Quirinale: se Napolitano si scopre renziano

18/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

Perché in questi giorni il Presidente della Repubblica ha fatto ben due discorsi in appoggio al Premier? C’entra la sua idea d'Italia, ed il fatto che il contesto internazionale fa presagire l’avvicinamento di un terremoto politico ed economico

Due discorsi in due giorni con lo stesso tenore da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: prima alle Alte Cariche dello Stato, poi al Corpo Diplomatico. Gli auguri di Natale, con tutta probabilità gli ultimi dell’attuale Presidente della Repubblica, sono stati l’occasione per mandare un segnale a tutta la platea politica italiana. Nel primo c’è stato un richiamo ai sindacati e a possibili scissionisti interni al Pd, rei di minare la stabilità del paese. Il secondo ha invece confermato il richiamo alla “imminente fine” del suo mandato. E’ il segno che chi speri in un ripensamento dell’ultimo minuto – visti i timori del terremoto politico che può avviarsi intorno alla sua successione – rimarrà sicuramente deluso.

Il punto fondamentale delle parole di Napolitano, però, è rimasto lo stesso. In sintesi: sì al Governo Renzi. Sì alle riforme che il premier sta portando avanti, nonostante si tratti di “un’opera difficile e non priva di incognite”. “Non ci sono alternative”, ha sottolineato il Capo dello Stato, che, soprattutto nel primo discorso, è apparso molto deciso sulla questione della stabilità del paese. Re Giorgio ha sorpreso un po’ tutti, Governo compreso. La ragione è semplice: sembra, proprio alla fine del mandato, evidenziare una svolta in direzione di un appoggio convinto nei confronti di Renzi e dei suoi. Una scelta per niente scontata.

Ci sono da fare alcune precisazioni. Uno dei principali problemi che Napolitano poteva avere con il governo dell’attuale segretario del Pd, era rappresentato, prima di tutto, dal modo in cui questi è arrivato a Palazzo Chigi: non solo con una manovra spregiudicata e politicamente discutibile ma, soprattutto, andando a rovesciare il Governo Letta, ovvero quello che era un vero e proprio “Governo del Presidente”. Napolitano ha dovuto più volte – e spesso con poca efficacia – mettere voce sulle scelte di leadership del paese nei momenti di massima crisi degli ultimi anni. L’arrivo di Renzi, che ha smontato l’equazione, è stato in un certo qual modo un vero e proprio terremoto dell’assetto istituzionale da lui stesso organizzato.

Enrico-Letta
Enrico Letta, Presidente del Consiglio “spodestato” da Matteo Renzi

Eppure le basi perché il Presidente e il Premier arrivassero a piacersi c’erano, ed andavano oltre la questione della pura vicinanza politica. Entrambi hanno auspicato con forza l’avvio di un profondo processo di riforme per il paese. Entrambi hanno puntato alla modifica dell’assetto istituzionale, basandosi sulla conclamata necessità di superare il bicameralismo perfetto. Non c’è dubbio che il rapporto tra Renzi e Napolitano sia stato anche dialettico: lo dimostrano, per esempio, le lunghe e difficili trattative per la formazione della squadra di Governo, divisa tra il giovanilismo extraistituzionale del primo e la volontà di dar spazio a comprovati uomini delle Istituzioni del secondo. Anche la recente nomina di Paolo Gentiloni a Ministro degli Esteri sa di compromesso in questo senso. E probabilmente quel riferimento all’”opera non priva di incognite” è a sua volta una stilettata, un riferimento a qualche dubbio che il nuovo quadro istituzionale e del mercato del lavoro, i primi su cui il Governo pare essere in grado di intervenire, possono porre al Presidente.

A sentire Napolitano, oggi come oggi non c’è alternativa al governo Renzi. Ci sono almeno due probabili ragioni alla base di queste parole. La prima sta nel fatto che, tra le forze in gioco nell’agone politico, non ce n’è una che proponga cambiamenti su base moderata. E’ quasi scontato che il Presidente non si fidi di Berlusconi, che tra l’altro non brilla certo per coerenza nella sua offerta elettorale. Allo stesso modo c’è enorme timore nei confronti del Movimento 5 Stelle e della Lega, che, in modi diversi, porterebbero una spaccatura totale rispetto ai principi politici che fanno parte della sua stessa cultura politica del Presidente: come lo sfaldamento dell’Unione Europea (praticamente inevitabile in caso di abbandono dell’Euro), e come la rivoluzione dei sistemi istituzionali più volte richiamata, con una poca chiarezza che non può far altro che preoccupare, a torto o a ragione, un politico anziano e di vecchia scuola come Napolitano.

La conclusione è dunque logica: Renzi è l’unico, ai suoi occhi, che possa fare le riforme che secondo lui sono necessarie al paese, senza il rischio che terremoti eccessivi possano portare un caos che distrugga la stabilità del paese. Torna sempre, nelle sue parole come nei ragionamenti che ne conseguono, questa parola: stabilità. Perché? Il secondo ordine di ragionamento si basa anche sulla situazione internazionale. Molto sta cambiando nel mondo, e l’Italia, da un punto di vista sia politico che economico, è rimasta indietro di vent’anni. Il tempo di rimettersi in moto – chiunque sia a gestire la leadership – è arrivato, ma il prezzo da pagare è comunque alto.

Intanto la critica internazionale prevede per i prossimi anni sommovimenti dal peso specifico enorme. L’esplosione della questione russa è diventata una sorta di guerra su più fronti, con il peso militare russo contrapposto a quello economico occidentale, con quest’ultimo che sta cercando di limitare Putin chiudendogli i rubinetti monetari. E’ inevitabile che tutto ciò avrà conseguenze importanti, economiche e/o politiche, nei prossimi anni, e l’Europa ne sarà inevitabilmente coinvolta. Senza contare che il generale rallentamento delle economie in via di sviluppo e il fatto che la finanza internazionale, dopo il 2007, sia rimasta sostanzialmente incontrollata (del possibile scoppio di un’altra grande crisi abbiamo parlato qui), fanno pensare che una scossa molto forte sia alle porte.

Da qui il bisogno di stabilità: dalla paura di un Presidente anziano, che fisicamente non riesce più a sostenere il proprio incarico, per la tenuta del costrutto sociale e democratico dell’Italia così come la conosciamo.  Napolitano vede solo in Renzi, allo stato attuale, la possibilità di mantenere in piedi, coi tempi duri che verranno, la Repubblica Italiana. Solo il tempo saprà dirci se avrà avuto ragione o meno.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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