La ricerca dell’amore (perduto)

16/01/2013 di Giulia Merilli

gabriele-muccinoInaugura ufficialmente, dopo l’esperimento di qualche giorno fa, una nuova rubrica tenuta da Giulia Merilli. Si occupera di cinema analizzando, di volta in volta, non solo il film in uscita nelle sale da un punto di vista puramente critico ma anche gli aspetti più tecnici, dedicando spazio anche alle produzioni che hanno fatto la storia del cinema. Intanto, per cominciare, un breve articolo sull’ultimo film di Gabriele Muccino, stroncato dalla critica di oltre oceano e, probabilmente, troppo in fretta anche da quella nostrana.

Denigrato  e massacrato dalla critica Italiana. Ridicolizzato oltre oceano. Trama lineare senza grandi pretese con tanto di “ vissero felici e contenti”. Popolare giocatore di calcio vive una vita dissoluta, sebbene abbia moglie e figlio, ma  una volta infortunato comprende  l’importanza della famiglia  e si redime. Nonostante questo, al suo primo week-end nelle sale italiane, incassa quasi 2 milioni di euro. Patriottismo nei confronti di un nostro connazionale arrivato oltreoceano? No.

Il trionfo di  “ Quello che so sull’amore“ nella nostra penisola, rispetto al totale flop negli Usa, è da ricercarsi  nelle profonde differenze che ancora oggi ci separano dal “nuovo” continente.  Affiancando i critici americani e quelli nostrani si nota, però, anche un punto in comune: entrambi appaiono ancora troppo legati al sentimentalismo di “Colazione da Tiffany “. La ragione del trionfo di questa semplice commediola non risiede nella superficialità della nostra popolazione, conclusione che verrebbe naturale dopo aver letto le critiche, ma in un bisogno reale: quello di amare, nel senso più generalizzato possibile.

Caro americano, io non posso giudicarti. La differenza tra le nostre culture è evidente. Questo film, di per sè, è forse troppo vicino alla nostra piuttosto che alla tua, più propensa a  vedere un Tom Cruise gettarsi dai grattacieli che una produzione di questo tipo. E’ comprensibile. La stessa cosa non si può dire, invece, dei critici italiani. Accusare di superficialità, in una produzione come questa, uno dei più capaci indagatori cinematografici italiani dei rapporti umani significa non aver compreso, a prescindere, le intenzioni dietro alla pellicola.

Un Muccino ben diverso da quello degli esordi, con un profilo più basso rispetto ai due precedenti film statunitensi e un’analisi psicologica ampiamente ridotta se confrontata ai suoi grandi successi italiani, ci permette tuttavia di uscire dalle sale con un sorriso sulle labbra non solo per l’echeggiamento Ovidiano “Omnia vincit amor” ma anche perché – in un momento così delicato della nostra Società – ci consente  di guardare l’Italia con gli occhi di uno spettatore lontano  e di ricordare, insieme al protagonista, quanta bellezza ci sia e quanto ci manchi amare il nostro paese.

Muccino ha confezionato un prodotto volutamente leggero, meno intricato del solito, più immediato. Il suo bisogno, in questo momento, non era di rivelarsi un maestro della psiche umana, come ne “L’ultimo bacio” o “Ricordati di me” dove metteva in luce l’assenza dei valori fondamentali nella nostra società, ma, piuttosto, rappresentare la speranza che un reale cambiamento possa ricondurre alla più’ grande felicità: la quotidianità. Una parentesi di leggerezza, dunque, tanto necessaria all’Italia di oggi.

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Giulia Merilli

Nasce a Roma il 12.07.92. Fin dalla più giovane età nutre una profonda passione per il cinema. Dopo essersi diplomata al Liceo Classico San Giuseppe De Merode si iscrive al Ba in Dramatic Arts all'Accademia Europea di arti drammatiche di Roma. Dopo numerosi stage di teatro e cinema oggi è parallelamente iscritta alla facoltà di cinema dell'università la Sapienza.
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