Quel bicameralismo non poi così perfetto

06/06/2014 di Francesca R. Cicetti

Senato, Italia

C’è un gran gridare a destra e a sinistra per la fretta riformista di Matteo Renzi. Il Senato è in piedi dal tempo di Romolo, in molti tremano all’idea di buttarlo giù in poche settimane. Soprattutto se lo scopo dello stravolgimento è guadagnare il premio per il rinnovatore dell’anno. Quindi, si consiglia al premier calma e riflessione, valutazioni accurate e soprattutto prudenza. Tutte raccomandazioni sacrosante, soprattutto se vengono per tutelare un’istituzione dello Stato. Solo che la necessità di rivedere il sistema del bicameralismo perfetto non è un’invenzione dell’ex sindaco, e non è comparsa nelle nostre agende da un giorno all’altro, come una sorpresa inaspettata. È un tema discusso da trent’anni, e puntualmente rimandato proprio perché troppo caldo. Proprio perché si raccomanda prudenza, calma e riflessione.

Riforma del SenatoSarebbe però un inganno nostalgico affermare che il nostro bicameralismo vada bene così com’è. Che i procedimenti non siano intrappolati in una logica di discussioni e revisioni e ancora discussioni, fatta di una staffetta tra le Camere quanto meno troppo lenta, e troppo poco funzionale. Per non parlare poi del numero dei parlamentari, esorbitante per suo conto e in relazione a quello degli altri stati europei. Insomma, uno snellimento del sistema è nell’aria da anni. Non solo perché porterebbe al Paese un bel risparmio in termini di denaro, ma anche e soprattutto in termini di tempo. L’arcaicità dei procedimenti ci ha spesso tenuti ancorati al passato, e questa riforma potrebbe essere l’occasione per sdoganare il tabù del monocameralismo.

La riforma aspetta un accordo per andare in porto. Se su alcuni punti sembra averlo trovato, su altri sembra essere ancora lontano. Il progetto prevede una nuova assemblea delle Autonomia, non elettiva, composta da centocinquanta membri, contro i trecento quindici attuali. Tra questi, centootto sindaci, ventuno presidenti di regione e ventuno esponenti della società civile, scelti dal Presidente della Repubblica. Tra i suoi compiti non rientrerà più quello di votare la fiducia al governo e le leggi di bilancio, ma si potrà occupare solo di materia costituzionale, elettorale, dei diritti fondamentali e di concludere trattati internazionali. Per i membri dell’assemblea delle Autonomie non sono previste indennità.

Le derive autoritarie, sempre rumoreggiate quando si scende nel campo delle riforme istituzionali, in questo caso hanno un po’ il sapore della campagna elettorale perpetua, come la favola di un’alleanza tra Renzi e Berlusconi per conquistare in coppia il potere assoluto. Tra l’altro, è opinabile l’allarmismo, quando si mette in dubbio l’efficienza di un sistema goffo, formato da quasi mille parlamentari, che tramite la famosa “navetta” prevede un passeggiare da una camera all’altra lungo e spesso del tutto inutile. Viene il dubbio, in casi come questi, che il problema non sia affatto il timore di un potere troppo centralizzato, oppure di una svolta antidemocratica. Forse, ancora una volta, si tratta della solita storia italiana. Una conta delle poltrone, a cui chi dovrebbe cambiare le cose è troppo affezionato.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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