Pubblica amministrazione: alle origini dell’inefficienza

31/01/2013 di Federico Nascimben

Riforma PA

Pubblica amministrazione. Un argomento che ai più certamente suonerà come noiosissimo. E invece? Invece è “solamente” noioso. Però la storia – posso assicurare – è senza dubbio interessante e costernata di problematiche (come d’altronde ogni cittadino ha modo di testare ogni giorno sulla propria pelle).

Efficacia, efficienza, economicità e rispetto della legge: dovrebbero essere questi i principi cardine che più interessano al cittadino che beneficia di un servizio pubblico. E invece il più delle volte abbiamo modo di riscontrare quanto la realtà differenzi dalla teoria.

Ci concentreremo sui dipendenti della pubblica amministrazione. A dispetto di ciò che si potrebbe dire oggi, all’ inizio del ‘900 vi erano poche tutele per il dipendente pubblico, in quanto il rapporto di lavoro si basava su un atto di nomina, il che portava un forte squilibrio a favore dell’amministrazione che poteva legittimare tutto ciò che faceva in nome dell’interesse pubblico generale. Con l’istituzione di un’apposita sezione del Consiglio di Stato, il rapporto di lavoro era stato sottoposto alla giurisprudenza amministrativa che godeva di ampi poteri a causa della mancanza di una normativa dettagliata che regolasse il lavoro pubblico.

Le cose cominciano a cambiare nel 1957 con l’approvazione dello “Statuto degli impiegati civili dello Stato” teso a disciplinare la materia e, quindi, a limitare l’influsso della giurisprudenza amministrativa. Se da un lato diminuisce il potere di quest’ultima, aumenta però il potere della politica: infatti, in quegli anni si era allargato l’apparato amministrativo dello Stato e si avviava l’era dei governi di centrosinistra.

L’insieme di questi fattori determina, di fatto, la perdita del ruolo di “datore di lavoro” da parte dell’amministrazione. Fu una scelta consapevole, si rinunciava ad un logica di contrapposizione. Con l’aumento dell’influsso della politica comincia una vera e propria infiltrazione partitica all’interno del settore pubblico. La rinuncia al proprio ruolo di “datore di lavoro” della PA discende proprio da tutto questo: i dipendenti statali vengono visti come un bacino elettorale da cui attingere, e quindi si sviluppano fenomeni clientelari che vedono favorire accesso e progressioni di carriera a persone vicine ai partiti di Governo. E’ qui che cominciarono gli sprechi.

La dilagante inefficienza non viene punita perché non esiste ancora nessun meccanismo di responsabilizzazione dei vertici, dato che la responsabilità amministrativa è concepita come una responsabilità politica. Insomma, il sistema si autoalimenta: gli accessi alla PA sono politicizzati ed avvengono soprattutto tramite stabilizzazione, saltando quindi la fase concorsuale.

Sempre a dispetto di ciò che si potrebbe pensare, in quel periodo, l’influenza dei sindacati all’interno del lavoro pubblico è fortemente limitata dalla mancanza di una contrattualizzazione che faceva sì che la retribuzione fosse determinata dalla legge: continuamente – specie durante i periodi elettorali – venivano varati provvedimenti atti a migliorare le condizioni economiche del pubblico impiego (tra l’altro con forti differenziazioni in base al peso politico delle singole amministrazioni).

Il sindacato entra con decisione negli anni ’80, quando ci si comincia a rendere conto dello sperpero di denaro pubblico e, per imitare il settore privato, si cerca di introdurre la contrattazione collettiva, soprattutto per cercare di arginare gli aumenti salariali indiscriminati. Per contrattare c’è bisogno del sindacato, di quello “maggiormente rappresentativo”. Alla mancanza di una amministrazione che faccia da datore di lavoro si aggiunge il sindacato che difende gli interessi dei lavoratori. Un mix esplosivo in cui i vertici dell’amministrazione, oltre ad essere già politicizzati, diventano anche sindacalizzati.

Altro aspetto importante è dato dal fatto che l’accordo, per diventare efficace, dev’essere recepito in una legge. Nella prassi, il Governo, nella far questo, stravolgeva il tutto e ne cambiava completamente il contenuto. La legge di recepimento veniva quindi sottoposta al vaglio della Corte dei Conti per valutarne la copertura finanziaria. Questa, però, andava a sindacarne nella sostanza il contenuto. In tal modo aumentava significativamente il numero degli attori parte del gioco ed il trattamento economico, perché il Governo superava il sindacato della Corte garantendo comunque una copertura finanziaria. E il debito pubblico intanto aumentava.

Se ci aggiungiamo l’utilizzo del criterio della spesa storica per i trasferimenti statali a regioni ed enti locali, si capisce quanto il sistema tenda ad autoalimentarsi in un circolo vizioso, manovrato “magistralmente” dalla politica che dispensa benefici economici di favore tramite un sistema clientelare. Tutto questo con i soldi dei contribuenti. È un sistema consociativo, perché – se ci pensiamo – alla fine parte di tale finanziamento torna in mano ad un numero consistente di cittadini, che vivono proprio grazie a questo sistema malato. Sprechi, inefficienza, incapacità e impunibilità.

È per buona parte merito di tutto ciò se, negli anni ’80, abbiamo assistito all’esplosione del nostro debito pubblico dal 60% al 120% del PIL. Ma, come vedremo più avanti, all’inizio degli anni ’90 le cose – anche per il settore pubblico – almeno un minimo cominciano a cambiare. Qualcosa si muove.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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