Russia: lo Zar Putin tra Turchia, Siria ed Ucraina

18/12/2015 di Lorenzo

Durante la tradizionale conferenza stampa al Cremlino, il Presidente russo Vladimir Putin ha affrontato tutti i principali punti di politica estera: Turchia, Siria, Ucraina, Georgia, con una nota di apprezzamento anche al candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump

Putin

Il 17 dicembre il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha tenuto la sua tradizionale conferenza stampa al Cremlino dinnanzi a 1400 giornalisti (un record) tra russi e stranieri. L’appuntamento è divenuto uno degli eventi più attesi, in cui vengono illustrati e spiegati i maggiori temi concernenti la politica interna, ma soprattutto quelli di politica internazionale. Turchia e Siria in primis.

Turchia ed Erdogan – «Che ci provino adesso, i turchi, a violare lo spazio aereo siriano», forse «hanno abbattuto il nostro jet per dare una leccata in quel posto agli Stati Uniti». Il primo colpo viene inferto ad Ankara ed è difatti proprio il Presidente a richiedere le domande da parte dei giornalisti turchi riguardo i rapporti tra i due paesi all’indomani della crisi del 24 novembre. Al primo giornalista turco che individua nell’arena, Putin risponde con tono quasi minaccioso ricordando che, dopo il comportamento poco composto del presidente turco Erdogan, sarà molto difficile che i rapporti tra i due Stati possano migliorare nel breve periodo. Ai turchi, poi, Putin ricorda la «pugnalata alle spalle» del Sukhoi-24 e non nasconde i suoi dubbi riguardo un possibile «scambio di favori» con l’alleato principe della Turchia all’interno della NATO, ovvero gli Stati Uniti: l’abbattimento di un aereo russo in cambio dell’avanzata turca verso l’Iraq del nord e riguardo principalmente al passaggio di diversi mezzi corazzati e 1200 soldati verso la città di Mosul.

Inoltre il Presidente, tirando le orecchie ai turchi, ricorda i primi atti ufficiali del governo di Ankara all’indomani dell’abbattimento. Atti giudicati come ostili alla Russia, compiuti come se l’attacco fosse provenuto da Mosca anziché da Ankara, facendo riferimento alla sbrigativa convocazione da parte di Erdogan di un vertice NATO e alla chiamata in causa dell’articolo 4 dell’alleanza in cui si discute riguardo «la minaccia all’integrità territoriale, all’indipendenza politica o alla sicurezza di uno Stato membro». Il Presidente ha poi chiesto cosa pensavano che sarebbe successo dopo il brutale attacco e se davvero speravano che la Russia se ne sarebbe andata «con la coda tra le gambe». La risposta, invece, è stata il dispiegamento immediato dei nuovi sistemi missilistici S-400 di difesa anti-aerea, inibendo praticamente ogni attacco scellerato da parte di Ankara in territorio siriano e contro obiettivi russi.

Siria – Per quanto concerne la situazione siriana, Putin, forte del recente colloquio avuto con John Kerry al Cremlino, ha ribadito che mai la Russia accetterà un cambio di governo a Damasco imposto da forze esterne e che sarà il popolo siriano, alla fine del conflitto, a scegliere i suoi governanti. Putin ha, inoltre, ricordato che la Russia appoggerà l’iniziativa statunitense di sottoporre al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una risoluzione per avviare una soluzione politica alla crisi siriana.

É bene ricordare come, la Russia, sia l’unico paese ad aver avuto un mandato dal governo legittimo siriano a compiere bombardamenti sul suo territorio in chiave anti Is. Ed è in tali dinamiche che un giornalista russo ha posto al Presidente una domanda relativa al futuro della base di Latakia, divenuta cruciale negli ultimi mesi per l’appoggio logistico e militare al governo legittimo siriano e fondamentale all’avanzata dell’esercito di Bashar Al-Assad verso il Nord del paese, portando alla debellatio di alcune città cruciali in mano ai ribelli, tra cui Homs e parte del territorio intorno ad Aleppo. Nonostante Putin abbia garantito che il peso economico del mantenimento di questa nuova base in territorio siriano non gravi sulle tasche dei cittadini russi, poiché retta da «fondi dislocati dal budget della Difesa», non ha però garantito il suo mantenimento in un futuro prossimo perché, ha ricordato quasi in tono ironico il Presidente, «se dobbiamo colpire qualcuno, possiamo farlo anche senza base, l’abbiamo dimostrato».

Un’ultima battuta riguardo la questione siriana è stata rivolta verso il fenomeno del Daesh, il sedicente Stato Islamico (ISIS), giudicato da Putin come una questione secondaria rispetto a quello che è accaduto ed accade in Siria da oramai quasi cinque anni. Putin si è concentrato sulla collusione da parte di USA, monarchie del Golfo, Turchia ed altri Stati Occidentali come Francia e Gran Bretagna con i gruppi armati ribelli in Siria che, foraggiati ed incoraggiati inizialmente alla lotta contro il governo legittimo di Al-Assad, sono finiti poi per ingrossare le fila dei gruppi più radicali come l’ISIS o Al-Nusra. Inoltre, l’inquilino del Cremlino ha ricordato come i continui bombardamenti di Mosca sulle c.d. «vie del petrolio» controllate dallo Stato Islamico abbiano avuto effetti nefasti sul governo di Ankara che praticamente, stando ai dati attuali, conviveva e acquistava, a prezzi stracciati, il petrolio prodotto nelle zone in mano ai terroristi. Vi è stata, poi, un’esortazione a tagliare ogni forma di finanziamento diretto od indiretto ai terroristi, sottolineando che i bombardamenti russi su queste vie strategiche seguono perfettamente questa volontà. Non è un caso, infatti, che, pochi giorni prima dell’abbattimento del jet russo, l’aviazione russa era andata proprio a colpire alcuni convogli dell’ISIS trasportanti oro nero verso i confini turchi. 

Ucraina – Il terzo difficile fronte di analisi è stata la sempre calda questione riguardante i rapporti con Kiev e alla quale Putin ha dato il via invitando un giornalista ucraino a fare una domanda «date la parola al giornalista ucraino, una repubblica a noi fraterna, non mi stancherò mai di ripetere». La discussione è diventata, però, subito incandescente quando viene posta al presidente la domanda se nel Donbass vi siano delle truppe regolari russe in sostegno dei ribelli e alla quale Putin ha risposto prontamente che vi è un’enorme differenza tra «truppe russe ufficiali» e «cittadini russi coinvolti nell’esecuzione di alcuni compiti militari», rompendo sul nascere ogni possibile ed ulteriore discussine a riguardo. Si è poi detto pronto al dialogo per trovare una soluzione della crisi nelle regioni russofone di Donetsk e Luhansk a patto che tali popolazioni si vedano riconosciuta la loro autonomia, guardando quindi ad una soluzione federale o quantomeno in senso fortemente autonomistico delle due regioni orientali dell’Ucraina.

Riguardo la cocente questione delle relazioni economiche russo-ucraine, Putin non ha dato segni di ripresa affermando che probabilmente «cambieranno in peggio», poiché Mosca si vedrà costretta ad alzare una barriera doganale con dei dazi intorno al 6% ed escludere Kiev dallo spazio economico della Comunità degli Stati Indipendenti, sorta all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica e di cui fanno parte quasi tutte le ex-repubbliche sovietiche. Questa mossa è giustificata da Putin come una pronta risposta all’entrata in vigore (dal 1 gennaio 2016) dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea ed Ucraina che, in caso di non esclusione dell’Ucraina dallo spazio di libero commercio della CSI, andrebbe a danneggiare il mercato russo e delle altre repubbliche caucasiche.

Georgia – Incalzato da un giornalista, Putin ha ripreso una vecchia e difficile questione: quella relativa ai deteriorati rapporti con Tbilisi in seguito alla guerra dell’agosto 2008. Egli ha giustamente ricordato i prodromi della guerra del 2008, iniziata con un’aggressione georgiana e portata avanti dalla folle politica dell’allora presidente Saakashvili che diede il via a tutto, sferrando un attacco contro l’Ossezia del Sud. E ricordando come l’ex-presidente, dopo aver ottenuto un visto USA, fu inviato in Ucraina in qualità di governatore di Odessa, imponendo de facto un governante straniero alla popolazione ucraina residente in quella regione chiave del paese e a ridosso della penisola russa di Crimea.

Stati Uniti – Putin ha ribadito, così come detto in relazione all’incontro con Kerry per la Siria, che la Russia è sempre pronta a migliorare i suoi rapporti con gli Stati Uniti. E bacchettando l’attuale amministrazione Obama, ha affernato «la Russia sarà pronta a dialogare con qualsiasi persona che verrà eletta alla Casa Bianca», spendendo anche qualche buona parola per la mina vagante repubblicana Donald Trump, definita «una persona brillante e talentuosa» e una delle poche ad aver proposto «un serio riavvicinamento tra Washington e Mosca».

The following two tabs change content below.

Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
blog comments powered by Disqus