QE ai primi bilanci: tra successi e criticità

31/05/2016 di Alessandro Mauri

Il QE ha avuto il merito di bloccare le speculazioni e dare fiato ai bilanci degli Stati membri, ma le criticità non mancano

Dopo più di un anno di operatività, è tempo di verificare benefici e criticità del Quantitative Easing (QE) avviato dalla BCE con l’intento di rilanciare l’inflazione (e l’economia). Mentre per la Federal Reserve (Fed) è iniziata la normalizzazione, in Europa la strada è ancora lunga.

L’acquisto di titoli – Il punto principale del QE è rappresentato dall’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, iniziato nel Marzo 2015 e rafforzato da due mesi a questa parte, con acquisti che ammontano a 80 miliardi di euro al mese. Con questa mossa si intende spingere verso il basso i tassi di interesse dei titoli di stato dell’Eurozona, con il duplice obiettivo di abbassare il costo del debito dei Paesi periferici più esposti (impedendo attacchi speculativi) e di incentivare gli investimenti in strumenti più redditizi, come obbligazioni corporate o crediti alle imprese, per aiutare il rilancio dell’economia. Come conseguenza di tutto questo la BCE si aspetta, grazie anche agli altri strumenti che affiancano il QE, di far risalire l’inflazione, costantemente attorno allo zero negli ultimi anni, verso l’obiettivo programmatico del 2% sul medio periodo.

Il paradosso del QE – Quello che è accaduto questo mese tuttavia ha lasciato molto perplessi numerosi analisti: per la prima volta negli acquisti della BCE si è assistito ad una diminuzione della quota rappresentata da titoli di paesi periferici, e un aumento di quella di paesi considerati più sani (per esempio la Germania). Dal momento che questi ultimi non hanno alcuna necessità di un sostegno del QE, mentre questo è stato concepito per paesi deboli come Spagna e Portogallo, viene da chiedersi il perché di questo fenomeno. Le cause non sono chiare, potrebbe trattarsi di una diminuzione dovuta alla scarsità di titoli di questi paesi in circolazione, dal momento che rappresentano economie più piccole, ma probabilmente il tutto deriva dalle complicate norme che regolano l’acquisto di titoli da parte dell’istituto di Francoforte, e che potrebbero aver limitato l’acquisto dei titoli dei paesi più deboli. Una evidente contraddizione rispetto agli obiettivi del QE, ma che è resa necessaria dall’anomalia della BCE che è costretta a gestire 19 economie differenti (per caratteristiche, dimensioni, stato di salute,..) e 19 diversi titoli di Stato. In questo il vantaggio della FED, che ha dovuto gestire un’unica economia è evidente.

In USA la normalizzazione – Nel frattempo negli Stati Uniti, nonostante i numerosi rinvii di questi mesi, sembra ormai essere scontato un nuovo aumento dei tassi di interesse, il secondo nell’ultimo anno. L’economia ha ormai ripreso a crescere in maniera soddisfacente e, sebbene i dati sulla disoccupazione e sulla produzione siano spesso contraddittori, il momento di una normalizzazione della politica monetaria dopo 7 anni di manovre espansive (tra cui il QE statunitense) è stato già preso in considerazione dai mercati, che non ne sono più spaventati. Anche in questo caso tuttavia è presto per dare giudizi definitivi: se è vero che una politica monetaria espansiva aiuta la ripresa dell’economia, dall’altro gli effetti sul medio-lungo periodo di politiche straordinariamente espansive non sono ancora stati verificati. La possibilità dello scoppio di nuove bolle derivanti dall’immensa liquidità riversata in questi anni sui mercati è tutt’altro che remota.

Un bilancio del QE – Tornando in Europa, il QE è ancora lontano dall’aver raggiunto i suoi obiettivi. Il tasso di inflazione è ancora estremamente basso, e il tasso di crescita tutt’altro che soddisfacente, nonostante su questo pesino anche altri fattori, come la debolezza delle politiche economiche implementate dai governi nazionali e la crisi dei paesi emergenti. Un obiettivo che invece è stato sicuramente raggiunto è stato quello di evitare nuovi attacchi speculativi sui titoli sovrani dei Paesi più a rischio (Spagna e Italia in primis), che hanno potuto contare su una stabilità dei tassi difficilmente riscontrabile durante la crisi. Questo ha sicuramente spostato l’attenzione sulle borse, con i titoli bancari spesso sotto attacco, ma ha dato fiato ai bilanci statali già sotto pressione. Al netto di tutto questo resta da riconoscere che la BCE è stata l’unica istituzione europea a prendere decisioni coraggiose e risolute nei lunghi e difficili anni della crisi.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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