dei Trent’Anni era già cominciata da più di un decennio e Raimondo Montecuccoli dovette dividersi su più fronti, soprattutto dopo l’ingresso in guerra della Svezia. Nel 1632 venne fatto prigioniero e condotto ad Halle an der Saale, dove venne rilasciato dietro lauto riscatto; tornato in patria, venne nominato sergente maggiore del reparto di fanteria dello zio Ernesto Montecuccoli e poi luogotenente del reggimento di corazzieri del colonnello Augustus von Vitzthum. Probabilmente fu presente alla battaglia di Lützen, avvenuta il 16 novembre dello stesso anno, in cui morì il re di Svezia e per il quale compose una poesia.

Nella Guerra si distinse anche per le doti politiche e diplomatiche, soprattutto dopo la morte di Albrecht von Wallenstein (1634). Nel 1635 ottenne di diventare il colonnello del reggimento dello zio, morto qualche anno prima, ma nel 1637 fu arrestato e condannato all’esonero dal servizio, perché sospettato di aver ordinato l’arresto e il saccheggio di una spedizione che includeva i beni personali dell’elettore del Brandeburgo. Dopo un processo chiuso e riaperto più volte nell’arco di due anni, riuscì a dimostrare la propria innocenza e a ricongiungersi con il reggimento a Dresda, ma pochi mesi dopo cadde nuovamente prigioniero degli svedesi. Tornato libero, grazie agli sforzi del duca di Modena Francesco d’Este, si recò a Vienna e offrì i suoi servigi all’arciduca Leopoldo Guglielmo. Riprese servizio sul fronte di guerra e si dedicò alla riconquista della Slesia ai danni della Svezia, ma nel 1643 chiese e ottenne il permesso di recarsi in Italia per partecipare alla guerra di Castro (1643-1644), come comandante delle forze modenesi. Dopo quest’ulteriore vittoria, coronò la carriera nell’esercito imperiale con l’ingresso nel Consiglio aulico di guerra all’inizio del 1645.

Con la Pace di Westfalia e la fine della Guerra dei Trent’Anni (1648) finiva il primo atto della sua brillante carriera militare. Giunto a Vienna, svolse importanti missioni diplomatiche per conto della corona imperiale, quella più famosa è senza dubbio l’attività legata al suo viaggio in Svezia: dopo la morte del re Gustavo Adolfo nella già menzionata battaglia di Lützen, il trono svedese fu occupato dalla riluttante figlia, la famosa Cristina di Svezia. Tormentata da una profonda crisi religiosa, che la portò in seguito a rinnegare la fede protestante, e convinta che le donne non fossero adatte a governare, la regina ospitò Montecuccoli, recatosi in Svezia per procrastinare l’abdicazione della giovane e per convincerla a contrarre un matrimonio strategico con Ferdinando d’Asburgo, figlio dell’imperatore. Pur fallendo nella missione (Cristina non volle mai sposarsi per non vedere il suo regno passare nelle mani di uno straniero), il nobile italiano accompagnò Cristina lungo tutto il percorso della rinuncia al governo e alcuni storici sostengono che abbia preso “attivamente” parte alla conversione al cattolicesimo della regina.

Negli anni seguenti comandò l’esercito imperiale contro l’impero turco nella Guerra austro-turca del 1663-1664 e partecipò attivamente, pur essendo anziano, alla Guerra d’Olanda contro la Francia (1672-1675). In quest’ultima, si confrontò in campo aperto con il mirabile Turenne, maresciallo francese che perse la vita nello scontro. L’eco di questa vittoria assunse tinte mitiche nelle descrizioni dei contemporanei, tanto che illustri posteri quali François-Marie Arouet (Voltaire) e Napoleone ne perpetuarono il ricordo fino a noi.

Raimondo Montecuccoli
Raimondo Montecuccoli

Dopo il successo nella campagna militare, decise di ritirarsi e di trascorrere i suoi ultimi anni di vita dedicandosi alla scrittura di opere di carattere militare. La più celebre è Della guerra col Turco in Ungheria 1660-1664, conosciuta come Aforismi dell’arte bellica: lo scritto compendiava l’esperienza militare accumulata in un cinquantennio ininterrotto di guerre e si prefiggeva l’umile compito di fornire delle linee guida per l’amministrazione militare dell’impero asburgico. La linea di pensiero di Montecuccoli si basava sulla figura di un re autocrate in grado di reggere con saldezza dispotica l’apparato amministrativo e, soprattutto, militare. Tutto ciò presupponeva fattori senza i quali il suo progetto politico restava soltanto un’utopia: il regno doveva garantirsi una finanza stabile, anche attraverso politiche mercantilistiche; doveva dotarsi di un esercito permanente, che avrebbe avuto tra i vari compiti quello di sorvegliare le fortezze reali («mezzi efficaci alla tranquillità pubblica coll’assicurar le forse de’ reggenti e l’obbedienza ne’ sudditi ed il buon ordine dentro e la resistenza alle violenze di fuora»); era necessario lo sviluppo di imperi coloniali e la messa a latere dei conflitti religiosi; infine, era indispensabile realizzare in primis il presupposto su cui dovevano reggersi gli altri: l’instaurazione dell’assolutismo monarchico.

L’opera non ebbe sull’imperatore l’effetto sperato, ma richiamò l’attenzione di un altro monarca, che accolse il progetto di Montecuccoli e ne fece il proprio manifesto di governo: Luigi XIV di Francia. Il Re Sole, coadiuvato da Colbert, tentò di dare impulso a un «complesso militar-industriale e marinaro imperniato sullo Stato».

Come scrittore prettamente militare, pose l’accento su alcuni aspetti strategici fino ad allora poco studiati: la logistica, lo studio del nemico e l’importanza della comunicazione in guerra tra le forze alleate. Tutto ciò, però, non può essere slegato dal piano politico in virtù dell’intrinseca organicità che le sue opere e il suo pensiero possedevano. Egli era fortemente convinto che politica, esercito e società fossero strettamente collegate e che la gestione di uno stato dovesse essere come la gestione di un esercito. Raimondo Montecuccoli visse come un uomo del diciassettesimo secolo, ma il suo sguardo guardava oltre le soglie del secolo venturo. L’acutezza della sua speculazione politico-militare permise alle sue opere di continuare a essere fonte d’ispirazione anche per personaggi come Federico II di Hohenzollern e Napoleone Bonaparte, e ascrisse l’autore nell’albo dei più grandi pensatori del Seicento.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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