Quei 20 miliardi così difficili da trovare

11/09/2014 di Federico Nascimben

Il Presidente del Consiglio ha annunciato una legge di stabilità fatta di soli tagli, senza ulteriori aggravi fiscali per i cittadini. Ma ridurre la spesa senza toccare alcune voci molto sensibili è illusorio. Vediamo perché

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio

Nelle ultime settimana Matteo Renzi ha dichiarato a più riprese che la prossima legge di stabilità sarà fatta di “soli tagli”, 20 miliardi per la precisione. Dichiarazioni simili non rappresentano certo una novità nel panorama politico italiano, senonché alla fine le ex finanziarie sono sempre state portate avanti, per la maggior parte, attraverso aumenti della pressione fiscale per famiglie e imprese. 

Come noto, inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi le politiche di riduzione di spesa pubblica si sono concretizzate attraverso:

Tagli lineari (che includono, ad esempio, i minori trasferimenti a regioni ed enti locali);

Blocco delle indicizzazioni dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni;

Clausole di salvaguardia contenenti la riduzione di agevolazioni e sgravi fiscali (cioè il c.d. sistema di tax expenditures).

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Le motivazioni alla base di questa degenerazioni sono molto semplici, e derivanti dalla natura corporativa del nostro Paese: se non si toccano i c.d. diritti acquisiti (leggasi pensioni e stipendi di determinate categorie) e non si interviene sulla “natura e dimensione dell’intervento pubblico” (come dichiarato recentemente da Giarda), rivedendo il perimetro d’azione tra Stato e privato, al netto della riduzione della spesa in conto capitale (cioè per investimenti, già ai minimi storici) e della spesa per interessi sul debito, non sarà possibile proporre misure di sostanza. Come più volte ripetuto ed evidente, a mancare è sempre stata la volontà politica, oltreché una sorta di federalismo in chiave italiana che ha moltiplicato i centri di spesa e diminuito la controllabilità di questi (come nel caso delle municipalizzate).

Questo per quanto riguarda la mera riduzione della spesa. Per quanto riguarda, invece, la c.d. spending review – com’è evidente a tutti i cittadini -, è necessaria, in Italia, una grande operazione di efficientamento e di riduzione delle enormi differenze territoriali. Inoltre, occorre tenere presente che – vista la struttura della spesa pubblica italiana – i famosi “tagli” non possono essere indolori perché avranno effetti o sulla domanda o sui servizi offerti da parte dello Stato. Troppo spesso poi, a causa delle debolezze dell’economia (sia di natura ciclica che strutturale) e di previsioni eccessivamente ottimistiche, i pochi tagli e le molte nuove tasse sono andati a coprire buchi di bilancio che si aprivano a seguito della contrazione del PIL. Tale problema continua naturalmente a ripresentarsi anche quest’anno, come testimoniato dal bollettino di settembre della BCE: il ché rischia di mettere in discussione il contenimento del deficit sotto al 3% per il 2014 e il deficit corretto per l’andamento del ciclo (che l’Italia ha provato a più riprese a spostare dal 2015 al 2016, peraltro senza successo).

A testimonianza della facilità con la quale si parla di riduzione della spesa pubblica e di spending review, e della concreta difficoltà nella sua attuazione, appare opportuno portare due estratti che sintetizzano bene l’insieme delle problematiche:

– Nell’articolo Un decalogo per la spesa, Massimo Bordignon scrisse: “tagliare la spesa pubblica non è poi così semplice. Perché gran parte va in interessi, pensioni e stipendi, capitoli sui quali i vari governi sono già intervenuti. Ridurre i bilanci di sanità, scuola, giustizia e altri servizi richiederebbe una revisione del confine pubblico-privato. Gli interventi possono essere solo strutturali con risparmi nel lungo periodo“;

– Nel 2012, Piero Giarda, nella nota informativa sulla spending review scrisse: “la spesa pubblica italiana è nel complesso molto elevata per gli standard internazionali e la sua struttura presenta profonde anomalie rispetto a quella rilevata in altri paesi. La spesa per la fornitura di servizi pubblici e per il sostegno di individui e imprese in difficoltà economica è inferiore alla media dei paesi OCSE, ma la spesa per interessi passivi e per pensioni è molto superiore”.

Come scrivemmo tempo addietro, il Piano Cottarelli prevedeva “per il 2014 (ma su base annua, non parziale) risparmi lordi massimi pari a 7 miliardi, 18 per il 2015 e 34 per il 2016“.  Giusto per avere un’idea, per l’anno in corso (cosa in parte naturale) la stima è calata prima a 4,5 e poi a 3 miliardi. Basti pensare, ad esempio, che in merito alle coperture dei famosi 80 euro (pari a 6,9 miliardi per il 2014), Renzi dichiarò che il Governo ne aveva già individuate “più del doppio di quelle che servirebbero“; ovviamente poi, la composizione delle risorse individuate a copertura, dimostrò che non era affatto così.

Se non si vuole mettere in discussione ciò che abbiamo sopra menzionato, è molto probabile che la stessa sorte toccherà ai 20 miliardi annunciati da Renzi. Prendiamo il taglio del 3% della spesa dei Ministeri annunciato dallo stesso Presidente del Consiglio. Secondo Enrico Marro, per il 2014, “considerando la sola spesa delle amministrazioni centrali, alle quali i ministeri appartengono, si parte da 353 miliardi al netto degli oneri sul debito pubblico e delle spese in conto capitale. Tolta la spesa per il personale (94 miliardi), restano 259 miliardi. Un taglio del 3% farebbe risparmiare circa 7 miliardi e mezzo“; ciò rappresenterebbe circa un terzo dei 20 miliardi. Dopodiché l’articolo prosegue elencando misure simili annunciate dai precedenti Governi Berlusconi e Letta che – come ampiamente prevedibile – non hanno avuto successo e che, come (non troppo) extrema ratio, prevedevano le sopracitate clausole di salvaguardia e gli altrettanto noti tagli lineari.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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