Province e pensioni: tutto da rifare

08/07/2013 di Federico Nascimben

Le recenti sentenze della Corte Costituzionale complicano ulteriormente il cammino del governo

Corte Costituzionale

Nel giro di pochi giorni la Consulta ha bocciato prima il prelievo straordinario sulle pensioni d’oro e, poi, la riforma delle province del Governo Monti. Tali sentenze complicano ulteriormente il già difficile cammino del governo. Infatti, nel primo caso, ora, stando alle parole del Ministro Giovannini, “si può bloccare l’indicizzazione (ovvero l’aggiornamento Istat, ndr)“; nel secondo, l’esecutivo ha preparato un ddl costituzionale per prevederne l’abolizione.

Province – L’art. 23 del decreto legge 201/2011, il c.d. “Salva Italia”, prevedeva – di fatto – lo “svuotamento” delle province, alle quali sarebbero dovute spettare “esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze“. I Consigli provinciali sarebbero diventati organi di secondo grado eletti dai Comuni e il Presidente della Provincia un organo di terzo grado eletto dal Consiglio (mentre sarebbe stata completamente eliminata la Giunta). Alla fine, dopo i vari ricorsi regionali – e come da molti ampiamente pronosticato – la Corte Costituzionale ha bocciato la riforma perché “il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio“. Ovviamente, per realizzare un obbiettivo del genere si rende necessaria una modifica costituzionale visto, soprattutto, oltre ai vari richiami nella Carta, l’art. 114 post-riforma del 2001, il quale mette sullo stesso piano le province con lo Stato e gli altri enti territoriali. Proprio per via costituzionale il governo ha deciso di proseguire.

Pensioni – Il “contributo di perequazione sui trattamenti pensionistici” (è questo il nome tecnico) era stato previsto da due manovre: la finanziaria dell’ultimo governo Berlusconi approvata nella calda estate del 2011 (dl 98/2011) e – di nuovo – dalle modifiche estensive apportate dal decreto “Salva Italia” del governo Monti, condannando alla restituzione di quanto trattenuto. La Consulta nella sentenza (116/2013) ha richiamato alcuni principi già affermati in una pronuncia dell’anno precedente in merito al taglio degli stipendi dei magistrati e dei dirigenti pubblici sopra i 90 mila euro. Nello specifico, viene dichiarata l’incostituzionalità di quanto previsto dall’articolo 18 comma 22-bis della citata finanziaria Berlusconi, il quale dispone che “a decorrere dal 1° agosto 2011 e fino al 31 dicembre 2014, i trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, i cui importi complessivamente superino 90.000 euro lordi annui, sono assoggettati ad un contributo di perequazione pari al 5 per cento della parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, nonché pari al 10 per cento per la parte eccedente 150.000 euro; a seguito della predetta riduzione il trattamento pensionistico complessivo non puo’ essere comunque inferiore a 90.000 euro lordi annui“. La modifica estensiva – ritenuta anch’essa invalida -, introdotta con il “Salva Italia”, modificando la precedente disposizione, prevedeva un prelievo del “15 per cento per la parte eccedente 200.000 euro“. Secondo la Corte Costituzionale, le disposizioni violano l’art. 53 della Costituzione (“tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.“) e l’art. 3 che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge perché, con le predette disposizioni, si sancisce una disuguaglianza contributiva fra le diverse tipologie di reddito (quello pensionistico contro i restanti).

Conclusioni – Se, da una parte, poco si può dire per quanto riguarda le province, visto che il passaggio costituzionale è (ancor di più) obbligatorio, dall’altra si potrebbero scrivere tomi per provare a modificare nel senso di una maggiore equità il sistema pensionistico e porne un freno in termini di aumento delle spese per lo Stato. A tal riguardo è bene richiamare un po’ i numeri: le manovre hanno colpito 33 mila persone con pensioni sopra i 90 mila euro e 1.2oo sopra i 200 mila euro, per un totale di 25 milioni di euro all’anno. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, al 2011, i pensionati italiani sono 16,7 milioni, per un totale di spesa complessiva per lo Stato pari a 266 miliardi di euro all’anno (il 35% circa del totale della spesa pubblica, in aumento rispetto all’anno precedente, e il 17% circa del PIL). Un terzo dei pensionati riceve una pensione superiore ai 1.500 euro al mese (mentre il 10% percepisce più di 2 mila euro al mese), così come un terzo riceve due o più pensioni e il 28% del totale ha meno di 65 anni. Risulta perciò evidente quanto si renda necessario porre un freno ad un sistema del genere, freno che si è iniziato a porre con la riforma Fornero, ma che – evidentemente – non basta, visto il continuo aumentare della spesa pensionistica, anche secondo le previsioni future.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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