Il “teppismo religioso” delle Pussy Riot ed il “teppismo silenzioso” occidentale

06/01/2013 di Monica Merola

cremlinoIl 17 agosto dello scorso anno è iniziato un processo, nel paese del Cremlino, che ha visto protagoniste tre giovani donne russe. I loro nomi non vi diranno molto, ma il nome del collettivo femminista per la cui causa sono state arrestate invece si. Loro sono tre dei membri delle Pussy Riot, e due di loro, Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova sono state arrestate e successivamente condannate a due anni da scontare in campi di lavoro.

La terza donna, Yekaterina Samutsevitch, è stata scarcerata mediante cauzione in appello, poichè arrestata dalla polizia prima che i fatti del 21 febbraio 2012 – una piccola miccia che ha scatenato una tempesta di fuochi d’artificio – avvenissero. Breve sinossi degli accadimenti: le tre donne entrano incappucciate e vestite di colori sgargianti nella Cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca, una delle chiese più antiche e sacre agli ortodossi, ed iniziano a cantare quella che è stata definita una “preghiera punk”, appellandosi alla Beata Vergine ed implorandola di scacciare Putin, la cui rielezione era stata la famosa miccia della protesta. Il tutto poi montato per creare un video, nel quale non è esente da insulti anche Cirillo I, il padre degli ortodossi, il quale viene definito una “puttana che crede più a Putin che a Dio”.

L’opinione pubblica a quel punto si è frammentata, poichè le Pussy Riot non sono delle esibizioniste improvvisate, ma madri, giornaliste, artiste, studentesse che consapevolmente hanno deciso di mettere da parte la loro personalità e la loro umanità – a torto o a ragione non è importante in questa sede – per portare avanti le idee di un collettivo a cui hanno aderito con convinzione e con una certa dose di coraggio, volendo analizzare lucidamente la realtà del paese in cui hanno scelto di protestare.

Ma la cosa che dovebbe lasciare il mondo di stucco, checcè se ne dica, non è che tre cittadine russe arrabbiate con il governo abbiano deciso di manifestare il loro sdegno, a modo loro e con il proprio linguaggio, ma che paghino le conseguenze dell’aver commesso un “reato di dissenso”. Il punto della faccenda quindi non è che Putin sia stato insultato, o che sia stato blasfemo insultarlo in un tempio religioso, ma che il governo del Cremlino – totalmente nelle mani del presidente della Federazione Russa – riconosca il dissenso politico, ideologico, culturale e religioso come un reato. Ed è questo il vero crimine che andrebbe analizzato, osservato, e sottoposto ad indagine.

La reazione del mondo non è tardata a non giungere. Il silenzio dei colpevoli è calato sull’Unione Europea, che ha invitato timidamente il Cremlino a garantire alle accusate un giusto processo, preoccupati per le irregolarità, le minacce e gli abusi subiti da chi sapendo deve tacere, chiudere gli occhi e zittirsi. Proprio come se noi invitassimo un medico a visitare con cura i propri pazienti, compito che rientra già nelle mansioni di un buon dottore, e che non dovrebbe svolgere sotto la sollecitazione di terzi, ma in totale autonomia. Gli Usa, la Francia, l’OSCE, Amnesty International e la Germania della Merkel  hanno alzato un filo di voce, diramando note ufficiali e critiche nei confronti dell’eccessiva severità della punizione. Un discreto sostegno alle accusate è invece giunto dal mondo dello spettacolo e dell’arte, da Madonna al collettivo ucraino Femen.

Ma sono gocce nello sconfinato oceano di indifferenza nel quale annegano giorno dopo giorno i ricordi e le parole di persone come Anna Politkovskaja, Aleksander Litvinenko, e tutti coloro che in nome della dissidenza, della disobbedienza civile e della libertà di espressione sono stati assassinati o sono scomparsi in circostanze poco chiare. E finchè il mondo e la società civile tutta non prenderanno una ferrea posizione nei confronti di quei paesi nei quali la dissidenza ideologica è un crimine  – a volte punito non solo con il carcere, ma con la vita – si macchieranno irrimedibilmente di questo odioso peccato, che priva l’uomo della propria dignità, corrodendolo e logorandolo.

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Monica Merola

Dopo aver conseguito la maturità classica ottiene la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso "La Sapienza", con una tesi su Anna Politkovskaja. Giornalista pubblicista da marzo 2012 , non scrive per vivere ma vive per scrivere.
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