Il Qatar tra isolamento e influenza nel Golfo

27/03/2014 di Vincenzo Romano

Le relazioni tra le monarchie del Golfo. Lo scorso 5 marzo, in occasione di un vertice multilaterale del Gulf Cooperation Council (GCC) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar. Con una tale decisione sono state pubblicizzate le tensioni, fino ad allora rimaste latenti, tra i paesi della penisola araba. L’antefatto sarebbe la mancata ratifica da parte del Qatar degli Accordi di non interferenza negli affari interni dei membri del forum regionale stabiliti durante la Conferenza GCC tenutasi in Kuwait, lo scorso 11 dicembre 2013.

“I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno fatto il possibile di fronte al Qatar per mantenere una politica unificata, che garantisse la non interferenza in maniera diretta o indiretta negli affari di ognuno dei Paesi membri” ma “sfortunatamente gli sforzi non hanno dato risultati, per cui è stato deciso di fare quello che sembrava opportuno per proteggere la sicurezza e la stabilità, ritirando gli ambasciatori dal Qatar”. Questo quanto si legge nello statement reso pubblico al termine della conferenza. Subitaneamente il governo di Doha ha risposto in una nota pubblica affermando che la decisione presa dalle monarchie arabe sarebbe stata dettata da logiche “che nulla hanno a che vedere con la sicurezza e la stabilità della regione, bensì rispondono alla divergenza di vedute su questioni estranee al GCC”.

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tensioni crescenti tra i paesi del Gulf Cooperation Council

La sostanza delle accuse. Se volessimo andare oltre il botta e risposta diplomatico delle cancellerie dei Paesi del Golfo e volessimo seguire quelli che sono gli orientamenti della stampa araba, la ragione sostanziale per la quale l’Arabia Saudita avrebbe ritirato i suoi ambasciatori dal Qatar, sta nel fatto che quest’ultimo starebbe finanziando le milizie islamiste negli altri paesi della regione. Tale accusa, di cui il rimpatrio degli ambasciatori sarebbe un semplice prodromo, sarebbe già stata minacciata in un incontro precedente del GCC del dicembre 2013, nel corso del quale Riyadh ed Abu Dhabi avevano minacciato di accusare pubblicamente il Qatar per il presunto finanziamento dei gruppi terroristici islamisti in Siria e in altri paesi della regione.

Ad incidere nell’isolamento qatarino sono stati l’appoggio dato ai Fratelli Musulmani in Egitto (di cui abbiamo già parlato qui) e ad Hamas in Palestina, nonché per le divergenti posizioni in merito al Golpe del 3 luglio che ha visto la caduta di Morsi. La partita egiziana è stata dunque decisiva nella trasmissione del nervosismo all’interno delle monarchie del Golfo. A ciò si aggiungano una serie di fatti che hanno determinato in maniera ancor più rilevante tali tensioni: i processi che si sono tenuti nei confronti di Morsi e dei giornalisti di al-Jazeera, i sermoni di al-Qaradawi[1], nonché le tensioni interne agli EAU ed al Kuwait tra governi e gruppi locali vicini all’Ikhwan – accusati a vario titolo di “ordire contro la stabilità e l’ordine” nei rispettivi paesi.

Le divergenti posizioni. Abbiamo così, da una parte, il Qatar, protettore e sponsor principale dei Fratelli Musulmani, forte oppositore delle monarchie del GCC e del loro atteggiamento conservatore; dall’altra, le monarchie del Golfo, con in testa l’Arabia Saudita, favorevoli al mantenimento dello status quo.

Egitto come fonte di tensione. Alla luce di tali considerazioni, si può comprendere come l’Egitto sia diventato lo scacchiere all’interno del quale si muovono interessi di scala regionale che coinvolgono tutte le monarchie petrolifere del Golfo. Qualche settimana fa, il Tribunale per gli Affari straordinari del Cairo ha assunto una posizione molto forte dichiarando fuorilegge Hamas (così come quanto avvenuto ai Fratelli Musulmani in dicembre). Inoltre, il governo egiziano ha ritirato, in segno di protesta, i propri ambasciatori da Doha. Conseguenti a queste prese di posizione del Cairo sono state le reazioni di Arabia Saudita ed EAU, i quali non hanno tardato a dichiarare fuorilegge la stessa Fratellanza Musulmana ed Hamas, nonché Hezbollah, Jabhat al-Nusra ed ISIS.

Le divergenze in seno all’alleanza del Golfo non sono certamente nuove. È ormai da anni che gli interessi delle varie monarchie arabe divergono sostanzialmente rispetto a quelli che sono gli equilibri attuali nella regione mediorientale. Molto spesso tali divergenze si sono mostrate in maniera evidente, come nel caso del progetto, accolto in maniera molto distaccata da EAU ed Oman, di creare un’unione monetaria ed una banca regionale unica, passando attraverso un sistema di sicurezza unificato sotto l’egemonia saudita; altre volte, in maniera meno evidente ma pur sempre netta.

Soft Power vs Smart Power. Su questo sfondo si innesta la forte rivalità tra Arabia Saudita e Qatar. Negli ultimi dieci anni, i due paesi hanno trovato un terreno di scontro molto frequente su quasi tutti i dossier di politica internazionale, sia a livello regionale (Crisi Siriana, Crisi Iraniana, Crisi Libica, ecc.) sia a livello mondiale. Questa accesa rivalità ha preso la forma di due differenti approcci alle relazioni internazionali, che discendono da una radicale diversità nella concezione delle stesse: per parafrasare Joseph Nye, al soft power del Qatar si affianca lo smart power dell’Arabia Saudita; il primo fatto da una politica estera ampiamente pubblicizzata, il secondo da una diplomazia politico-energetica low profile.

Il logo della GCC
Il logo della GCC

Gli scenari possibili. Possiamo intravedere due scenari possibili in relazione alla capacità di Doha nella conduzione della sua politica internazionale nella regione mediorientale. Il primo scenario è quello per cui Doha potrebbe accomodare le richieste di Riyadh ridefinendo e ridimensionando la propria politica di pivot e di mediatore rilevante nelle aree di crisi; in questo caso il Qatar rinuncerebbe, in maniera definitiva, alla propria leadership nel Golfo in favore dell’Arabia Saudita.

Nel secondo scenario il Qatar potrebbe invece consolidare la propria posizione di pivot nella regione, mantenendo, da un lato, relazioni “civili” con le monarchie ex-alleate (riprendendo nella sostanza la strategia adottata dall’Oman); dall’altro, promuovendo i suoi rapporti politico-economici con l’Iran. Quest’ultimo scenario avrebbe una fortissima ripercussione nei rapporti con la famiglia degli al-Saud, e potrebbe portare a tensioni aggiuntive nella regione. Inoltre, è da considerare anche il fatto che potrebbero deteriorarsi i rapporti con gli Stati Uniti, principale alleato dei sauditi nella regione (assieme ad Israele). Gli USA, infatti, mantengono una base aerea di 10.000 uomini in pianta stabile, nella città di al-Udeid.

Le tensioni tra i membri del GCC sono fonte di instabilità anche per i negoziati tra USA ed Iran. Ed in questo, il Qatar rappresenta il pericolo” più destabilizzante per il Consiglio del Golfo, dal quale potrà dipendere, in misura fondamentale, la buona riuscita dei negoziati tra la Casa Bianca ed il governo di Rouhani.

Quali che saranno le scelte di politica internazionale di Doha, da essa dipenderà in misura preponderante  la stabilità del Golfo. Un Paese “piccolo” che fa la differenza.


[1] Teologo egiziano, naturalizzato qatarino e noto per le sue dichiarate simpatie a favore dei Fratelli Musulmani

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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