Publio Ovidio Nasone, carmen et error

12/08/2016 di Simone Simeoni

Poeta, cantore disilluso di un amore disincarnato e disincantato, fine esteta, bohémien ante litteram: Ovidio è stato una delle figure più eclettiche del mondo culturale della storia romana

Cos’è il Genio? Una domanda che potrebbe sembrare semplice, quasi banale. Ma se ci poniamo a riflettere con attenzione ci accorgeremo che quella risposta in realtà non è così facile a causa della natura nebulosa e fuggevole del soggetto del nostro interrogativo. Il Genio è qualcosa di immateriale, aleatorio, quasi di idealistico. Privo di corpo, privo di forma, privo di qualsivoglia legaccio che lo ancori a una realtà definibile, il Genio è l’anelito irraggiungibile alla perfezione, reso possibile e immanente; è il sublime sforzo dell’ingegno umano frammisto di un gentile soffio di divino; è quell’aura di inspiegabile sacralità che permea alcune opere umane, siano queste un dipinto, una scultura, un’opera letteraria o una complessa formula matematica. Il Genio è, in sostanza, quella scheggia di divinità piantata in profondità nel nostro spirito, capace di manifestarsi e di produrre la bellezza e la comprensione: è lo stadio finale dell’essere razionale. La Storia si è sempre mossa per mano di personaggi che mostravano i sintomi del Genio, uomini capaci di alterare la percezione della realtà, di aprire nuovi panorami, di creare nel senso più umano e straordinario del termine. Artisti e poeti, scienziati e condottieri sono stati i detentori di quella scintilla di genialità che ha reso possibile lo sviluppo umano e la creazione di un patrimonio di opere e lettere di incommensurabile valore. Una schiera illustre di pensatori e intellettuali che a partire dai primi albori della storia umana ha compreso alcune delle più affascinanti e poliedriche personalità mai esistite. Tra queste trova certamente il suo scranno un poeta latino di straordinaria raffinatezza e abilità espressiva, un fine esteta, un bohémien ante litteram, il cantore disilluso di un amore disincarnato e disincantato: Publio Ovidio Nasone.

Ovidio-marmo-verso
Iscrizione di un celebre verso ovidiano dedicato a Sulmona

Nato a Sulmona, nel cuore della Valle Peligna, nel 43 a.C., Ovidio era figlio di una ricca famiglia di rango equestre. Lo statuto di municipium e la cittadinanza romana garantita ai suoi abitanti, derivavano a Sulmona da una secolare fedeltà a Roma; da ciò lo stretto legame che intercorreva tra l’Urbe e le classi dirigenti di Sulmo, non ultima la gens dei Nasoni, che a Roma inviava i propri rampolli per completare la loro educazione. Non fece eccezione Publio, che a dodici anni raggiunse la capitale per completare i suoi studi sotto la direzione dei più noti (e costosi) retori del tempo: Marco Aurelio Fusco e Marco Porcio Latrone. Ma, stando alla testimonianza di Seneca Retore, il giovane era poco interessato alla retorica e all’oratoria. Declamava poco se non pochissimo, e soltanto suasoriae: egli era già concentrato su un mondo diverso, fatto di metrica e parole ritmicamente scandite, la poesia. Ma era ancora troppo presto, i tempi non erano maturi, e la sua educazione richiedeva ancora delle tappe. Per questo Ovidio si recò, com’era consuetudine, ad Atene, e di lì in Asia Minore e in Egitto, prima di fermarsi per un intero anno in Sicilia. Viaggi che facevano parte del suo corso di studi, certo, ma in un modo diverso: sono i viaggi che gli mostrarono un mondo diverso dalla togata austerità romana, che lo misero a contatto con il lusso, l’opulenza, la raffinatezza, con una visione estatica, a tratti edonistica nel senso più sfrenato del termine, della vita. Al suo ritorno a Roma Ovidio intraprese una carriera pubblica tutt’altro che brillante o ambiziosa. Il suo cursus honorum non risplendeva di cariche altisonanti e anzi parlava di incarichi secondari, di un disinteresse quasi ostentato per quella brama di avanzamento sociale che sembrava pervadere tutti i suoi coetanei. Ovidio si accontentò del suo rango equestre, senza dissanguare le sue risorse nel tentativo di accedere all’ordine senatorio, e al contempo coltivò le proprie velleità poetiche avvicinandosi al circolo letterario di Messalla Corvino, un conciliabolo di intellettuali dagli afflati filorepubblicani che seppe riconoscere e incoraggiare la scheggia di Genio che albergava in profondità nel sulmonese. All’interno di questo circolo Ovidio ricevette la prima spinta in direzione della carriera letteraria che sentiva profondamente sua, nonostante la disapprovazione del padre. E proprio la carriera letteraria fece la fortuna di Ovidio quando, conosciuto il grande Mecenate, venne da lui introdotto nel suo circolo letterario, e vi conobbe i poeti più influenti del tempo – da Virgilio a Properzio fino a Orazio – ma soprattutto l’uomo che reggeva le fila dei destini di Roma: Augusto.

Ovidio-Metamorfosi
Edizione del 1533 delle Metamorfosi

L’Impero viveva allora una stagione particolarmente florida: la pace del princeps garantiva grandi possibilità che Ovidio colse al volo, divenendo il re dei circoli colti della capitale, dove declamava i suoi componimenti. Opere molto diverse da quelle alle quali le dolci fanciulle o le severe matrone dell’Urbe fossero abituate, elegie nelle quali l’Amore veniva trattato con un atteggiamento leggero e sbarazzino e non con la contrizione e il tormento di un Catullo o di una Saffo. Si trattava di un nuovo modo di fare poesia e di intendere la vita, di un abbandono all’agio e alla ricercatezza. È facile rendersene conto leggendo gli Amores, la prima grande opera di Ovidio: quarantanove carmi in tre libri che raccontano la storia dell’amore non corrisposto del poeta per una misteriosa Corinna, secondo le convenzioni di un genere elegiaco ormai definito e cristallizzato. Ma non v’è animosità né teatralità nel modo di soffrire l’amore di Ovidio. Piuttosto, l’Amore emerge come un furbo gioco di ingegno e desiderio, e come ogni gioco, anch’esso ha le sue regole. L’Ars Amatoria, poema didascalico in distici elegiaci, fu concepita proprio per spiegare queste regole, per insegnare a generare l’amore, un sentimento che in Ovidio perde molto della sua caratterizzazione classica: una poesia dilettevole, affascinante e licenziosa al punto giusto, tanto da incontrare i favori dei circoli colti. Ma nella temperie culturale della Roma augustea, tutta tesa a un progetto di riforma dei costumi e di ritorno al mos maiorum, le opere di Ovidio assunsero il retrogusto della nota stonata, fuori luogo, eccessiva. Gli Amores e l’Ars Amatoria, insieme alle Heroides e al De maedicamina faciei feminae, divennero così motivo di biasimo e Ovidio si trovò nella poco invidiabile posizione di essere tenuto sotto controllo dalla propaganda augustea. Per questo motivo compose i Remedia Amoris, utopico manualetto su come liberarsi dell’amore: impresa impossibile di cui è conscio anche l’autore, la cui voce sembra emergere dall’opera in un sottile gioco di richiami e sottotracce per affermare l’ovvia conclusione tanto distante dal titolo, che all’Amore non c’è rimedio. Un poemetto che divenne un’ulteriore, subdola e raffinata provocazione.

Ma Ovidio non era soltanto il poeta colto e raffinato, dedito agli agi e alla vita lussuosa. Egli lavorò anche a opere più “allineate”, ma altrettanto ricche di ricercata bellezza: è il caso di quello che fu il suo capolavoro, le Metamorfosi, una storia del mondo presentata attraverso le continue metamorfosi dei personaggi mitici. L’opera rappresenta certamente il punto più alto della sua poesia e presenta una vera e propria filosofia della storia, dove la metamorfosi dei personaggi non deve essere vista come un raffinato epillio eziologico alessandrino, di estatica bellezza ma fine a se stesso: essa è paradigma e motore della Storia, sprona il mondo ad avanzare nel momento stesso in cui lo arricchisce di qualcosa di nuovo. Il mondo avanza e si rinnova attraverso il cambiamento. Non pago, il poeta di Sulmona si impegnò in un altro progetto mastodontico: i Fasti, trascrizione in versi dell’antico calendario festivo romano, che riportava ricorrenze e celebrazioni, con spiegazioni eziologiche su ogni rito o divinità. Un poema – va da sé – immenso, che doveva essere raccolto in ben dodici libri (uno per mese), ma del quale Ovidio riuscì a portare a termine solo la metà.

Giulia-Maggiore-Ovidio
Giulia Maggiore

«Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error: alterius facti culpa silenda mihi»: nei Tristia, Ovidio stesso descrive così, con questa stringata e criptica frase, il dramma che gli occorse nell’8 d.C. Incriminato per un non meglio specificato error, venne condannato da Augusto alla relegatio. La sua destinazione fu la fredda e inospitale località di Tomi, sulle rive del Mar Nero, lontana da tutto ciò che era civiltà. Proprio la lontananza dalla patria – ma soprattutto dagli agi e dalle dolcezze di Roma – fu la più grave punizione per Ovidio. Quali furono il carme e l’errore che Ovidio commise per meritare questo destino non sembra dato sapere: lo stesso poeta li tacque, lasciando libero sfogo alle speculazioni succedutesi nel corso degli anni. La tesi più accreditata vorrebbe Ovidio coinvolto in una scabrosa relazione con Giulia Maggiore, figlia di Augusto, anche lei esiliata da Roma in questo stesso periodo, a causa di atteggiamenti troppo libertini, mentre nell’identificazione del carmen molti propendono per l’Ars Amatoria che doveva aver suscitato scandalo. Ma la pena inflitta a Ovidio, sebbene esemplare, non fu così dura: la relegatio, diversamente dall’esilio, non lo privò della cittadinanza romana né dei suoi beni, e questo gli permise di continuare a condurre anche a Tomi un’esistenza privilegiata. E gli permise, soprattutto, di continuare a comporre poesia, anche se di tono molto più umile e dimesso rispetto alle brillanti prove romane. Le opere dell’esilio di Ovidio sono tutte pervase da una funerea atmosfera di contrizione e cordoglio, mentre il sulmonese si prosterna e si umilia – idealmente, certo – di fronte ad amici potenti o parenti del princeps per cercare di ottenere il ritorno. Infreddolito e malato, nell’umido e inospitale clima scitico, Ovidio implorò di poter tornare a vedere gli amati panorami romani, ma i suoi appelli rimasero tristemente inascoltati. Persino la morte di Augusto, nel 14 d.C., non cambiò la situazione: Tiberio (che alcuni pensano potesse avere personali motivi di risentimento nei confronti del poeta) non mosse un dito nei suoi confronti, lasciandolo a vivere gli ultimi anni lontano dall’amatissima Roma.

Ovidio si spense infine a Tomi, tra il 17 e il 18 d.C., dopo dieci lunghi anni d’esilio, privando il mondo romano e la storia del suo Genio e della sua Arte: Genio nella scrittura, Arte nell’Amore, o forse il contrario o forse ambedue. Publio Ovidio Nasone è e resterà assiso in quella schiera di uomini che hanno cambiato le menti, alterato il modo di pensare, avvicinato, per un solo, ineffabile, inestimabile momento, l’immortalità del divino.

The following two tabs change content below.

Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
blog comments powered by Disqus