Publio Quintilio Varo, nella selva oscura di Teutoburgo

07/05/2016 di Simone Simeoni

L’onta e il sangue di una delle sconfitte più disastrose per l'Impero Romano pesano sul nome di Publio Quintilio Varo, vittima dei Germani, generale perduto con le sue tre legioni tra le fosche ombre della selva di Teutoburgo.

Varo Teutoburgo

Quando le navi di Vipsanio Agrippa distrussero, nel 31 a.C., la flotta di Marco Antonio e di Cleopatra presso Azio, lo stato romano passò nelle mani di Gaio Giulio Cesare Ottaviano: l’impero più grande e potente della storia dipendeva ora dalla volontà di un solo uomo. Roma chiedeva pace, dopo decadi di laceranti lotte civili e di eserciti in marcia, e Ottaviano era il solo in grado di garantirla. Soltanto grazie a un’attenta politica egli (che nel 27 a.C. aggiunse al suo nome il titolo di Augusto) riuscì a chiudere le porte del tempio di Giano, un atto simbolico che sempre, nella storia di Roma, aveva significato la fine delle guerre. Il concetto di pace fu tanto fondamentale, da divenire il cardine della politica e della propaganda augustea, fino ad essere divinizzato con la costruzione del monumentale altare dell’Ara Pacis. Ma qual’era il prezzo della pax romana? Cosa consentiva a Roma di godere, indisturbata, della pace del princeps?

Augusto
Il cosiddetto Augusto di Prima Porta

Ai confini dell’Impero, nelle province più lontane, gli eserciti continuavano a marciare. Nei primi anni del principato di Augusto una lunga guerra venne combattuta in Cantabria, nel nord della penisola iberica, mentre Druso e Tiberio, i figliastri d’Augusto, sottomettevano l’arco alpino, con le conquiste della Rezia e della Vindelicia. Intanto il proconsole di Macedonia, Marco Licinio Crasso, conduceva campagne militari contro i popoli balcanici. La guerra si protrasse per anni e solo quando le armate passarono sotto il comando di Tiberio, Roma poté fissare il suo confine al fiume Drava. Altri scontri travagliavano l’Oriente, ma il teatro di guerra più sconvolgente e tormentato dell’epoca augustea fu certamente quello germanico. Gli attacchi dei Germani sul Reno erano un problema ben precedente alla fine delle guerre civili: Augusto pensò di poterlo risolvere manu militari. I generali del princeps vennero incaricati di guadagnare a Roma l’immenso territorio che si estendeva tra il Reno e l’Elba.

Ma l’impresa si rivelò difficile: nel 17 a.C. il generale Marco Lollio venne pesantemente sconfitto da Sigambri, Usipeti e Tecteri. Nel 12 a.C. Augusto inviò in Germania il suo figliastro Druso, con il compito di portare a termine quel mastodontico piano espansionistico. Furono anni sanguinosi, con le aquile romane che avanzavano irrefrenabili. Nel 9 a.C. Druso e le sue truppe raggiunsero l’Elba, ma il grande comandante morì, a causa dei traumi riportati in una caduta da cavallo. Fu un colpo durissimo per Augusto, privato di uno dei suoi migliori generali. La questione germanica era tutt’altro che risolta. Tiberio dovette continuare l’opera del fratello, conducendo campagne germaniche tra l’8 e il 7 a.C., quindi fu Lucio Domizio Enobarbo, legatus in Germania tra il 3 e l’1 a.C., a spingersi fino al medio corso dell’Elba, dove segnò il confine di quella che doveva essere la provincia di Germania Magna. Eppure Tiberio fu di nuovo costretto a tornare in Germania nel 4 d.C., con l’abile legato Gaio Senzio Saturnino. I due condussero offensive vittoriose progettando un attacco risolutivo al regno dei Marcomanni. Lo schieramento di forze fu a dir poco imponente, ma lo scoppio di una rivolta in Pannonia mise bruscamente fine all’impresa, trascinando via Tiberio e le sue truppe. All’alba del 7 d.C. Augusto cambiò strategia e nominò legato per la Germania Publio Quintilio Varo.

Varo
Effige di Publio Quintilio Varo

Varo era nato tra 47 e 46 a.C. a Cremona, rampollo della nobile, ma decaduta gens Quintilia. Il padre, il senatore Sesto Quintilio Varo, era stato un fiero anticesariano, ma questa scelta politica non aveva certo influenzato il figlio: già nel 31 a.C. Publio, giovanissimo, dovette trovarsi ad Azio al fianco di Ottaviano, guadagnandosi così la stima e l’amicizia del futuro princeps. Fu proprio Augusto a schiudergli, nel 22 a.C., le porte della carriera politica. Varo iniziò così il cursus honorum, e giunse velocemente al consolato (ricoperto nel 13 a.C.). Addirittura Augusto si legò a lui con un vincolo familiare, sebbene indiretto: nel 14 a.C. Varo aveva infatti sposato Vipsania Marcella, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, vincitore di Azio e marito di Giulia, figlia di Augusto. Il suo atteggiamento ossequioso gli meritò il favore del princeps e di Tiberio, grazie all’appoggio dei quali dovette ottenere, nel 7 a.C., il proconsolato d’Africa, carica ambitissima e di grande prestigio. Fu il suo trampolino di lancio: operò bene nel settore africano e alla fine del mandato proconsolare venne inviato, nel 6 a.C., come legatus Augusti, nella provincia di Siria.

Varo era chiamato a gestire con tatto e abilità non solo le difficili relazioni con i regni clienti d’Oriente e con il vicino Impero Partico, ma soprattutto la difficile e delicata successione del re di Giudea, Erode il Grande (4 a.C.). Nel vuoto di potere generato dal conflitto dinastico si scatenò una rivolta giudaica che Varo sedò con sadica efficacia, marciando su Gerusalemme e ordinando la crocifissione di duemila ebrei. Così Varo mantenne l’ordine fino alla fine del suo mandato, quando poté fare ritorno a Roma. A questo punto Varo sembra scomparire dalla storia: è possibile che sia rimasto a Roma, a condurre la vita lussuosa e opulenta riservata ai suoi pari, fino al 7 d.C., quando Augusto chiamò proprio lui per il complesso scenario germanico. Con questa scelta il princeps auspicava forse l’inizio di un’amministrazione più comunicativa e mediatrice rispetto a quella rigidamente militare che non stava riscuotendo successo.

Busto di Arminio
Busto di Arminio

Invece, giunto in Germania, Varo assunse una politica di feroce oppressione. Operò le esazioni dei tributi con rapace avidità, forzando la mano a un processo di romanizzazione che avrebbe invece necessitato di tempo e gradualità. Il risentimento dei Germani si gonfiò, virulento, ma ben lungi dal rendersi conto del rancore che montava Varo accentuò sempre più le sue prevaricazioni, finendo per generare sentimenti d’odio anche nelle élites più integrate. Tra questi, in Arminio, uno dei principali esponenti della tribù dei Cherusci. Questo capo germanico aveva militato negli auxilia romani sotto Tiberio arrivando persino a meritare la cittadinanza. Rientrato in patria, Arminio cominciò a ordire la sua trama. Ebbe gioco facile, visti i trascorsi nelle armate romane, nell’accattivarsi le simpatie e la fiducia di Varo, che lo considerò un fedele alleato. Talmente ampia la fiducia che egli riponeva in Arminio che nemmeno gli avvertimenti di Segeste, capo cherusco fedele a Roma, convinsero Varo a metterlo da parte.

Fu così che, nel settembre del 9 d.C., Varo si affidò proprio ad Arminio per organizzare lo spostamento delle sue truppe dai teatri di guerra e riportarle negli acquartieramenti invernali. Arminio spinse così Varo a far marciare le sue tre legioni, con tutti i reparti ausiliari, verso occidente attraverso l’acquitrinosa e inospitale selva di Teutoburgo, alla ricerca del fantasma di una rivolta tra i Bructeri. Non appena le armate romane fecero il loro ingresso tra gli alberi frondosi, battuti dalla pioggia torrenziale, la trappola dei Germani scattò. Migliaia di guerrieri si lanciarono sulle legioni impantanate e sgranate, incapaci di opporre resistenza. Ben presto Varo si ritrovò accerchiato, con l’esercito decimato, ma riuscì a riorganizzare le sue truppe e a ritirarsi su un’altura, dove potersi difendere e accampare per la notte. All’alba, Varo guidò i suoi nel disperato tentativo di raggiungere gli accampamenti. I Romani tentarono di avanzare compatti, ma il fitto bosco impediva loro di schierarsi e ogni sortita dei Germani causava pesanti perdite. La notte calò come un sudario sulle legioni spaventosamente falcidiate. Nella notte ricominciò a piovere. L’alba del terzo giorno sorse inclemente nella foresta caliginosa e senza vie d’uscita. Varo, vistosi perduto, si suicidò, le legioni (o ciò che ne rimaneva) prive di guida cedettero. I Germani infierirono, massacrando e torturando, sacrificando persino i prigionieri ai loro dei. Pochissimi furono i sopravvissuti.

La notizia della disfatta giunse a Roma pochi giorni dopo e Augusto ne fu sconvolto. Folle di rabbia, inveì contro Varo, chiedendo indietro le sue legioni. Solo la rinuncia dei Germani a un attacco su vasta scala, e le manovre di Tiberio tra 10 e 12 d.C. evitarono che l’Impero perdesse anche la Gallia. Una nuova campagna venne tentata da Germanico, tra 14 e 16 d.C., che sconfisse Arminio recuperando le insegne perdute delle legioni di Varo. Ma proprio alle soglie della vittoria totale, Tiberio richiamò Germanico: la Germania era ormai persa per Roma.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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