La psicologia dell’empatia

16/11/2014 di Pasquale Cacciatore

Molte sono state le iniziative che, negli ultimi mesi, hanno provato a ripercorrere la strada dell'Ice Bucket Challenge, tutte con scarsissimo successo. A dimostrazione di quanto sia complessamente fine il puzzle psicologico che delinea la natura dell’altruismo umano.

Psicologia, empatia, solidarietà

Sin da quando l’Ice Bucket Challenge ha colpito in modo virale il mondo di Internet la scorsa estate, nel mondo sono stati raccolti centinaia di milioni di dollari per la ricerca sulla SLA, la sclerosi laterale amiotrofica. Non era difficile pensare che ad essa sarebbero seguite numerose imitazioni, col tentativo di raccogliere fondi per cause diverse. Così, nel corso di questi mesi, su Internet sono iniziate ad apparire persone che si lanciavano torte in faccia, selfie del primo mattino, baffi cresciuti come non mai per manifestare solidarietà e attaccamento ad altre cause importanti. Tuttavia nessuna iniziativa è riuscita fino ad ora a suscitare lo stesso entusiasmo della Ice Bucket Challenge,  a dimostrazione di quanto sia complessamente fine il puzzle psicologico che delinea la natura dell’altruismo umano.

Numerosi test psicologici condotti negli anni hanno dimostrato che l’uomo è un animale caritatevole ed empatico, nonostante quello che gli economisti classici possano pensare. Una capacità talmente forte da attaccar se stessa e trasformarci, paradossalmente, in dei taccagni. Un curioso esperimento, divenuto celebre nel mondo della psicologia, fu condotto in un negozio di Boston: tre studiosi (tra cui un economista) utilizzarono l’occasione della raccolta fondi natalizia dell’Esercito della Salvezza per osservare in che modo le persone reagivano alla richiesta di denaro. Il negozio aveva due entrate ed i ricercatori posero due volontari ad una sola porta e, successivamente, ad entrambe. Per metà esperimento tali volontari si limitarono a suonare una campanella dietro il cestino per la raccolta fondi, mentre nella seconda metà iniziarono a guardare negli occhi le persone dicendo: “Per favore, doni qualcosa”.

Ebbene, i risultati dimostrarono che le persone son particolarmente brave ad ignorare gli appelli che non gli si piazzino direttamente in faccia. Durante il semplice suono della campanella, nessuno sembrava evitare i volontari. Nel momento dello sguardo diretto in volto, invece, il pattern di traffico cambiò totalmente, con persone che addirittura iniziarono ad utilizzare una terza entrata, generalmente non destinata agli acquirenti, per evitare di esser stimolati alla donazione. Niente di particolarmente anomalo, se però non si considera il fatto che i volontari “parlanti” riuscirono a raccogliere il 60% in più di quelli che si limitavano a suonare la campanella.

A nessuno piace che venga chiesto del denaro, eppure siamo generosi quando succede. Una contraddizione che i ricercatori spiegarono in questo modo. Gi acquirenti di Boston possedevano una comprensione sofisticata del loro meccanismo mentale. Dal momento che erano consci del fatto di non poter resistere ad un appello alla loro empatia, “tentavano” in tutti i modi di non veder risvegliata la loro umanità. Una sorta di meccanismo di difesa, che ci trattenga dal finir vittima di raggiri o frodi a causa della nostra intrinseca predisposizione all’aiuto.

È in questa rete che facilmente si intrufola il vero genio della raccolta fondi. Gran parte degli enti di tal tipo generalmente cercano supporto nei donatori mostrando foto di persone malate e spiegando la loro situazione. Un grande vantaggio, curioso, della Ice Bucket Challenge è invece stato quello di far davvero poco per ricordare della malattia da cui tutto era partito. Nonostante tutto, c’è da sottolineare che poco del successo della Ice Bucket Challenge è stato intenzionale. Tutto era nato come semplice scherzo, usando i social per convincere le persone a versarsi dell’acqua ghiacciata addosso. Solo dopo, grazie ad un gruppo di golfisti professionisti, il tutto si tramutò nella “buona causa” per la SLA.

Alcuni psicologi di Princeton hanno cercato di individuare gli elementi che hanno permesso alla ice-Bucket Challenge di raggiungere un successo tale; la sua natura forzava le persone ad accettare la cosa o patire il danno alla propria reputazione; a ciò si aggiungeva la pressione di amici e colleghi, l’aiuto “dall’alto” dei principali VIP, il limitato numero di ore per il task. Alla gente piace stabilire degli obiettivi e raggiungerli, insomma. Il tutto condito con una bella dose di narcisismo, che sembra la caratteristica della società del XXI secolo che vive di social network e selfies, e da quella sana dose di sacrificio che dimostrasse come, per aiutare qualcuno, si era disposti, almeno in parte, a provare una sensazione dolorosa che rendesse la cosa molto più “intrigante” di una semplice donazione.

Tale “effetto martirio” fu dimostrato da uno studio dii qualche anno fa alla Carnegie Mellon University. In una serie di cinque esperimenti, gli studiosi dimostrarono che potenziali donatori sembravano esser più generosi nel momento in cui il processo di “donazione” richiedeva un onere fisico, come una maratona di 5 chilometri. Teoricamente preferiamo il piacere al dolore ma, quando si tratta di donare, paradossalmente avviene il contrario. È un po’ l’ “effetto IKEA”, per cui diamo intrinsecamente più valore alle cose che abbiamo costruito da soli: la donazione al seguito di una nostra partecipazione, anche fisica, non può che apparire ai nostri occhi come di maggior significato che un semplice assegno strappato al momento.

E il futuro? Nonostante le tante imitazioni, come detto il gran successo della Ice Bucket Challenge sembra essere esaurito. Le donazioni per cause di qualsiasi tipo son diminuite molto negli ultimi anni,  e solo in pochi casi (come avvenuto appunto questa estate) c’è stato un boost – quasi inatteso -. Probabilmente negli anni a venire studi più raffinati sulla psicologia dell’empatia e della donazione potranno portarci verso una comprensione più adeguata dei meccanismi cerebrali che ci rendono “umani”, e – come avvenuto con poca intenzione con la SLA – sfruttare questi meccanismi per gli interessi più disparati.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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