Psicosi Donald Trump? Perchè sarebbe un Presidente debole

24/03/2016 di Andrea Viscardi

I media internazionali e americani impazziscono di fronte alla possibilità che Trump possa divenire presidente, prevedendo scenari apocalittici per l’America ed il Mondo. Una psicosi collettiva che però ignora la realtà, un Trump alla Casa Bianca, sarà, almeno per la politica interna, un debole outsider per gli USA.

Donald Trump

Nello psicodramma delle primarie repubblicane per la candidatura alla Casa Bianca, di mese in mese abbiamo assistito alla trasformazione della percezione del fenomeno Donald Trump. I media avevano immaginato, nel febbraio del 2015, si trattasse dell’ennesima manovra commerciale per pubblicizzare il proprio nome, esattamente come aveva fatto quattro anni prima. Dallo scetticismo, ben presto si è passati al dover fare i conti con la realtà: Donald Trump si è candidato. E mese dopo mese, quella sorta di ironia rispetto alla decisione di uno dei più sconclusionati milionari americani – forte di un cognome etichetta, di una serie interminabile di investimenti falliti, e di una retorica demagogica di primo ordine – si è trasformata nella preoccupazione, prima, e poi nel terrore di immaginare il logo del tycoon svettare a Washington D.C.

Futuro Mussolini. C’è chi fa un parallelo con i partiti di estrema destra europei, alla ribalta negli ultimi anni. Chi addirittura si spinge oltre, prevedendo un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti si trasformeranno in una sorta di super potenza dal sapore fascista, guidata da un folle razzista, autarchico e autoritario. Se in un eventuale scontro con Hilary Clinton dovesse uscirne vincitore Trump, sarebbe veramente questa la risultante? Assolutamente no, e vediamo il perché.

Un piccolo ostacolo: il Congresso. Il primo punto da chiarire è il ruolo del Presidente degli Stati Uniti, per tutto quello che riguarda la legislazione interna. È infatti il Congresso a detenere il potere legislativo, ed è quindi il Congresso a promulgare le leggi, salvo rare eccezioni . In questa chiave, il Presidente degli Stati Uniti altro non è che un lobbista, che per far passare le proprie proposte, deve avere l’inesorabile appoggio della maggioranza dei congressman, in un gioco di trattative continue che vede uno scenario eterogeneo, fatto di maggioranze diverse di volta in volta e miste, tra repubblicani e democratici. Qui, dunque, il primo grande ostacolo di Trump. Da una parte, infatti, il probabile candidato repubblicano è osteggiato in toto dai democratici, dall’altro, però, non gode della simpatia – quanto piuttosto dell’astio – di una buona parte dei rappresentanti repubblicani.

Un Presidente debole. Quanto accaduto nelle ultime settimane è emblematico. Non solo Mitt Romney, ma via via anche un numero crescente di congressman e senatori hanno fatto coming-out, dichiarando pubblicamente la propria totale opposizione a Donald Trump. Ben Sasse, Scott Rigell, Lindsey Graham sono solo alcuni di questi, ed una cosa è sicura: non solo un futuro Presidente Trump avrà praticamente sbarrate le porte democratiche in Congresso, ma anche molti repubblicani sono apertamente avversi alle bizzarre idee manifestate negli ultimi mesi. Questo farebbe di Trump un presidente debole, un outsider travolto dalle dinamiche congressuali, un Presidente in una posizione ancora peggiore di quella inaugurata da Jimmy Carter a partire dal famoso scontro sulla revisione del bilancio approvato dall’amministrazione Ford del 1978, che porterebbe, sostanzialmente, alla probabile bocciatura di quelle proposte di riforma troppo estranee alla posizione più generalmente condivisa nel Partito. Il tutto, constatando anche un’altra durissima verità: Donald Trump è un uomo solo, non dispone di una cerchia interna al partito e a sé fedele, con la quale rivoluzionare l’attuale establishment repubblicano nelle posizioni di potere. Abbiamo già scritto abbastanza, ma è necessario sottolineare un altro, piccolo, particolare. Le possibili politiche di Trump restano una sorta di gigantesco punto interrogativo. Un insieme confuso di idee e cialtronaggini, spesso in contraddizione tra loro, alcune impraticabili, altre che, appunto, non potrebbero vedere la luce data l’esistenza del Congresso.

Esteri, il vero dilemma. Diverso il discorso se si affronta la proiezione esterna: in politica estera, il nostro Donald rischierebbe seriamente di fare danni, essendo essa tra le principali prerogative del Presidente degli Stati Uniti . Ad oggi, però, ancora troppo poco si capisce di quale sia nel concreto la sua strategia, che balza dall’interventismo all’isolazionismo, senza una soluzione continuativa. Sembrerebbe – è necessario utilizzare più che mai il condizionale – puntare ad un ridimensionamento del ruolo statunitense o, meglio, ad un ribilanciamento per aree di influenza geopolitica. Lasciate che la Russia si occupi della Siria, e che sia la Germania a difendere l’Ucraina., potremmo riassumere. Non un ritorno all’isolazionismo ottocentesco in toto, ma piuttosto un riequilibrio di spazi d’azione rispetto ai propri alleati, che passerebbe anche da una riconsiderazione, quantomeno, del ruolo statunitense nell’Alleanza Atlantica. Una “terza via” alternativa alle politiche perseguite da repubblicani e democratici nelle ultime decadi, certo, ma troppo indefinita perché si possano ancora fare analisi approfondite. L’unica questione certa, in uno scenario di questo tipo, è che ad averne favore sarebbe la Russia di Vladimir Putin e, a pagarne le conseguenze, neanche a dirlo, il nostro continente.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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