Quando la ‘ndrangheta diventa stato, la cultura è l’antidoto?

31/05/2014 di Luca Tritto

Mafia

Da molti anni, ormai, la criminalità organizzata calabrese ha subito una lenta trasformazione da fenomeno agrario e pastorale tipico delle zone rurali a un’organizzazione fortemente inserita nel contesto economico e sociale scaturito dalla globalizzazione. La ‘Ndrangheta, come un’enorme multinazionale, gestisce ormai il traffico di droga su scala mondiale, forte dei legami con i produttori di cocaina dell’America Latina, ma non trascura l’infiltrazione e il condizionamento dei settori economici oggetto di riciclaggio di capitali illeciti a livello internazionale, quali la ristorazione, l’edilizia, l’alta finanza. Una vera holding, come la definiscono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, abile nel coniugare l’aspetto arcaico e tradizionale, fatto di rituali ancestrali e faide selvagge, con il business su larga scala, sedendo nei consigli di amministrazione e gestendo enormi somme di denaro. Un’organizzazione capace di adattarsi ai tempi, caratterizzata da una gestione che pensa local, ma agisce in via global, grazie alle sue ramificazioni in tutti i continenti, aspetto che la differenzia dalle altre organizzazioni criminali presenti in Italia.

ndranghetaLa constatazione che la mafia, come fenomeno generico, agisca in sostituzione dello Stato quando questo non si palesa o non compie il suo dovere nei confronti dei cittadini è ormai un dato di fatto. Il controllo dell’economia dei territori in cui operano le organizzazioni criminali permette a queste di gestire un enorme capitale umano e sociale, dato dalla manovalanza a basso costo fornita dai giovani disoccupati i quali non trovano le normali forme di impiego a causa della pesante assenza dello Stato nell’incentivazione allo sviluppo delle regioni meridionali. Questo aspetto genera ulteriori effetti, permettendo alle mafie di godere di un forte consenso sociale nel momento in cui è l’impresa mafiosa a fornire l’impiego.

Tuttavia, la grande massa di soggetti disoccupati può essere un enorme serbatoio cui attingere le nuove leve da inserire nell’organizzazione mafiosa. In questo, la ‘Ndrangheta ha una sorta di punto a favore, in quanto la Calabria, con il 20,6% , ha il più alto tasso di disoccupazione rispetto alle altre regioni meridionali: Campania, 19,3%; Sicilia, 19,06%; Puglia, 16,1%; Basilicata, 15,6%. La correlazione di questi dati con l’ipotesi di un inserimento organico nelle strutture criminali può essere influenzato da un altro aspetto, troppe volte sottovalutato: i rituali di affiliazione. La criminalità organizzata calabrese è l’organizzazione mafiosa maggiormente caratterizzata da rituali ancestrali sia di affiliazione, sia riguardo la struttura gerarchica con i relativi gradi. Il riferimento ai tre leggendari cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i collegamenti con figure appartenenti alla religione cattolica e le cerimonie dei passaggi di grado offrono ai neofiti uno scenario mistico, se non affascinante, nel quale si intravede una forma di riscatto sociale. Un universo culturale parallelo a quello ufficiale, forte dei suoi dogmi, delle sue regole, delle sue tradizioni. Questa cultura distorta forma nel profondo la morale dello ‘ndranghetista e pone tutto ciò che rappresenta lo Stato e le regole civili in antitesi al suo modo di intendere il mondo.

La battaglia contro le mafie, prima ancora che per via giudiziaria, deve avvenire nel campo culturale. La società, la famiglia, la scuola, i luoghi in cui i giovani nascono e crescono sono gli elementi che concorrono alla loro educazione. Se lo Stato, in ognuno dei campi in cui opera, non riesce a imporsi e ad improntare l’insegnamento verso i valori della legalità anche con il solo esempio, allora sarà la mentalità distorta del mafioso a prevalere nel percorso di formazione dei giovani in terra di ‘Ndrangheta. Oltre l’esempio, è necessario che si punti fortemente sull’offerta formativa, sulla preparazione dei giovani nelle scuole, nelle università, in modo tale da dare l’opportunità di poter scegliere al meglio per il proprio futuro, piuttosto che rassegnarsi o accontentarsi del poco che si ha, pensando che, come scriveva Corrado Alvaro, “vivere onestamente sia inutile”. Perché se il lavoro nobilita l’uomo, allora bisogna permettere ai giovani di sceglierlo, di ottenerlo, se non addirittura di inventarlo, contribuendo allo sviluppo del contesto in cui vivono, facendo valere i propri diritti, che non siano più favori elargiti dai gruppi di potere, criminale e non. Solo dopo aver vinto la battaglia culturale si potrà sconfiggere il fenomeno mafioso, poiché questo non è solo criminalità, ma è un modo di vivere, di pensare, che condiziona e distorce tutto ciò che sta attorno.

(pubblicato originariamente su Nuova Redazione UniCal)
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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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