Publio Licinio Valeriano, l’imperatore prigioniero

09/01/2016 di Simone Simeoni

C’è un periodo misconosciuto nella storia dell’Impero romano, torbido e drammatico, in cui, sullo sfondo di una crisi lacerante, si agitano figure iperboliche ed effimere, tanto contrastate, ambigue e ambivalenti, da sfuggire a qualsiasi semplicistica classificazione.

Shapur I e Valeriano

Il periodo di cui si parla nell’introduzione è il III secolo dopo Cristo, età di rimodellamento, di “crisi necessaria”, quasi che l’Impero, mastodontica Araba Fenice, fosse giunto alla fine del suo ciclo vitale e dovesse bruciare per poter tornare a nascere, diverso eppure uguale, sulle ceneri e le rovine di se stesso.

I primi sentori di questa crisi brutale si avvertirono già sul finire del principato di Marco Aurelio, quando la pressione delle popolazioni barbariche ai confini si fece di nuovo pericolosa. Marco Aurelio fu costretto a una vita itinerante, da un campo di battaglia all’altro, per arginare tentativi di invasione e sconfinamenti ostili, riportando sì strabilianti vittorie, ma pagandole a carissimo prezzo. Come il depauperamento demografico cui nessuna misura sembrava in grado di porre rimedio e che portava con sé una inevitabile crisi economica. Alla morte del figlio di Marco, Commodo (192 d.C.) l’Impero entrò in una spirale di violenze e prevaricazioni cui nemmeno la relativamente stabile dinastia dei Severi seppe mettere un freno. I disordini interni e il sorgere di nuovi, implacabili, nemici, favorirono l’ascesa alla porpora di personaggi che ben poco avevano a che fare con l’idea di romanitas. L’imperatore Massimino il Trace, ad esempio, poco più che un barbaro illetterato, che non sapeva parlare il latino e non aveva mai visto Roma, ma con una fulgida carriera nell’esercito: un uomo nel nome del quale le legioni si sollevarono, assassinando a Mogontiacum il legittimo imperatore Alessandro Severo. Iniziava l’anarchia militare, che condusse Roma in una vorticosa girandola di imperatori uccisi e usurpazioni fino a un passo dalla caduta rovinosa.

Valeriano
Moneta raffigurante l’imperatore Valeriano

Grande parte nella genesi di questa anarchia ebbe l’ascesa di una nuova potenza ai confini orientali dell’Impero: la Persia sasanide del “Re dei Re” Ardashir, che sostituì il frammentato Impero partico e che, attaccò Roma con una virulenza e un’aggressività prima sconosciute. Mentre nell’Urbe i due Gordiani prima, e gli anziani senatori Balbino e Pupieno poi, si succedevano con vertiginosa rapidità, Ardashir sconvolgeva le province più orientali dell’Impero. Nel 241 d.C. egli morì, lasciando il suo neonato impero al figlio Shapur, ma anche lo spazio per una reazione romana, guidata dal giovane imperatore Gordiano III (o piuttosto dai suoi Prefetti del Pretorio). Gordiano perì però durante la campagna, nel 244 d.C., in circostanze misteriose, ed il suo successore, Filippo l’Arabo, addivenne a una pace disonorevole con i Persiani. Dopo solo cinque anni di principato tuttavia, anch’egli venne spodestato dal generale Gaio Messio Decio. Questi passò i suoi due anni di principato sul fronte danubiano, combattendo contro i Goti e finendo per morire, primo imperatore della storia, in battaglia (era il 251 d.C.). L’Impero precipitò nel caos: il breve e funestato dominio di Treboniano Gallo cedette velocemente il passo all’usurpazione di Emiliano, e quindi a Valeriano.

Busto di Gallieno
Busto di Gallieno

Publio Licinio Valeriano era un eminente esponente dell’aristocrazia senatoria italica, nato forse intorno al 200 d.C. Ebbe parte importante nella nomina a imperatore di Gordiano I e ricoprì funzioni amministrative sotto Decio, gestendo anche il complesso periodo tra la morte dell’imperatore e l’ascesa alla porpora di Treboniano. Da quest’ultimo venne poi nominato governatore della Rezia. Quando, nel 253 d.C., l’usurpatore Emiliano cominciò la sua marcia sull’Italia, Treboniano Gallo chiamò in aiuto proprio Valeriano, che si mosse istantaneamente, eppure troppo tardi: Treboniano venne assassinato e la stessa sorte venne riservata a Emiliano. L’esercito acclamò perciò imperatore Valeriano stesso, che subito cooptò al trono suo figlio, Licinio Egnazio Gallieno, secondo un costume ormai abitudinario all’epoca.

Ma gli anni di lotte intestine avevano debilitato lo Stato, straziandone le forze e sguarnendone i confini. L’Impero ereditato da Valeriano e suo figlio era un crogiolo di caos, dove bisognava affrettarsi senza sosta a chiudere le gravi falle che si aprivano di giorno in giorno. Valeriano era cosciente di non poter intervenire ovunque, ma la grande attitudine al governo di Gallieno gli permise di tentare una mossa audace: suo figlio si sarebbe assunto il compito della difesa e dell’amministrazione dell’area occidentale dell’Impero, mentre lui avrebbe fatto lo stesso con l’Oriente. Ma nemmeno questa “sistemazione” sembrò dare frutti: le falle continuarono ad aprirsi ed fu necessario trovare dei responsabili. Valeriano li trovò in ambito religioso. L’equazione tra il diradarsi (o il cessare) dei sacrifici agli dei olimpici causato dalla diffusione del Cristianesimo ed i rovesci militari che affliggevano l’Impero riuscì fin troppo facile all’imperatore e alla sua classe dirigente, e così Valeriano scatenò, tra 257 e 258 d.C., una violenta persecuzione anticristiana che evocò foschi scenari escatologici, ispirando agli apologeti il terrore (o la speranza?) di una fine del mondo ormai prossima. Terrore probabilmente non troppo lontano dalla realtà.

Shapur e Valeriano
Shapur I cattura Valeriano.

Nel 260 d.C. la Persia sasanide volse di nuovo le armi contro Roma. Shapur devastò la Siria e la Mesopotamia, poi mosse contro le città di Edessa e Carre. Valeriano non poté procrastinare e marciò in Cappadocia alla testa di una grande esercito. Un ultimo tentativo di risolvere la questione per via diplomatica venne respinto da Shapur: lo scontro era ormai inevitabile. Ma è proprio a questo punto che la storia si fa intricata, inconoscibile. Le nostre fonti divergono in maniera tanto decisa da non consentirci una ricostruzione certa di ciò che accadde. Secondo gli storici Eutropio e Aurelio Vittore vi fu uno scontro, tra Romani e Sasanidi, nei pressi di Edessa. La vittoria persiana fu dirompente, le legioni vennero spazzate via, i comandanti e Valeriano furono catturati. Lo storico bizantino Zosimo sostiene che l’imperatore fosse invece catturato con l’inganno, mentre un altro bizantino, Zonara, insinua che sarebbe stato Valeriano a consegnarsi volontariamente ai Persiani. Nelle fonti sasanidi si pone invece l’accento su quella che sarebbe stata una gloriosa vittoria.

Quale che sia stata la verità storica, un solo dato è certo: l’imperatore di Roma venne fatto prigioniero. Un fatto inaudito, di una gravità inimmaginabile. L’Oriente collassò, preda di usurpazioni e guerre, vessato dagli attacchi inarrestabili di Shapur e delle pestilenze. Gallieno, lontano e impegnato ad arginare, per quanto possibile, le incursioni dei popoli germanici, perse rapidamente la presa sulle province impazzite e fuori controllo, che si volsero a Settimio Odenato, re di Palmira, per avere protezione, fino a fondare una entità statale autonoma, il Regno di Palmira. Similmente accadde in Gallia, dove il generale Postumo fondò l’Imperium Galliarum. Diviso in tre tronconi, l’Impero romano non era mai stato tanto debole e prossimo alla caduta, eppure ebbe comunque le forze per resistere.

Hans Holbein
Umiliazione di Valeriano, Hans Holbein il Giovane, 1521.

Ma cosa fu di Valeriano, che era stato l’imperatore di Roma, l’uomo più potente del mondo? Sono le fonti cristiane, a lui ostili, a informarci del suo triste destino: dopo la cattura, Shapur lo mantenne in vita, riservandogli tremende umiliazioni. Lo utilizzò come uno sgabello per salire e scendere da cavallo, poggiando i piedi su quelle che un tempo erano state fiere spalle di senatore romano, calpestando l’onore e la dignità di un imperatore. Per Valeriano non vi fu pace né rispetto nemmeno nella morte: il suo cadavere venne scuoiato e la pelle, tinta di rosso e imbottita di paglia, fu esposta in un tempio persiano, perversa reliquia di una vittoria lontana e dimenticata, ultimo terribile insulto alla dignità dell’imperatore più drammatico di sempre.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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