La questione immunità, per capire di cosa si tratta

02/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Immunità Parlamentare

Che nel mezzo della trattativa sulle riforme istituzionali si sarebbe aperta una “falla” capace di scatenare polemiche, era prevedibile. L’immunità dei senatori, punto di polemica di questi giorni, era sicuramente uno dei terreni di scontro più probabili. Non è un caso: se da un lato ci sono molte spinte a favore della sua abolizione (e non sempre solo verso il Senato), dall’altro su questo ambito si gioca una parte importante degli equilibri istituzionali. Infatti non è casuale neanche che si parli di una questione Costituzionale: l’immunità è presente all’articolo 68 della Costituzione, già cambiato nel 1993 in seguito a Tangentopoli. A quel tempo già vennero allentate le maglie dei limiti all’intervento della magistratura, permettendo che fossero aperti procedimenti penali a carico di Deputati e Senatori, anche se l’arresto doveva essere sempre preceduto dal voto della Camera di appartenenza.

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L’art. 68 della Costituzione, che prevede l’immunità dei membri del Parlamento (dal sito del Governo Italiano)

Tra scandali e giustizia lenta – Gli scandali che hanno continuato a susseguirsi in questi anni (non ultimo il caso Dell’Utri) hanno rafforzato la richiesta di severità nei confronti dei Parlamentari indagati. Il problema, va detto, sta anche nella lentezza della giustizia italiana. In ogni caso l’ immunità è negata in caso di sentenza passata in giudicato: processi più brevi renderebbero più difficile farla franca per chi delinque, anche se eletto. Nonostante ciò c’è una frangia di giornalismo di grande visibilità che chiede siano dati più poteri al potere giudiziario contro quello legislativo: è qua che si incappa nel problema principale.

L’equilibrio dei poteri – L’ immunità venne prevista dalla Costituzione con un obiettivo molto chiaro: impedire che vi fosse uno squilibrio tra i tre poteri principali dello Stato – legislativo, esecutivo e giudiziario – a favore di quest’ultimo. Il principio è semplice: un giudice con intento persecutorio nei confronti di un Parlamentare (ipoteticamente onesto, per esempio) potrebbe sfruttare il suo potere per impedirgli di svolgere le sue funzioni – per esempio su un disegno di legge importante ma molto inviso a una parte politica – condizionando la legislatura. Il punto sta nel fatto che il giudice non è eletto, mentre il Parlamentare si: sta al cittadino, attraverso il voto, giudicare in sede elettorale la buona fede del suo operato.

Stato di Polizia? – Tra l’altro, nel pratico della situazione italiana, è estremamente difficile che i giudici rispondano dei propri errori: l’autodichia necessaria ad evitare loro le tanto temute influenze esterne fa si che siano la stessa magistratura a giudicare se stessa, rendendo, alla prova dei fatti, minima la sanzione interna. Insomma, estremizzando (situazione però non escludibile), senza un contrappeso la magistratura potrebbe avere un controllo totale sulla legislatura: basterebbe avviare un procedimento al minimo sospetto – anche ingiustificato – e procedere con l’abusatissimo arresto preventivo. Teoricamente si potrebbe arrivare anche ad uno Stato di Polizia, situazione pericolosa per la democrazia. Va infatti aggiunto un rilievo: pensare che i Parlamentari siano tutti disonesti ed i giudici tutti onesti è irrazionale. Dopotutto un giudice entra in carriera per concorso, e niente fa pensare che non possano esserci magistrati con secondi fini, per quanto una stretta minoranza.

Le colpe della legge elettorale – La situazione attuale è stata inficiata anche dalla legge elettorale: quando i membri delle Camere sono scelti all’interno di liste bloccate piuttosto ampie diventa difficile per il cittadino avere il controllo su chi entra il Parlamento: è anche su questa base che la Corte Costituzionale ha emesso la sentenza che ha smontato il Porcellum. Qualunque dei sistemi prodotti dalle ultime proposte andrebbe meglio: le liste con un massimo di due-tre eletti per partito permette comunque di sapere con ampio margine di certezza se c’è il rischio che un indagato entri in Parlamento, anche se rimane il rischio accoppiata candidato preferito/candidato censurabile. Le preferenze hanno il merito di portare avanti il criterio di scelta più diretto, e il demerito, per questo motivo, di essere facilmente influenzabili da voto di scambio e dai “padronati” locali (non si fa mai abbastanza riferimento al caso Fiorito). Un sistema uninominale, forse il migliore, ridurrebbe l’ampiezza della scelta – uno è il candidato per il singolo partito – ma permetterebbe di scegliere con assoluta certezza il candidato che si reputa migliore.

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Marcello Dell’Utri è un caso emblematico: l’immunità lo ha protetto dall’arresto per anni, ma, giunto alla condanna definitiva, non ha avuto più modo di evitare la giustizia italiana. Salvo la fuga all’estero, non andata a buon fine.

Il problema del nuovo Senato – La questione però si complica nell’ottica del nuovo Senato. Chi critica l’ immunità in sé, lo fa, coerentemente, anche per la Camera. Ma c’è chi pone un’altra questione, relativa solo al Senato, di non facile risoluzione. I Senatori previsti dalla riforma Costituzionale dovrebbero essere presi direttamente dai Consigli Regionali o dai principali Comuni (salvo cinque designati dal Presidente della Repubblica), contesti in cui l’ immunità non esiste. La loro competenza legislativa è ridotta, ma rimane per alcune questioni importanti (come quelle regionali e, soprattutto, quelle Costituzionali). E’ giusto dunque che un Consigliere Regionale, quando Senatore, abbia una forma rafforzata di tutela rispetto ai suoi colleghi?  Il problema è che il sistema legislativo continentale – di cui l’Italia fa storicamente parte – è spesso simile a un puzzle, dove il modo in cui i pezzi si connettono tra di loro è essenziale per la sua riuscita. In questo senso la natura ibrida dei Senatori, per quanto razionale da un punto di vista organizzativo, deve affrontare questo genere di problemi per inserirsi nel quadro legislativo.

E’ una questione non da poco: da un lato vi è la possibilità che si ricomponga il quadro descritto precedentemente, con un potere principale dello Stato, solo su alcune materie, ma di enorme rilevanza, completamente esposto a possibili abusi. Dall’altro c’è il rischio di una disparità di trattamento capace di aumentare gli illeciti. Basti pensare all’esempio, già citato, di Franco Fiorito: cosa sarebbe successo se il Consigliere, il più votato del Lazio, fosse diventato Senatore, nell’ipotetico disegno Costituzionale, e avesse potuto godere dell’ immunità?

Una questione civica – Alla fine una risposta chiara non esiste: Winston Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo, eccettuate quelle sperimentate fino ad ora. Certi equilibri sono difficili da costruire se non c’è la collaborazione di tutti. L’ideale sarebbe che un qualsiasi politico, che sia Parlamentare, Consigliere Regionale, Sindaco, etc., una volta visti comportamenti scorretti – come il tentativo di ottenere voti di scambio – o verificato il suo coinvolgimento in affari illeciti, non prenda più un voto, né lo prenda la sua lista nel luogo in cui è candidato. Finora non è stato così. Ma se non si arriva almeno a questo livello di civismo, in questo paese ci si scontrerà sempre con un muro.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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