Pura, semplice e naturale. L’arte a Firenze tra Cinque e Seicento.

02/09/2014 di Simone Di Dato

La mostra collettiva alla Galleria degli Uffizi di Firenze, organizzata in occasione dell'ottava edizione di "Un anno ad Arte"

Puro, semplice e naturale. Galleria degli Uffizi

Giunto ormai alla sua ottava edizione, il ciclo di eventi espositivi del Polo Museale Fiorentino “Un anno ad Arte” che coinvolge i principali musei di Firenze nella valorizzazione del suo patrimonio artistico permanente, rinnova con entusiasmo l’impegno preso per ampliare l’offerta culturale della città. Dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto dalle ultime mostre, il programma si arricchisce di un nuovo evento, questa volta ben lontano dalla solita monografica volta alla celebrazione di carriere. “Puro, semplice e naturale” è infatti una mostra collettiva che nasce dallo studio critico-scientifico condotto da Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso (docenti presso l’Università per Stranieri di Siena) sulla pittura fiorentina fra Cinque e Seicento e che riunisce per l’occasione i lavori di un manipolo di artisti colti, devoti ma ingiustamente definiti come passatisti.

Uffizi - Pura, semplice e natuale
Ottavio Vannini, Battesimo di Cristo, 1626-27;

Ospitata dalle prestigiose sale della Galleria degli Uffizi, l’esposizione si propone di sovvertire il luogo comune di una cultura fiorentina arcaica e superata, diffondendo invece una visione diversa che indaga su elementi di forza e novità nell’ambito della tradizione. Quando si parla dell’arte fiorentina del Cinquecento, è inevitabile di fatto guardare ai dipinti in stile aulico, ricchi dei più sontuosi ed eccentrici espedienti del manierismo di Jacopo Pontormo e Rosso Fiorentino. Di fronte alla “somma perfezione” della pittura che li ha preceduti, quella di Raffaello, Leonardo e Michelangelo, i nuovi artisti mettono in discussione le leggi dello spazio e delle proporzioni, propensi alla verosimiglianza più che l’imitazione del vero. Tuttavia la strada battuta non sarà la stessa per tutti: a Firenze infatti c’è un gruppo di artisti che sviluppa la tradizione figurativa della città secondo linee pacate e naturali. I loro capolavori si fanno carico di significati religiosi che arrivano in modo diretto alle persone semplici. Chiarezza, soavità, purezza: sono queste le caratteristiche di quei pittori che apparivano fuori tempo e senza futuro. Artisti diversi dai contemporanei perché dediti ad un’antimaniera che mira all’essenziale.

Firenze, Un anno ad Arte
Santi di Tito, Riposo durante la fuga in Egitto, 1570-1575

Si tratta di Fra’ Bartolomeo e Andrea del Sarto, i capostipiti di un linguaggio artistico puro, semplice e naturale, disegnatori infallibili che il buon Vasari affiancava con poca convinzione ai maestri del Quattrocento. Andrea, saldamente legato alla tradizione, dettò le regole per tutto il Cinquecento, esprimendosi con un linguaggio “quieto, austero, vibrante di cromia”, un modello per eclettici e spregiudicati della maniera moderna, ma anche per i pittori della riforma cattolica che aspirano alla veridicità. Fra’ Bartolomeo d’altro canto fu sostenitore di un’arte sacra dallo stile semplice, chiaro e consueto. I suoi dipinti sono colmi di un’ispirazione umile e morale fatta senza dubbio di atteggiamenti affettuosi e familiari. “C’è una motivazione religiosa – spiega non a caso il curatore – che sta alla base di questa ricerca di un linguaggio semplice da parte della Chiesa che ha bisogno di una lingua facilmente comunicativa. Il linguaggio visivo diventa momento di catechesi importantissimo, il veicolo fondamentale per l’istruzione dei fedeli.”
E con la Controriforma e il Concilio di Trento, torna in auge e sul finire del Cinquecento lo stile dei maestri del vero e del naturale. Ecco dunque Santi di Tito e Jacopo da Empoli che si fanno rappresentanti della tendenza ad una grammatica di equilibrio e di fedeltà alla realtà. Tornano quindi decoro e sentimenti contenuti, chiarezza espositiva e un vigore che nella metà del Seicento, con diverso senso di modernità, sarà riproposto da Lorenzo Lippi e Antonio Novelli.

Il percorso espositivo sarà strutturato in cinque sezioni cronologiche incentrate su quattro tematiche. In tutto 72 capolavori tra dipinti, affreschi staccati, sculture e ceramiche invetriate che testimoniano la capacità dell’arte di rinnovarsi anche seguendo la tradizione. Riuniti da valori di coesione stilistica e iconografica si alterneranno Andrea della Robbia, Ottavio Vannini, Bronzino, Andrea Commodi, Torrigiani, Caccini e Novelli insieme ai già citati. Ben quattro Annunciazioni costituiranno l’apertura della mostra, che passerà magistralmente ad uno spazio dedicato al “disegno dal vero”, uno incentrato sulle “pitture di casa” per passare agli “affetti intimi”. Ancora “pitture di cose” e le “tradizioni del sacro” che chiudono, con lo spettacolare trittico di busti del Redentore, un percorso di opere particolarmente ambite di artisti che trovano tramite questa mostra il beneficio di una definizione univoca che ne afferma la nobile chiarezza e il grande valore.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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