Il raggiungimento di una tregua: una soluzione possibile tra Israele ed Hamas

06/08/2014 di Vincenzo Romano

Alla tregua bilaterale tra Israele e Hamas ha seguito il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza, ma la situazione è ancora complessa

Una tregua attesa. È entrata in vigore la tregua bilaterale di tre giorni tra Israele ed Hamas. L’esercito israeliano ha annunciato di aver concluso il ritiro delle proprie truppe di terra dalla Striscia di Gaza, tranne che per un piccolo contingente al confine, qualora vi fossero violazioni del cessate il fuoco. La tregua arriva dopo un continuo rifiuto da parte israeliana di acconsentire ad un corridoio umanitario d’emergenza per cercare di risolvere la situazione ormai insostenibile delle vittime civili palestinesi degli attacchi, aerei e di terra, delle forze israeliane. Lo Stato ebraico ha più volte ribadito la sua posizione intransigente per il paventato rischio di attentati terroristici ad opera di Hamas (pochi giorni fa si sono registrati due attentati ad un civile e ad un soldato israeliano).

Per comprendere gli eventi che si stanno verificando in Palestina, cercheremo di analizzare i fatti che vengono raccontati dai media di tutto il mondo, tenendo presente le posizioni dei due attori direttamente coinvolti nello scontro (Israele ed Hamas), e quelle degli attori internazionali e regionali che hanno interessi nell’area. Come accennato, il cessate il fuoco è il risultato di una serie di incontri diplomatici svoltisi nei mesi precedenti tra i principali attori internazionali, ONU e USA in testa, e gli attori locali indirettamente coinvolti, Egitto in primis. Del tutto assente sembrano essere le cancellerie europee in quanto né l’attuale Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE (con mandato in scadenza) né i Ministri degli Esteri dei paesi europei sembrano disponibili ad intervenire in maniera sostanziale nel conflitto (l’Italia da parte sua ha inviato una delegazione della Commissione Esteri in Palestina, auspicando una soluzione regionale complessiva nelle regioni Mediorientali e Mediterranee).

Israele-Netanyahu
Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele

La guerra secondo Israele. L’obiettivo principale di Israele è quello di distruggere l’arsenale militare di Hamas e di scovare ed inibire i suoi capi militari. Per conseguire questo obiettivo è evidente che l’operazione da porre in essere debba essere un’operazione che impedisca in maniera definitiva ai contingenti palestinesi di poter mettere a rischio la sicurezza israeliana. Ed è altrettanto evidente che per raggiungere un tale obiettivo vi è l’esigenza di utilizzare tutti i mezzi a disposizione dell’esercito israeliano: la flotta aerea, ma soprattutto quella terrestre. Come da più parti dimostrato, buona parte dell’arsenale palestinese (non soltanto di Hamas, ma anche di altre sigle islamiche presenti nella striscia come il Jihad islamico) è situato in tunnel sotterranei ed in abitazioni civili. Ha, inoltre, fatto scalpore la notizia che sono stati rinvenuti da alcuni funzionari delle Nazioni Unite, 20 razzi sotto una scuola gestita dall’Organizzazione.

Le invasioni di terra sono state sospinte anche dalla formazione politica che fa riferimento al Premier israeliano Netanyahu: quest’ultimo, infatti, governa con il partito della destra oltranzista, di cui fa parte il Ministro degli Esteri Lieberman. L’attacco di terra, a differenza di quello aereo, espone anche i militari israeliani ad una maggiore vulnerabilità nei confronti delle forze palestinesi.

La guerra secondo Hamas. Con riguardo agli obiettivi di Hamas, il movimento governativo palestinese sta perseguendo una strategia che corre su due binari, uno politico ed uno militare. Quest’ultimo si fonda sull’intransigenza mostrata da Hamas nei confronti del nemico israeliano: dall’inizio di luglio sono stati lanciati 1600 razzi verso le principali città israeliane, quasi tutti intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. L’effetto di un simile attacco è contrario allo scopo perseguito da Hamas, e cioè quello di deterrenza nei confronti di Israele, che possiede un sistema di intercettazione missilistica molto più sofisticato di quelli che possiedono i palestinesi, senza tenere conto dell’asimmetria, a favore di Israele, del rispettivo esercito.

Le ragioni politiche. Vi sono poi ragioni politiche che hanno a che fare con il consenso che Hamas sta lentamente perdendo nella popolazione e che ha portato alla strumentalizzazione di tutti gli episodi di violenza perpetrati nei confronti della popolazione civile ad opera di Israele, tutti utilizzati a fini propagandistici. Vi è inoltre da considerare un ulteriore fattore di destabilizzazione nel sistema politico palestinese: Hamas non è l’unico attore nell’agone politico. Vi sono, infatti, fasce più estremiste (salafiti, jihadisti, ecc.) che non sono sotto il controllo di Hamas e che hanno come obiettivo esplicito la destabilizzazione e la scomparsa dello stato israeliano. Vi è poi un’ulteriore scissione interna al movimento di Hamas tra “interventisti”, residenti a Gaza, e “non interventisti”, guidati da Khaled Meshaal, attualmente a Doha, che auspica una soluzione politica, e non militare, con Israele.

Il peculiare contesto interno. Dopo sette anni di divisioni interne alla compagine politica palestinese, in giugno è stato trovato un accordo tra Fatah ed Hamas, che ha portato ad un governo di unità nazionale. Tale situazione è stata malvista dal governo israeliano, in quanto un accordo simile potrebbe far riappropriare Hamas (considerata da Tel Aviv un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti) di una parte di legittimazione politica che aveva perso negli ultimi anni. Molti osservatori hanno notato che la crisi derivante dalla destabilizzazione della guerra possa mettere fortemente in discussione l’alleanza Fatah-Hamas, poiché la prima, assieme ad Abu Mazen, continua a preferire il dialogo con Israele.

Gli attori internazionali. Sin dal principio del conflitto, gli attori regionali e la comunità internazionale, hanno cercando una soluzione diplomatica per arrestare la strage che sta mietendo vittime ogni giorno. Tra gli attori regionali principali, l’Egitto ha giocato un ruolo fondamentale sia per la tregua raggiunta in questi giorni, con il relativo cessate il fuoco, sia per aver ospitato gli incontri tra i rappresentanti dei governi israeliano e palestinese (Hamas e Jihad islamica) per trovare un accordo permanente.

I diritti umani. Vi è, poi, la questione riguardante il rispetto dei diritti umani nella Striscia di Gaza. Secondo il Ministro degli Esteri palestinese, Riad al-Malki, ci sarebbero prove evidenti che il governo israeliano abbia compiuto crimini di guerra durante gli attacchi, e per tale motivo ha chiesto ricorso alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Ma in realtà né israeliani né palestinesi hanno sottoscritto lo Statuto della Corte Penale Internazionale, e di conseguenza la Corte non ha alcuna giurisdizione su Gaza. L’unica soluzione per poter aprire un’inchiesta su quello che sta accadendo a Gaza sarebbe una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che potrebbe istituire una commissione d’inchiesta. Ma anche tale strada sarebbe difficilmente percorribile, dal momento che gli Stati Uniti, storicamente vicini ad Israele, potrebbero usare il loro diritto di veto per bloccare tale iniziativa.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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