Quel maledetto tre per cento

10/11/2014 di Ludovico Martocchia

Breve storia del parametro sul rapporto deficit/PIL dei paesi dell'Eurozona, che fa sempre più discutere, e in realtà è privo di fondamento teorico

Il deficit pubblico dei paesi dell’Eurozona non deve superare il tre per cento del PIL. Una regola che tutti conoscono, ma che in pochi rispettano. A tal punto che la Francia si è opposta apertamente all’austerità: il rapporto deficit/PIL raggiungerà il 4,4% nel 2014. Si è aperto lo scontro con la Germania della Cancelliera Angela Merkel, che ha tuonato: «i Paesi dell’Unione devono fare i loro compiti per il loro benessere».

Intanto l’indebitamento italiano probabilmente salirà fino al 3% senza oltrepassare la fatidica soglia, risentendo di una diminuzione del PIL. Quindi le previsioni di febbraio del Governo non verranno rispettate (ricordate le slides di Renzi? Palazzo Chigi si era impegnato su un 2,6%). Ciò che conta è che l’Italia svolgerà i compiti a casa, senza interrogarsi troppo sul perché di questi parametri e sugli effetti sull’economia reale. Dopo questi numeri, a prima vista senza senso, la domanda pare lecita: perché proprio il tre per cento e non il due o il cinque?

La versione ufficiale in risposta alla questione non è molto lineare. L’Italia è parte del Patto di stabilità e crescita, firmato tra i paesi dell’Area Euro nel 1997. L’accordo nasce per favorire l’integrazione monetaria e controllare l’indebitamento pubblico eccessivo, specie per alcuni paesi, tra cui la nostra Penisola. Per questo sono stati previsti dei principi rigidi da rispettare, i cosiddetti parametri di Maastricht: il famoso deficit al tre per cento e il debito pubblico al di sotto del 60% del PIL (l’Italia raggiungerà il 134 % nel 2014).

Guy Abeille, il funzionario del ministero delle finanze francese che ha svelato l'origine del fatidico 3%
Guy Abeille, il funzionario del ministero delle finanze francese che ha svelato l’origine del fatidico 3%

Ebbene, la tipica storiella raccontata dai politici e dai fautori del trattato non entra mai nei dettagli. Il reale motivo per la scelta di tali numeri è rimasto oscuro fino a quando non ha parlato l’inventore della formula: Guy Abeille, ex funzionario del Governo Mitterand.

La soluzione è celata dietro le quinte: il parametro del tre per cento non ha una solida base scientifica. Abeille così ha dichiarato mesi fa a Le Parisien. Per ridurre l’elevato deficit della Francia nel 1981 (più di 95 miliardi di franchi), il socialista François Mitterand aveva incaricato alcuni burocrati di stabilire una regola restrittiva.

«Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6% del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica» (Sole 24 Ore), ha riferito Abeille.

Nel 1991 la regola fu presa d’ispirazione anche dai vertici dell’Unione Europea, che la fecero propria, senza sapere quali fossero le riflessioni teoriche nascoste. Riflessioni teoriche ed economiche che, in effetti, non ci sono. Non si può spiegare in modo esatto la scelta del tre per cento, quale sia il suo effettivo vantaggio nel contesto attuale (ben diverso di quello dei tempi di Mitterand), perché nessuno lo sa. Potrebbe scappare un sorriso nel caso si leggessero le restanti parole di Abeille: «avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità». Per il resto c’è da rattristarsi. Quanto ancora si scontreranno, le élites europee, sul rispetto di questo maledetto parametro, purtroppo privo di fondamento, se non ormai solo politico e ridotto alla sola questione della riduzione del debito pubblico, fonte di scontro ormai perenne tra paesi del nord e del sud Europa?

Di certo, se un giorno l’Italia deciderà di rispettare il pareggio di bilancio, dovrà farlo principalmente per se stessa, non perché deve fare i cosiddetti “compiti a casa”. Infatti bisogna ricordare come il deficit al tre per cento equivale a più o meno 50 miliardi di euro. Moltiplicato per 10 anni sono altri 500 miliardi, che andrebbero ad aggiungersi al nostro debito pubblico, sfiorando quota 3mila miliardi: un onere che prima o poi andrà pagato. Ovviamente a rimetterci saranno le generazioni più giovani, che di questo macigno non sono responsabili.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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